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venerdì 22 febbraio 2019

Breve storia di due orfane, a Roma (terza e ultima parte)


di Marco Moretti


Romolo spostava la bocca della pistola da Ivanka al gruppo nel salottino. Qualche goccia di sudore iniziava, lenta, il tragitto dalla fronte alle parti basse del viso.
-          E che voi fa’? - deglutì, pistola da destra a sinistra.
-          L’ azienda multinazionale per cui lavoro, hi hi hi, mi chiama per operazioni di un certo livello. Ho risolto problemi con capi di stato, ricchi uomini d’affari etc. etc. con efficienza. Faccio lavori puliti, sì sì sì!


Moony mugolò, poi sfuggì a Susan da cui si era rifugiata dopo la botta incassata da Romolo: si portò lesta ai piedi di Ivanka e prese a leccarle una gamba.
-          Carina hi hi hi, ma alle coccole ci pensiamo dopo.
La donna parlava senza abbassare l’arma, puntata su Romolo. Questi faceva saettare gli occhi da un bersaglio all’altro, la pistola che fendeva l’aria. Lei sorrideva, era di nuovo la modella da rotocalco di moda femminile.
-          Vedi caro, qui abbiamo un problema. Io ho un buon udito, hi hi hi, e ho ascoltato ciò che dicevi. Sì sì sì.
-          Embè, che ci azzecca? - Romolo cercava una mediazione, la strada incruenta per risolvere lo stallo. Tradotto: evitare una pallottola in testa.
Mario abbassò le braccia, represse la fame: serviva il chirurgo, la freddezza.
-          I cani. - disse - I cani carbonizzati. Ieri tornavi da Genova, sei andato a riscuotere o firmare il tuo contratto di sangue?
Romolo fissò Pinozzi con qualcosa di molto simile all’odio, rapido virò su Alessia che aveva occhi scuri, colmi di buio. Anche in volto era in ombra.
-          Dottore, tu guardi nelle persone molto meglio della donna con l’abito arancione.
-          Grazie e bentornata sorella, mi sei mancata. Ieri ci siamo salutati in modo troppo frettoloso. - Mario sorrise.
-          Non è mai tardi per rimediare. Poi avevo la testa da un’altra parte.
-          La telefonata durante la cena, avevi un complice?
Alessia-2 o Ivanka o chiunque fosse in quel momento rispose senza sorridere, ma forse il suo modo di farlo era quello: lasciare entrare quel filo di luce nel buio degli occhi.
-          Firmo il mio lavoro con una S, questo lo sai. E svolgo le “commissioni” in perfetta solitudine: ieri mattina ho messo la firma, coperta con delle frasche. Poi ho piazzato le cariche incendiarie, attivate con la telefonata.
Stefan balzò in avanti, trattenuto a fatica da Bogdan e Mario. Ivanka tese il braccio armato, spostando gli occhi dai tre a Romolo. Questo alternava movimenti della testa e della pistola, col risultato di una danza grottesca. Stefan spruzzò gocce di saliva e parole armate di rabbia.
-          Tu assassina! Tu non lavori, tu uccidi. Uomini, donne e cani, ma animali no colpa! Ma tu no cuore! Ricordi schiena mio cugino? Tu vuole vedere ancora?
-          Non capisci, - la fiammella di luce sparì dalle pupille - io lavoro da sola, ma divido i compiti con Alessia. Lei ha fatto tutto, ho soltanto “acceso” il fuoco, non sapevo nulla dei cani.
-          Falsa! Io allevo cani, cosa pensavi trovare in capannone, bestie giocattolo?
Stefan rivolse l’attenzione a Romolo, in evidente stato di stress.
-          Tu detto lei no cani, tu detto pulizia! Tu bruciato cani!
Anche Sandra si unì a Mario e Bogdan per trattenere Juric, il manipolo prese a ondeggiare come l’arma di Romolo. Moony si era rifugiata da Susan. Ivanka non mostrava incertezze o cedimenti.
-          Sì sì sì, tutto vero caro il mio Romano: non sapevo nulla dei cani, certo io non li amo…ma l’altra li adora. - Alessia was back
-          Anche tu falsa! Miei cani abbaiano, come tutti altri. Tu non sentiti.
-          No, hi hi hi, durante un lavoro sono rimasta troppo vicina e il “boom” mi ha rovinato l’udito. Mi è rimasta la fissa e quando sistemo la logistica stacco l’apparecchio.
