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domenica 19 luglio 2026

COMING OUT

 

di De Pedro Giovanni


Pensavo, quando fare coming out in famiglia? Natale no, si rovinano le feste; Pasqua idem; prima di un colloquio di lavoro? No, se poi va male diranno che non l’ho passato perché sono gay! Lo farò al pranzo domenicale!

- Mamma, papà, devo dirvi una cosa importante -

Mia madre dalla cucina mi risponde: - Un attimo che metto le lasagne in forno e sono da te – Mio padre fa solo un cenno dal divano, come per dire – Parla -, mentre legge il quotidiano.

Arrivando in soggiorno e pulendosi le mani nel grembiule, mia madre si mette pronta ad ascoltare.

- Mamma, papà, sono omosessuale – mia madre rimane a bocca aperta e meno male che aveva già infornato la teglia, altrimenti sarebbe caduta sul pavimento e sarebbe stato un lutto, come perdere un parente stretto.

- Mario, Mario, hai sentito? Nostro figlio è uomosessuale -

Mio padre con la sua solita flemma e abbassando il giornale risponde:

- Che nostro figlio fosse un uomo lo sapevo e, immaginavo anche che facesse sesso, ma si dice omosessuale, se fosse stato femmina cosa sarebbe stato donnasessuale? -

- Ecco, sempre a correggermi. Tu sei laureato, io ho fatto solo le scuole dell’obbligo – risponde mia madre.

- Per fortuna ti hanno obbligato, sennò come saremmo messi!? -

- Simpatico – dice mia mamma, rivolta a mio padre – Ma cosa vuol dire? -

- Maria, vuol dire che nostro figlio è come quella verdura che ti piace tanto gratinata -

- Il nostro ragazzo è un cavolfiore? -

- Nooo, è un finocchio, gli piacciono gli uomini -

- Ah allora, anziché una fidanzata ci presenterai il fidanzato? -

- Sì, mamma- dico perplesso di quella reazione pacata.

- Speriamo non sia ciliaco, avrei problemi a presentargli le mie lasagne -

- Questo sarebbe una salvezza per il malcapitato – interviene mio padre e, spuntando per l’ennesima volta dal giornale con le pagine rosa, continua – speriamo gli piaccia il calcio e che sia interista. Non portarmi in casa un milanista! -

- Speriamo che non sia vegetariano, altrimenti non potrebbe mangiare il mio arrosto – ribatte la mamma.

- Sarebbe una seconda salvezza per il futuro genero – dice mio padre – milanista e vegetariano sarebbe un mix letale per me. A ferragosto non voglio fare la griglia a un rossonero soltanto con le verdurine -

  • A quel punto rimango basito e dico: - Ma pensate solo al cibo e al calcio, credevo che vi sareste sorpresi! -

- Sorpreso no, l’avevo già immaginato -

Mia madre stupita dice: - Come lo sapevi e non me lo hai mai detto? –

 

- Cosa dovevo dirti, si capiva. Ti ricordi quel Natale che gli regalammo Big Jim?-

- Certo, mi chiese quando gli avremmo comprato la Barbie, pensavo volesse fare una coppia innamorata! - lo dice dandomi un pizzicotto sulla guancia, come si fa ai bambini.

- Voleva cambiare i vestitini alla Barbie, Maria. E quando volevo giocasse a calcio? Ci disse che voleva andare a fare un corso di musical – continua mio papà.

