(di Enrico Jessuola)

Una ventina di anni dopo, nel tepidarium delle terme di Caracalla, alcune nobili signore romane parlottavano amenamente tra di loro, mentre uno stuolo di solerti ancelle provvedeva alla loro abluzione con acqua profumata e cenere di faggio.

Una ventina di anni dopo, nel tepidarium delle terme di Caracalla, alcune nobili signore romane parlottavano amenamente tra di loro, mentre uno stuolo di solerti ancelle provvedeva alla loro abluzione con acqua profumata e cenere di faggio.
- Sapete che vi dico? A letto è proprio un dio! - risuonò alta, sovrastando tutte le altre, la voce di Clelia.
Il chiacchiericcio s’interruppe di colpo, lasciando rimbombare l’eco delle parole appena pronunciate, per poi riprendere più forte di prima.
Le altre signore patrizie si rivolgevano a Clelia con l’urgenza di sapere, di acquisire maggiori dettagli, un resoconto più preciso.
Quelle più lontane, non avendo inteso l’inizio del discorso, si consultavano ansiosamente:
- Chi è, di chi parla? -
- Di Calpurnio, naturalmente. In che mondo vivi, lo sa tutta Roma - reagì un’altra, stizzita - anche se io, con quello, non ho mai avuto niente a che fare. Né vorrei averne! -
- Va là, va là - mormorò una terza donna - ti ci leccheresti i baffi, se non hai già avuto modo di leccarteli. -
Le signore più vicine a Clelia la strinsero d’assedio per approfondire la questione, quasi soffocandola nell’ansia di essere le prime a raccoglierne le confidenze.
- Che cosa vuol dire, un dio? - chiese quella più vicina di tutte.
Clelia assunse un’aria sognante, mirata a far morire d’invidia le altre, prima di rispondere in un soffio:
- Come posso spiegare? Sa essere dolce e forte, tenero e violento; ma soprattutto attento ai miei desideri, gentile, affettuoso. Insomma, dopo aver fatto l’amore con lui ti senti serena e appagata. -