La temperatura era scesa, grazie alla porta spalancata, ma il sudore scorreva in piccoli rivoli sul viso di Romolo.
-          A ‘Vanka o come cazzo te chiami, - farfugliò – perché nun la smetti de puntarmi e finimo er lavoro?
-          Io ho finito, non sono qui per lavorare. -  ancora gli occhi oscuri, poi si rivolse a Sandra - Ti stai chiedendo perché i tuoi guardiani a quattro zampe non ci hanno intercettato? Un amico del gladiatore qui accanto li ha narcotizzati, sono stesi con due freccette colorate nella schiena. Anche lui ora riposa sereno, e ammanettato.
Sandra non replicò, nessun impeto di rabbia alla stregua di Stefan. La sua era una resa silenziosa: inerme, di fronte a due pistole in mano ad altrettanti pazzi. Senza la possibilità di vedere zompare Zuul o Vinz sulla schiena di quei due killer.
Anche Stefan e Bogdan erano due automi con la batteria scarica, mentre Susan teneva Moony ben stretta a sé. Romolo si era spostato pochi centimetri, l’arma su Alessia-Ivanka, lei faceva altrettanto.
Fu di nuovo il turno di Mario, una volta mollata la presa su Juric.
-          Quindi cosa facciamo, - fissando Ivanka - ci uccidete insieme? O lui uccide te, poi noi? O tu spari a lui, poi a noi? No no, lasciami parlare ho capito: tu ammazzi Romolo, poi ci liberi?
-          Sti cazzi, dotto’!
Fece fuoco, un tempo infinitesimale più veloce di Ivanka. I due spari si fusero, Sandrà lanciò un urlo e Susan abbracciò Moony, Stefan sbarrò gli occhi mentre Bogdan si tappava le orecchie. Mario si avventò su Romolo, mancando la presa e restando stordito da un terzo sparo.
La pallottola si era conficcata nel soffitto.
Perché il braccio destro di Romolo, steso a terra, era stretto dal morso di Zuul che teneva le zampe anteriori sul petto dell’uomo.
Vinz si avvicinò barcollando e si piazzò accanto a Romolo, le zanne a pochi centimetri dal suo collo.
L’uomo soffriva, Zuul si limitava a stringere il braccio tra i denti, ma non si azzardava a fiatare. Gli occhi sui denti di Vinz. La spalla sinistra sanguinava.
-          Sandra fermali. - Mario con voce allarmata - Sandra!
-          Ti prego ascoltalo, basta sangue. – Susan in lacrime.
-          Lascia lui morire! –Stefan schiumava.
Vinz liberò un brontolio sordo, Zuul tornò la statua che era all’aperto.
Bogdan strattonò un braccio di Mario e indicò la donna a terra, un fiore rossastro si stava aprendo sulla tuta, nel petto. Mancava il sorriso di Alessia e gli occhi di Ivanka erano grigi.
Il medico si inginocchiò, le tastò il polso e chiese un asciugamano. Con sua sorpresa fu Stefan il più solerte, che procurò anche del nastro. Poi afferrò il cellulare.
Pinozzi tamponò la ferita e la fasciò stretta, poi si rivolse a Sandra.
-          Richiama i cani, devo medicare anche lui!
-          Salveresti un assassino?
-          Per ora non è morto nessuno, ma se non lo soccorro…
Sandra, datti una mossa. Ficcati l’orgoglio da qualche parte!
-          Sandra! Ascoltalo, non diventare una bestia come Romolo - Susan piagnucolò, mentre Moony abbaiava.
Bogdan restò impietrito, Stefan gridò qualcosa nello smartphone, Mario sentì rizzare i peli e le pulsazioni accelerare. Gli balenò l’idea di aggredire Sandra per richiamare l’attenzione dei suoi cani. Ivanka non si mosse, una chiazza di sangue le scivolava sotto la schiena. Stefan parlò lieve.
-          Basta guerra, basta morte. Sandra, tu chiama cani. Io prego.
Romolo aveva smesso di sudare, non di fissare Vinz; la chiazza sotto il corpo di Ivanka si faceva strada sul pavimento, Mario fissò Sandra e si mosse. Susan si alzò con Moony in braccio, Bogdan la abbracciò. Stefan lanciò il telefono sul divano e si piegò su Ivanka. Che biascicò qualcosa.
-          Gra…zie hi hi…hi, ma è un pochino tardi.
-          Mai tardi in vita. - le accarezzò la fronte fredda.