- Era bravissimo, mentre ballava e cantava in mezzo a quelle dieci bambine e, lui, il solo ragazzino. -

- Appunto, l’unico maschietto! E ti ricordi quando non voleva mangiare la pasta e, tu, gli dicevi “Se non la mangi chiamo l’uomo nero”? Non la mangiava, aspettava l’uomo nero! -

- Uhh – urla meravigliata mia mamma – dovevo capirlo quando eravamo a comprare il copridivano e mi disse che gli piaceva quello color fucsia. Tu, Mario, non diresti mai “color fucsia”, non è da etero, e tu lo sei, vero Mario? -

Mio padre si alza e dice: - Vuoi l’ennesima prova? -

Intervengo prima che la cosa degeneri: - Papà, mamma, tollero tutto ma non queste cose davanti a me -

- Hai ragione – ribatte mio padre dandomi una pacca sulla spalla, da vero uomo – Andiamo a mangiare -

- Sì – dice la mamma – andiamo bambino mio -

- Bambino? - risponde il papà – ma se ha quarantatre anni! -

Sollevato da quel peso, mi siedo a tavola coi miei genitori e mi mangio due piatti di lasagne perché, per me, sono le migliori del mondo, nonostante quello che dice mio padre, che intanto, sta mangiando, anche lui, la seconda porzione.

domenica 12 luglio 2026

Carla di Viviana Gabrini

 (di Viviana Gabrini)



 

Un “seconda scesa”. Carla guarda l'uomo davanti a sé: oramai lo conosce, sa che quel “seconda scesa” che le sta chiedendo sta a significare un caffè fatto con gli avanzi dei fondi dell'espresso  precedente. Un brodino di poco sapore e poco aroma, ma gratis, perché l'uomo non si può permettere di spicciare un euro per un sorso decente.

mercoledì 8 luglio 2026

Dillo a papà

Vorrei ricordare Carla Spinella che ci ha lasciato 

riproponendo l'articolo scritto da Sandra Romanelli

(Mimma Zuffi)

 Intervista e recensione a cura di Sandra Romanelli


Dillo a papà - Editore: Ass. Cult. TraccePerLaMeta

La storia è reale, assicura l'autrice, ma ha attraversato il tempo colorata di leggenda. Oggi, a pensarci, appare tramata di sogni d'amore e di malvagità inconcepibili, conclusa nel sangue e funestata dal dolore immeritato e dalla morte precoce di chi l'ha vissuta, e, vivendola, ha rivelato al mondo il buio che si può celare anche nell'anima più candidamente nata alla luce, se stravolta da circostanze e persone indecenti.

domenica 5 luglio 2026

Festival AG NOIR e Marco Moretti

 

(a cura di Mimma Zuffi)

Chi fosse in vacanza da quelle parti può andare a conoscere Marco Moretti, scrittore (e medico) già noto ai lettori di sognaparole, e avere una sua dedica.


99

domenica 28 giugno 2026

Il bottone rosa

 (di Giovanna Rotondo Stuart) 




Michele non aveva voluto nessuno alla stazione, non gli piacevano le scene patetiche. Andava solo al Nord.  A Milano!
Il treno era partito con il solito ritardo, ma a lui proprio non importava. Si era seduto all’unico posto vuoto del suo vagone, il suo, vicino alla porta del corridoio.
Di striscio, dall’altra parte,  verso il finestrino, aveva notato una ragazza che, a prima vista, sembrava non avere ancora vent’anni. Non si era preoccupato di guardare gli altri passeggeri. Se n’era uscito dallo scompartimento poco tempo dopo.


lunedì 22 giugno 2026

I POMODORI

 (di Mimma Zuffi)


Antico come la fame, il pomodoro arriva dall'America per soddisfarla nel modo più povero e saporito. Ma, prima di condire una pastasciutta, ha lenito ferite, acceso cuori, ornato corsetti e scritto persino un pezzettino di Rivoluzione.


I POMODORI: oggi sono in tavola tutto l'anno: rossi, soprattutto sodi, si fanno in insalata, più maturi condiscono la pasta; verdi e… immaturi diventano ottimi sott'aceto. Insomma, i pomodori sono buoni in tutte le salse, e poi sono ricchissimi di vitamine.

venerdì 19 giugno 2026

Il risveglio

 (di Giovanna Rotondo)



L’odore che emanava era terribile. Non si respirava quasi. Pensò al medioevo, ai miasmi di allora: a quei tempi esseri umani, animali, rifiuti di ogni tipo e quant’altro vivevano in piena promiscuità. “Ma cosa avete portato. Un pezzo di fogna?” si rese conto che era una cosa seria quando lo vide sulla barella. Due poliziotti controllavano le operazioni di soccorso.

