Mimma e i collaboratori di
sognaparole.blogspot.it
Vi augurano un sereno Anno Nuovo
Walter Mac
Mazzieri sedeva davanti alla grande finestra del suo studio, un bicchiere di
vino rosso abbandonato accanto ai tubetti di colore aperti. L’odore denso di
trementina riempiva l’aria, unito al profumo umido della notte che s’infilava
dalla finestra socchiusa. Era una serata di primavera, e il suo ultimo lavoro,
una grande tela dai toni accesi e inquietanti, riposava sul cavalletto,
asciugandosi lentamente.
Negli ultimi
mesi, qualcosa stava cambiando. L’epoca della fame ormai non era più che un’ombra
nei suoi ricordi, ma ogni tanto gli tornavano in mente gli odori e i colori
della terra aspra e contadina in cui era cresciuto. Aveva conosciuto fin da
giovane le mani ruvide del lavoro e il peso delle parole di chi gli era più
vicino. «L’arte non porta pane, Walter, porta solo altra fame», diceva suo
padre, scettico di fronte ai primi schizzi che il ragazzo si ostinava a
disegnare su pezzi di carta scovati chissà dove. «Solo col lavoro si crea
qualcosa». «E non è lavoro, questo?», obiettava. «No, non è lavoro quello che
si fa con la schiena diritta» sentenziava il genitore. Come un epitaffio.
di Antonio Torresin
Una donna che attende un figlio, un bambino che ancora non si vede, nascosto nel suo grembo, ma che è già capace di irradiare una luce di speranza, un dono già ricevuto anche se non ancora visto. Si spera in ciò che non si vede (Rm 8,24), ma che pure abita nel cuore, nel corpo, nei segni e nei germogli della vita che pulsa nella carne della storia. Dovremmo imparare a sperare così, stretti nel groviglio delle contraddizioni della vita ma non prigionieri del buio che ci avvolge. Due immagini possono aiutarci a cogliere questo coraggio della speranza. Sono due quadri di Klimt titolati appunto Speranza 1 e Speranza 2.
Ogni figlio che nasce, ancor prima di venire alla luce, porta
con sé il dono certo di una speranza che rinnova il coraggio di vivere.
Papa Francesco sottolinea il carattere di dono, che fonda la
speranza: «Sperare è attendere qualcosa che ci è già stato donato: la salvezza
nell’amore eterno e infinito di Dio. Quell’amore, quella salvezza che danno
sapore al nostro vivere e che costituiscono il cardine su cui il mondo
rimane in piedi, nonostante tutte le malvagità e le nefandezze causate dai
nostri peccati di uomini e di donne. Sperare, dunque, è accogliere questo
regalo che Dio ogni giorno ci offre. Sperare è assaporare la meraviglia di
essere amati, cercati, desiderati da un Dio che non si è rintanato nei suoi
cieli impenetrabili ma si è fatto carne e sangue, storia e giorni, per
condividere la nostra sorte.
di Nivangio Siovara
Il giovane Jean Passerat-Monneyeur, che potrebbe essere ricco ma ha disconosciuto la propria famiglia, esce di prigione, dove ha scontato la propria pena per omicidio. Vagabondando alla ricerca di un posto nel quale sentirsi a proprio agio, incontra alla fermata di un autobus la vedova Couderc, una donna matura che vive nella campagna del paesino di Saint-Amand-Montrond, vicino ad un canale. Qui trova il proprio rifugio e una sorta di tranquillità. Almeno fino a quando sulla sua strada si para l’affascinante Félicie, odiata nipote della vedova, che sarà causa scatenante di un piccolo ma letale inferno di provincia.
di Heiko H. Caimi
Anna si svegliò presto, come ogni giorno. La luce grigia di Milano filtrava attraverso la finestra della stanza condivisa che chiamava, con una punta di amara ironia, casa. Si stirò piano e raggiunse la cucina per farsi un caffè, attenta a non fare rumore: le sue coinquiline, Mara, Clara e Giulia, dormivano ancora. Era tornata a convivere, come ai tempi dell’università, ma senza la spensieratezza di allora. La convivenza a cinquant’anni non aveva nulla di romantico: era solo una misura disperata per sopravvivere agli affitti impossibili di una città che sembrava disprezzare chiunque non avesse un conto stellare in banca.
di Mimma Zuffi
L'alba. Lo stadio sembra, dall'alto, la costruzione di un bimbo sulla sabbia, poi sono atterrita dalla grande ferita sulla montagna. Sulla dorsale si vedono colorarsi di rosa le case di un villaggio; alle spalle, giù sulla riva del mare, con tinte più dorate, un altro agglomerato di case, anch'esse vuote. Scendo, cercando con occhi cauti di cogliere un segno di vita. Dove corre l'acqua sorgiva e s'abbeverava un gregge di capre dalle corna tortili e dal pelo nero che luccicava nella luce mattutina, zone di pascolo anche nei tempi antichi, non vedo anima viva.