-          Ve…ro. Sandra, - la pausa fu anche nel respiro - fermali finché puoi…farlo.
Lei, in piedi accanto a Romolo e i suoi animali, fissava in sequenza la strana composizione e la donna ferita.
-          Che ci fai qui?
Perché non gli hai sparato quando sei entrata?
Cerchi una redenzione per i tuoi peccati?
Chi mi darà indietro il povero Jeff?
Mario la raggiunse e la afferrò alle spalle, scuotendola.
-          Smettila con questa raffica di domande idiote. Dai quel cazzo di comando o ti giuro che raccolgo la pistola e sparo a quelle bestie!
Non aveva mai usato un’arma che non fosse un ferro del mestiere, bisturi o laser, aghi e forbici.
-          Sandra…- iniziò a spostarsi verso la pistola di Romolo.
-          Ascoltalo, poi…parliamo - Ivanka con il sorriso di Alessia - se ci riuscirò…hi hi…hi.
Mario si acquattò e premette sulla ferita. Stefan digitò ancora sul telefono e prese a insultare l’operatore del 118. Sandra abbassò gli occhi.
-          Zuul, Vinz…qui!
I cani si mossero senza esitazione, rapidi. Romolo si mise seduto, tastò la carne assaggiata dai canini e perse un’occasione.
-          Bastardo di una padrona mignotta!
Mario prese le mani di Stefan, le spinse sul torace di Ivanka e gli disse di tamponare la ferita. Raggiunse Romolo e studiò braccio e spalla.
-          Ti faccio un po’ di anestesia, per medicarti.
-          Grazie dotto’…
Mario lo mandò nel mondo dei sogni con un destro, gli tamponò le ferite alla meglio. I due cugini si abbandonarono sul divano, Susan era una fontana di lacrime. Sandra raccolse il corpo di Jeff. Mario tornò da Ivanka.
Che agonizzava.
-          Ho vissuto so…la, - sillabò a fatica - e muoio…sola. Ho inventato…la sorella che volevo, Alessia…la sciocca allegra…che fuggiva quando c’ero io. Perfino lei temeva Ivanka…che ha amato solo il suo cane.
E pensavo di combattere il male…con il male.
Mario le strinse la mano e sorrise.
-          Il male, lo fuggi o lo combatti. O ne sei amico. Comunque sia ti sta accanto, ogni giorno pronto a sedurti: hai solo scelto la strada più semplice.
-          Tu dici? Il…prezzo è questo.
-          Tocca a tutti, prima o poi.
Il respiro si fece leggero e veloce, un fremito.
-          Porta…mi Moony.
Mario fece un cenno a Susan che si avvicinò esitante, Moony annusava l’aria e seguì il naso fino alla donna ferita. Si avvicinò al viso e prese a leccarle una guancia, delicatamente.
-          Grazie…Sinisa.
Una smorfia della bocca, negli occhi una scintilla di luce.
Poi buio.
E silenzio.

Il funzionario di Polizia studiava svogliato la scena del crimine: le sagome del corpo di Ivanka e Jeff, macchie di sangue rappreso e una piccola pozza di vino bianco, oggetti vari sparsi. Due pistole e tre bossoli, all’interno di cerchi bianchi, due statue enormi di cane, gli parvero perfino fedeli alla realtà. Poi la componente animata: i colleghi della scientifica nelle tute da astronauta di serie B, due tipi dall’aria balcanica abbandonati sul divano, una coppia di donne in stato depressivo, la più giovane che teneva in mano un cagnolino bianco e nero. E il tipo alto con i capelli arruffati, mani in tasca e occhi persi da qualche parte nel giardino, dietro occhiali dalla montatura sportiva.
-          Allora, finiti i rilievi ce ne andiamo, - un’occhiata all’orologio - vi aspetto lunedì per le ultime formalità, restate a disposizione etc etc.
-          Non credo, io domani torno a Genova.
L’uomo con occhiali e capelli arruffati era tornato sulla Terra e non aveva perso l’uso della parola: il funzionario lo pensò, ma disse altro.
-          Crede di essere in vacanza?
-          Lo ero, prima di questo macello, e il soggiorno termina domani con l’intercity delle 17 e qualcosa.
-          Spiacente per lei, ma c’è di mezzo un morto. Quindi, se non si tratta di questioni istituzionali tipo ministero o Vaticano, lei domani dorme a Roma.