“E’morto?”
“Sembra di no. Ma lo sarà a breve se non fate qualcosa subito”.
Donata Rosci guardava l’uomo, in posizione fetale, immerso nei suoi escrementi da più e più giorni. Gli occhi sigillati dalle croste, capelli e barba incolti, in uno stato di sporcizia totale.  Cachettico. Sembrava già in preda ai vermi… Bisognava idratarlo ancor prima di pulirlo, rischiava di morire nel frattempo: c’era il pericolo di un blocco renale! Gli disinfettò lei stessa le braccia per le flebo, inserì gli aghi. Preparò ogni cosa con estrema cura, avvertendo tutta la responsabilità delle sue azioni. Gli guardò gli occhi, le croste erano spesse, purulente. Ed era pieno di piaghe, dovevano fare attenzione alle infezioni. Inserì degli antibiotici nella flebo. Fece dei prelievi di sangue da mandare in laboratorio. E proseguì con una prima, accurata disinfezione e pulizia degli occhi. Se avesse superato le prossime ore, avrebbero potuto pulirlo e cambiarlo, sarebbe stato difficile curarlo, altrimenti. Era la seconda volta che pensava “se”. Fu presa dalla nausea e dovette uscire: “Per fortuna è una notte tranquilla”, pensò. Accadeva di rado. “Chissà chi è e come ha fatto a ridursi così o chi l’ha ridotto così”. Avrebbe voluto sapere, ma preferì non chiedere. Non ancora. Era tempo di consultare i colleghi nei reparti e sentire la loro opinione: queste prime ore di cure sarebbero state fondamentali. Donata parlò personalmente con i medici di guardia in nefrologia e in medicina, presenti per il turno di notte, chiese loro di venire al più presto alla rianimazione del PS per un codice rosso. Il gruppo, dopo essersi consultato, decise che bisognava continuare con le flebo e verificare spesso le funzioni renali, che potrebbero essere state compromesse dall’assenza di liquidi. Si poteva procedere a una disinfezione e medicazione delle piaghe dell’uomo, prima di spostarlo in un altro reparto. Donata guardò l’ora, era mezzanotte: bisognava rapargli barba e capelli il più possibile, erano infestati da parassiti. Tagliare gli indumenti che aveva indosso e rimuoverli cercando di non strappargli pezzi di pelle. Continuare con la terapia antibiotica via flebo, la reidratazione e nutrizione sempre via flebo e… sperare!
La dottoressa, insieme al personale ausiliario, si prodigò al massimo: passò la soluzione disinfettante sulle piaghe per rimuovere gli indumenti, diverse volte. Con delicatezza. L’uomo era pelle e ossa, non c’era più niente, solo organi e pelle! Lo girarono pian piano sull’altro lato e rifecero le stesse operazioni. Albeggiava, Donata era sfinita ma contenta: si era affezionata a quel povero essere indifeso che giaceva come un infante. Aveva eseguito con scrupolo tutto quanto era possibile per rimediare al danno da lui subito. Di positivo c’era che l’uomo era ancora vivo: era stato bonificato, coperto da un lenzuolo pulito e presto sarebbe stato trasferito in reparto. Non puzzava più!  Sarebbe tornata a trovarlo al ritorno in servizio. Si chinò a guardarlo con attenzione, quasi volesse ricordarsi del suo viso, dei suoi lineamenti e fu allora che lo udì bisbigliare parole incomprensibili: le sembrò di sentire il nome di una donna o fu solo la sua immaginazione? Il mormorio non era chiaro e non aveva senso logico. Donata provò a fargli delle domande:
“Come si chiama? Sa dirmi chi è?” ma non ci fu risposta.
Prima di staccare dal turno, volle sapere la storia al funzionario di polizia che nel frattempo era venuto a chiederle come stava:
“Difficile dirlo… sono ottimista, c’è stato il tentativo di pronunciare alcune parole, un tentativo meccanico, incomprensibile, non ha ancora ripreso conoscenza: è presto per sciogliere la prognosi. Le prossime ore saranno decisive. Posso sapere qualcosa di lui?”.
Il funzionario raccontò che l’avevano trovato per caso nell’Interland Milanese. Erano all’inseguimento di alcuni spacciatori. Cercavano una consistente partita di droga e setacciavano qualsiasi nascondiglio: siepi, sassi tutto ciò che potesse servire allo scopo. Uno dei cani, raspando il terreno, aveva mosso un piccolo oggetto luccicante: un gemello da polso, molto bello, con delle iniziali, un oggetto strano per quei luoghi! Avevano cominciato a battere il territorio intorno palmo a palmo: ogni siepe, arbusto, finché, sempre per caso, si erano trovati nei pressi di un casupola bassa resa invisibile dalla sterpaglia, senza finestre, solo una grata, per l’aria. Ideale per nascondere della merce. Avevano chiesto rinforzi e tirato giù una pesante porta di legno, chiusa da due robusti catenacci: uno in alto e uno in basso. E lì la scena indescrivibile, il resto lo sapeva. Avevano molti indizi e pochi dubbi sull’identità dell’uomo. Si trattava di un imprenditore sequestrato un paio di mesi prima e di cui si era perso il contatto: Antonio R. La famiglia era già stata allertata. Donata era giunta alla fine del suo turno. Più che un turno era stato un viaggio, ma non voleva andar via. Aveva davanti agli occhi il viso dell’uomo, un cenno di sorriso agli angoli della bocca, quasi sognasse. Chiese al collega di tenerla informata sugli sviluppi della situazione del malato e di comunicarle un suo eventuale trasferimento presso altri ospedali.

