di Heiko H. Caimi
Sotto un cielo
terso, color carta da zucchero, la vecchia signora Tamiko aspettava il tram
numero cinque sulla banchina deserta. Il vento di marzo le sollevava il kimono
leggero, e le sue mani rugose stringevano un piccolo ombrello rosso, chiuso. Le
campane del tempio Suwa[1]
suonavano in lontananza: rintocchi soffici, quasi ammutoliti dalle voci dei
corvi.
Il tram non
arrivava mai. Ma non importava.
Tamiko chiuse
gli occhi e ascoltò. Un ticchettio di piccoli passi risuonò nel silenzio. Aprì
gli occhi e vide un bambino scalzo, vestito con un yukata[2]
di lino sbiadito. Non aveva ombra. Non sembrava avere peso. Eppure i suoi passi
ticchettavano. Era lì.
«Obaasan[3],
ti ricordi di me?» chiese il bambino.