Mario squadrò il poliziotto, poi tornò a scrutare il giardino. Afferrò il cellulare e chiamò Moruzzi, uno dei due Milanesi di fiducia cui si rivolgeva quando il suo “senso per i guai” lo trascinava in qualche gorgo. Come nella giornata odierna.
Il Commissario rispose al terzo squillo, non rinunciando alle formalità. Ma anche a Mario questo gioco delle parti piaceva.
-          Buonasera Doc, qual buon vento? O c’è burrasca?
-          Il fiuto da detective non si compra al mercato, i miei rispetti.
Il funzionario drizzò le orecchie.
-          Andiamo al sodo, che succede? È finito in cella?
-          No grazie, non ci tengo a frequentare i vostri hotel. È solo che un suo collega troppo zelante vuole trattenermi a Roma fino a lunedì. Come può capire…
-          Poche chiacchiere, me lo passi.
Pinozzi mostrò all’ uomo il telefono nel palmo della mano. Solo due parole.
-          Per lei.
L’uomo afferrò l’oggetto con due dita, forse temendo qualche germe ligure altamente contagioso. Dopo le presentazioni e un primo scambio di convenevoli si allontanò di qualche metro. Mario e gli altri non potevano ascoltare, ma al medico parve che il tipo al telefono diventasse rosso in viso. Inizialmente, deformazione professionale, pensò a un rialzo pressorio per capire dopo una frazione di tempo. Quella necessaria al funzionario per lanciargli un’occhiataccia.
Prima di restituire il telefono.
-           Buon viaggio. - poi rivolto ai colleghi - Voi ne avete per molto? Io me ne vado.
Uscì senza degnare i presenti di un saluto, mentre Mario cercava di capire da dove giungesse quella voce piccola che lo chiamava.
Sorrise confuso a Susan che mimava il gesto della telefonata.
E ricordò Moruzzi, appeso a una cornetta in quel di Milano.
-           Eccomi, ho appena aggiunto un poliziotto ai miei nemici?
-          Chi, quel pirla di Silvestroni? Gli ho appena ricordato un paio di guai che aveva combinato a inizio carriera qui a Milano. Tutto risolto, le manderà al domicilio un documento da firmare.
-          Le devo un favore.
-          Me l’ha appena fatto, il ricordo della chiacchierata con quel tipo mi farà ridere nei momenti tristi. Buon rientro. - e riattaccò.
 Il gruppo alle sue spalle, abbandonato dai poliziotti, lo osservò con reazioni differenti: Stefan e Bogdan mostrarono curiosità, Susan sorrideva e coccolava Moony, Sandra si era piazzata tra Zuul e Vinz e sembrava sfidarlo.
-          Ti facevo diverso, eri descritto come un paladino dei deboli
Ecco fatto.
-          E invece? -  Mario spinse ancora le mani nelle tasche.
-          Mi sembri il solito borghesuccio che telefona all’amico influente per risolvere il minimo problema.
Allargò e strinse i pugni, le tasche reggevano.
-          Punto uno: non ho un problema, solo l’esigenza di essere in sala operatoria lunedì alle otto di mattina. Per ricambiare la fiducia di persone comuni con guai seri.
Punto due: non mi curo di come sono descritto da scribacchini della carta stampata o leoni da tastiera.
Punto tre: l’amico influente è un poliziotto che rischia un trasferimento come premio per un’inchiesta su borghesi. Influenti., molto influenti.
Punto quattro: in questo posto l’unica che avrebbe diritto di parlare è Moony. Orfana senza colpe adottata da una giovane donna, che non voleva vedere ciò che aveva davanti agli occhi. Bogdan è una vittima del passato, che non ha esitato ad appoggiare il cugino nei suoi traffici, in cambio di laute mance. In quanto a Romolo non serve dire nulla, sporcherei le parole.
E tu, paladina dei cani allevati in lager e abbandonati durante le ferie che mi dici? Piango il tuo Jeff, ma mi è parso che servisse solo a riempire un vuoto. I tuoi due guardiani da film, poi: statue animate pronte a uccidere, bastava un tuo comando. Ti ritieni un giudice pronto a dispensare condanne e assoluzioni?
Dieci occhi erano per lui, compresa Moony. Le due statue animate stavano in stand-by, la componente umana non mostrava reazioni. Mario afferrò il giubbotto e portò indice e medio alla fronte, un saluto rapido.
-          Statemi bene, non consideratelo un augurio, ma una specie di invito. E pensate che, comunque, oggi qui è morta una donna. Anzi due, una delle quali nata per consolare l’orfana feroce creata dal male. E che era tornata sui suoi passi per l’amore mai sopito di qualcuno che non parlava, ma le aveva regalato molto.