Non aveva ancora aperto gli occhi. Ma era da tempo che sentiva la vita intorno a sé. Aveva avvertito lacrime, bisbigli, parole, carezze. Voci ovattate, sussurrate, tenere. Prima o poi avrebbe dovuto arrendersi al mondo là fuori, guardarlo… guardarsi. Sapeva chi era, cosa gli era accaduto e immaginava di sapere dov’era, ma non voleva parlare, non ora, non ancora: non voleva rispondere a domande, raccontare.
Aveva bisogno di solitudine, doveva capire tutte le sensazioni che sentiva dentro di sé, confrontarsi con quella persona nuova, sconosciuta, diversa, che era in lui. Una persona nuova, nata in ore di solitudine e sofferenza. Qualcuno gli toccò la mano, il polso, lievemente. Lui socchiuse gli occhi appena, appena. Vide un camice bianco. Lei gli sorrise:
“Buongiorno. Vedo che sta meglio. Sono Donata Rosci. Ero di guardia al Pronto Soccorso quando l’hanno portata qualche giorno fa. So che è vigile da qualche tempo, non si preoccupi di parlare. Sono entrata un momento per vedere come sta…”
Aveva un timbro di voce che avrebbe voluto ascoltare a lungo, il suo primo contatto dopo tanti giorni terribili, ne rimase avvolto, conquistato. Se ne stette con gli occhi socchiusi a guardarla. “Non vada via, La prego”, sussurrò.
“Non si affatichi a parlare. Lo faccia piano. Potrebbe causarle molta sofferenza”.
“Sì, ma non per gli ultimi avvenimenti. Non sono quelli i più terribili. Quelli potrò raccontarli”, chiuse gli occhi, un’espressione di dolore gli incrinò volto. I suoi pensieri erano lucidi. Donata gli strinse la mano, gliel’accarezzò. Capiva le sue parole, il desiderio di manifestare a qualcuno, a se stesso, il suo tormento per ciò che era stato ma, soprattutto,  la persona nuova che era in lui. Stava meglio, non era più in pericolo di vita, aveva davanti una lunga convalescenza, nel corpo e nello spirito:
“Vieni ancora a trovarmi, ti prego” e tacque.
Lei gli accarezzò la mano e gli sfiorò, il viso. Si vive una vita con gli altri, si parla con loro per abitudine, senza comprendersi poi, un giorno, avviene che s’incontra uno sconosciuto di cui si sa tutto, senza parlare. Indugiò qualche istante prima di lasciarlo. “A volte, gli istanti valgono una vita intera”, si disse.

“Novità? Ha ripreso conoscenza?”
“Non in mia presenza. Il medico assicura che ha momenti di lucidità. Presto lo aiuteranno ad alzarsi e ad alimentarsi autonomamente. Dovrà andare in dialisi, ma non è detto che ci debba rimanere tutta la vita. Ho parlato con il funzionario di polizia, mi ha fatto vedere un gemello con le iniziali: era il suo! L’hanno trovato nei pressi di una casupola del milanese, per pura coincidenza; deve averlo smarrito mentre lo trasportavano. Se non avessero trovato il bottone e acuito le indagini nella zona, non l’avremmo più rivisto vivo. Sembra che i sequestratori l’avessero abbandonato o  fossero fuggiti, benché siano  solo supposizioni,”.
L’avevo tolto mentre mi trasportavano, non ero del tutto cosciente e non speravo che ce l’avrei fatta a farlo cadere. Dal suo sonno veglia, Antonio seguiva brani di conversazione, era ancora molto debole e non riusciva a rimanere presente a lungo.
“Ho bisogno di parlarti, Sara. Ho bisogno di parlare con te una volta per tutte, dobbiamo decidere. Sono contento che l’abbiano trovato, il pensiero di lui mi torturava giorno e notte”,  la voce di Dario era incrinata, stanca, quasi disperata.
“Non adesso, non qui. Potrebbe aprire gli occhi da un momento all’altro. Lo faremo nei termini che vorrai appena lui si sarà ristabilito del tutto. Ricorda che io non ti ho mai promesso nulla. Non ho mai illuso le tue aspettative”,  il tono di lei non ammetteva repliche. “Mi hanno anche chiesto che cosa so del suo sequestro e le ragioni per cui abbiamo aspettato più giorni, prima di denunciare la sua scomparsa. Ho risposto che non so nulla più di quanto dichiarato e mi sono affidata a te per qualsiasi decisione” Dario non commentò.
Sara si era sempre adeguata alle situazioni, non aveva mai tentato di discutere: bella e all’apparenza fredda! Chissà se avesse mai avuto il desiderio di un’altra vita.
Si appisolò di nuovo, per svegliarsi senza sapere quanto tempo fosse intercorso tra prima e adesso. C’era qualcuno nella stanza, socchiuse appena gli occhi, tuttavia non si preoccupò di guardare chi fosse. Sentì una voce maschile che diceva:
“E’ tempo che incominci a muoversi. E’ necessario capire il suo stato. Tra oggi e domani l’aiuteremo ad alzarsi e tenteremo di parlare con lui” non era la voce di Dario.
Chissà se Cristina è stata qui… non importa se non viene. Spero di stare con lei quando sarò ritornato a casa… A casa? Ma è ancora la mia casa? No, non tornerò a vivere nel passato…  E si riassopì con quel pensiero.

https://giovannarotondo.wordpress.com

martedì 16 giugno 2026

Giustizia per l'opera di Orlando Sora al Teatro della Società di Lecco

(a cura di Giovanna Rotondo)



In passato abbiamo parlato di Orlando Sora, un grande della pittura italiana. Ora vogliamo portare all'attenzione dei nostri lettori quanto sta succedendo:

Una bellissima foto di Orlando Sora che dipinge la volta al Teatro della Società, si può vedere quanto vicino è stato all’amianto e quante particelle sollevava mentre dipingeva. Particelle che respirava e inghiottiva. Ma questo appartiene al passato.

lunedì 15 giugno 2026

LA MONETA DI AKRAGAS

    (di Mimma Zuffi)              

La moneta di Akragas


Andrea Camilleri, con il suo  romanzo storico intitolato “La moneta di Akragas” (edizioni Skira), è stato nella classifica dei libri più venduti.