Uscì e ricordò con ansia il dedalo di viottoli percorsi all’arrivo; studiò la recinzione e sperò non fosse elettrificata, si arrampicò e la scavalcò. Il tonfo sul terreno seguì il rumore dello strappo: il giubbotto non era nuovo, ma faceva freddo, il buio lo circondava e il vento non si era stancato.
Raggiunse la statale e cercò invano di rimediare un passaggio. Trovò rifugio sotto la pensilina del bus, che si fece attendere solo venti minuti.
Vide sfilare la campagna e la periferia, i primi palazzi illuminati e i cartelloni pubblicitari, i cartelli del GRA con le uscite di vie note e storiche, le terme, il lungotevere. Luci e ombre si scambiavano i ruoli da protagonisti a ogni angolo.
Il mezzo lo lasciò a pochi decine di metri dall’hotel, lo stomaco reclamava il rifornimento meridiano e quello serale: fu accontentato con tre fette di pizza fredda, una Coca calda e una tazza di acqua sporca spacciata per caffè americano.
La notte non era così vecchia, Mario decise di stare in sua compagnia per qualche ora. Erano due sconosciuti che non avevano bisogno di parlare, volevano solo trascorrere qualche ora al cospetto della città che li ospitava.
Rientrò in albergo osservando i primi netturbini che rimediavano al disordine del vento, si gettò sul letto e staccò la spina dal mondo.

Il picchio aveva un nido lì vicino, era inopportuno e insistente. Si pentì di non avere mai imparato a maneggiare il fucile da caccia e tentò di rimediare avvolgendo la testa con due cuscini. Oltre a sentirsi un involtino di piume e cotone non aveva zittito il becco dell’uccello, che adesso articolava parole. Dandogli del lei.
-          Dottore, tutto bene?
Pausa.
Picchiettio.
-          Sono il portiere, mi sente?
Dallo zoo allo stadio.
Che voleva, temeva tirasse un rigore?
-          Chiedono di lei, una donna. Le dico di aspettare di sotto?
Okay, le frasi iniziavano ad avere una logica, i ricordi combaciavano.
-          Il suo telefono è staccato, che faccio? Mi risponda.
Vestito, sul letto, seguì il filo del telefono che si intrecciava con le gambe e terminava nella cornetta sotto le coperte. Inutile tentare di ricostruire i fatti.
Rassicurò l’avversario immaginario, preoccupato per il risultato, e disse che sarebbe sceso entro mezz’ora. Si presentò quarantacinque minuti dopo, venti dei quali passati a tamponare le tracce di un rasoio troppo affilato.
Moony lo osservò uscire dall’ascensore e guardarsi intorno con una certa sorpresa; la donna che l’aveva adottata sedeva al bancone del bar in compagnia di un caffè. Dallo schienale penzolava una grossa busta. La cagnolina sedeva a pochi passi e puliva il tappeto con la coda.
-          Buongiorno, fai colazione con me? - Mario tentò di sorridere a Susan.
-          Se non ti spicci perdi il treno - lei toccò l’orologio con l’indice.
-          Genova non è poi così lontana. Com’è il caffè?
-          Freddo, ma non è colpa sua. Sto tentando di rianimarlo a colpi di cucchiaino.
Trovare ironia dopo una brutta partita, per giunta finita con un pessimo risultato. Mario lo considerò un buon segno.
-          Non sprecare le forze, vediamo di recuperare nel bar di fronte.
-          Okay, ma copriti: fa ancora più freddo di ieri.
Gli porse la busta.
-          Il portiere mi ha detto che il tuo giubbotto aveva perso qualche battaglia, mi sono permessa di rimediare.
-          Cos’è, un indennizzo per ieri? Ti assicuro che…
Susan stese la mano, uno stop senza equivoci.
-          Il souvenir di un weekend difficile, per scaldarti dal freddo del suo ricordo. E un piccolo ringraziamento per ieri.
Prese in braccio Moony, che cercava di divincolarsi, e la avvicinò a Mario.
-          È uno spirito libero, non ama le costrizioni. Accarezzala, niente paura.
Pinozzi allungò la mano verso la testa, si fermò e lisciò il collo della bestiola. Questa si protese in avanti e gli leccò volto e collo.
-          Le ferite, mi sono rovinato.
-          L’odore di Mario, le piace. Mai pensato a un cane?
-          Mmhhh, ho un contratto con la solitudine. Talvolta mi concedo deroghe, ma chi firma con me straccia le carte in breve tempo.
Per il tempo di un sospiro sul viso di Susan tornò l’accoppiata rosso-bianco di labbra e sorriso.
-          Messa così mi sembra una versione moderna del Dottor Faust.
-          Nessun patto con il diavolo, giuro. Ma vivo nel disordine e mi caccio nei guai, una vita ad alta intensità.
-          Come quella di un cane, loro vivono pochi anni e lo fanno al massimo.
-          E come condividono questo con gli umani? Con il loro linguaggio non verbale? Annusandoli?
-          Certo, ma anche mettendosi ai tuoi piedi e dormendo con te. Correndo a salutarti quando torni e guardandoti senza abbaiare. Ma è possibile solo se ha fiducia in te: quando succede sarà per la vita.
Mario rimase qualche attimo con il regalo tra le mani, le parole che si mescolavano: vita, fiducia, linguaggio, coppia…amore. E la morte a scombinare le carte, interrompere la partita ancora una volta: Milano, Carrara, Genova, Bari, Pisa e ora Roma. Si sentiva una sorta di autista della signora con la falce: ovunque andasse se la portava dietro. O era il suo “senso per i guai” che lo portava da lei. Comunque fosse tornava a casa con un’altra dose di sporcizia negli anfratti dell’anima, pronto a sfidare quella signora affamata di vite nel campo a lui congeniale.
-          Ehi, ci sei ancora? - Susan lo guardava obliquo, versione umana di Moony.
-          Deve essere questo giubbotto, forse emana qualche incantesimo pagano.
-          Si, il virus di Porta Portese!
Ora ti lascio andare, ma devi togliermi una curiosità.
-          Spara, hai solo un colpo.
-          Che ci facevi da Sandra? Di certo non volevi adottare un cane.
Mario si accarezzò il mento, liscio. Non era una cosa abituale.
-          Vorrei dirti che avevo fiutato qualcosa, ma il litigio tra Romolo e Sandra sul treno era casuale. Con lei ho avuto una conversazione pacata di pochi minuti e…niente, solo pura e semplice curiosità.
-          Il fascino di una donna di mezza età.
-          Non è il mio genere, fidati. Piuttosto il mondo che difendeva, non ho mai pensato all’altra faccia della medaglia. La differenza tra padrone e proprietario di cane, gestire una bestia che ti si affida, dipende da te.
-          E cosa porti a casa, a parte il mio splendido regalo?
Altra grattata di mento, poi capelli e sistemata agli occhiali.
-          Confusione, non riesco a rispondere ora. Ci penserò durante il viaggio e credo anche dopo: troppa gente diversa intorno a quel mondo. Trafficanti con pochi o nessuno scrupolo, un uomo che non parla ma aveva il suo tornaconto, la paladina dei cani abbandonati pronta a far sbranare un uomo. E una killer, o due, che si pente grazie al ricordo del suo cucciolo. Troppo caos, devo ragionarci.
-          Ehi, non dimentichi qualcuno? - Susan, imbronciata, diede una spinta al medico.
-          Giusto, Moony: una bambina con tanta voglia di vivere.
E la sua padrona, ops…mamma?
Dopo essere finita al tappeto si è rialzata e ha perso solo ai punti.
Il mio consiglio? Cambiare allenatore e continuare a combattere, ricordando che non è sola.
Le sfiorò la guancia con la mano. Moony abbaiò ed ebbe anch’essa la giusta razione di coccole.
-          Adesso meglio che vada a mettere gli stracci nel trolley e chiami un taxi. Ciao ragazze.
Mario indossò il giubbotto, le maniche erano lunghe, ma era piacevolmente caldo. Iniziò a stemperare il gelo entrato il giorno precedente.
Salendo le scale credette di avere udito un mugolio di Moony, o il cigolio di una porta.
Chissà.
Imprecò a bassa voce contro il vento romano, erano certamente merito suo le  lacrime che si stavano formando. Solo una fastidiosa irritazione.

1 commento:

  1. Ancora un saluto a tutti i lettori di Mario: se vi è piaciuto vi invito a leggere la storia dove "nasce": un romanzo che si dipana tra Genova, Milano e la Grecia. La ricerca di una seconda occasione, il ricordo di due splendidi occhi.
    http://www.ereticaedizioni.it/prodotto/marco-moretti-occhi-dal-passato/

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