Camilleri è stato ed è uno degli scrittori italiani di maggior successo. Tuttavia, per molto tempo, fu  un settantenne non molto noto che aveva scritto alcuni romanzi storici, tra cui l’intrigante “Il birraio di Preston”.

Nel 1994 crea il commissario Montalbano. Non era sua intenzione scrivere più di un paio di romanzi con Montalbano protagonista, ma il secondo (“Il cane di terracotta”) fu accolto da critici e lettori con un tale successo da convincerlo a proseguire con le storie del commissario più noto d’Italia.

In questo suo nuovo romanzo storico, “La moneta di Akragas” lo scrittore fa riposare Montalbano e, con abilità linguistico-letteraria, ci porta nella sua Sicilia usando la tecnica di piani temporali diversi.

La storia comincia nel 406 a.C. quando Akragas (l’antica Agrigento) soccombe all’assedio dei Cartaginesi. Kalebas, un mercenario al servizio di Akragas e agli ordini dello spartano Deixippo, riesce a scampare all’eccidio portando con sé un sacchetto con 38 monete. La morte è comunque in agguato. Dopo tre giorni di agonia, a seguito di un morso di vipera, Kalebas muore, non prima di aver scagliato lontano le 38 monete.

Nel secondo capitolo l’autore ci porta nel dicembre 1909 e ci fa incontrare il dottor Stefano Gibilano che durante una delle sue visite in campagna incontra Cosimo Cammarota, un contadino che gli dice, infilandosi una mano in tasca, “Aio ‘na cosa che ti voglio arrigalari”.

Nel terzo capitolo si torna indietro di un anno. “Quasi duemilacentosettant’anni dopo Akragas, un’altra città siciliana venne distrutta dalle fondamenta. Ma stavolta si tratta si cause naturali.” La città è Messina, la sua distruzione è causata da un violento terremoto. Grazie al sisma torna alla luce una piccola moneta d’oro: un’antica moneta di Akragas, forse appartenuta a Kalebas. La moneta, tuttavia, è destinata a lasciare l’Italia. Infatti i rapporti tra Italia e Russia erano ottimi; Vittorio Emanuele e lo Zar erano accomunati dall’amore per la numismatica, e la flotta russa era nei pressi della costa!

 


Terremoto di Messina, 28 dicembre 1908 - La Prefettura distrutta

La spiegazione è questa - secondo il dottor Gibilaro, appunto - che la moneta stia esprimendo la sua volontà di non riapparire al mondo, di tornarsene nuovamente dentro quella terra dalla quale un giorno l’hanno tirata fuori. E comunque, in linea subordinata, di non andare mai, per nessuna ragione, a finire nella sua povera collezione. È come se un’imperatrice si rifiutasse giustamente di abitare in una stamberga.”

La moneta a questo punto diventa soggetto, strumento, protagonista di eventi che possono risultare negativi o positivi, dipende da chi la possiede. Tra le varie vicissitudini  viene rubata, e a questa sparizione si collega anche un omicidio.

 



Moneta di Akragas, 407-406 a.C., recto e verso - Oro, Ø mm 13 - 1,74 gr - Londra, British Museum

Quindi, già dalle prime righe Camilleri riesce a proiettare il lettore nel contesto della narrazione e la trama si snoda piacevolmente.

Un altro successo per questo prolifico scrittore!

 

 




 

 

martedì 9 giugno 2026

HO FATTO TUTTO BENE



di VIVIANA E. GABRINI

 


Sprofondato   nel   lettino   dell'ospedale,   il   corpo   di   Pina   appare   fragile   e   inerme:   fili   e   tubicini sembrano attraversarlo, mentre una mascherina le copre parzialmente il viso.