(di Mimma Zuffi)
Andrea Camilleri, con il suo romanzo storico intitolato “La moneta di Akragas” (edizioni Skira), è stato nella classifica dei libri più venduti.
!-- Menù Orizzontale con Sottosezioni Inizio -->
(di Mimma Zuffi)
Andrea Camilleri, con il suo romanzo storico intitolato “La moneta di Akragas” (edizioni Skira), è stato nella classifica dei libri più venduti.
(a cura di Mimma Zuffi)
Esce per Calibano Editore "Noi e le altre. Storie di donne che non
chiedono permesso", una ricca e coraggiosa antologia di racconti ideata e
curata da Viviana E. Gabrini che riunisce ventisei voci femminili, diverse per
generazione, stile narrativo, provenienza geografica e sensibilità artistica.
di De Pedro Giovanni
Pensavo, quando fare coming out in famiglia? Natale no, si
rovinano le feste; Pasqua idem; prima di un colloquio di lavoro? No, se poi va
male diranno che non l’ho passato perché sono gay! Lo farò al pranzo
domenicale!
- Mamma, papà, devo dirvi una cosa importante -
Mia madre dalla cucina mi risponde: - Un attimo che metto le
lasagne in forno e sono da te – Mio padre fa solo un cenno dal divano, come per
dire – Parla -, mentre legge il quotidiano.
Arrivando in soggiorno e pulendosi le mani nel grembiule,
mia madre si mette pronta ad ascoltare.
- Mamma, papà, sono omosessuale – mia madre rimane a bocca
aperta e meno male che aveva già infornato la teglia, altrimenti sarebbe caduta
sul pavimento e sarebbe stato un lutto, come perdere un parente stretto.
- Mario, Mario, hai sentito? Nostro figlio è uomosessuale -
Mio padre con la sua solita flemma e abbassando il giornale
risponde:
- Che nostro figlio fosse un uomo lo sapevo e, immaginavo
anche che facesse sesso, ma si dice omosessuale, se fosse stato femmina cosa
sarebbe stato donnasessuale? -
- Ecco, sempre a correggermi. Tu sei laureato, io ho fatto
solo le scuole dell’obbligo – risponde mia madre.
- Per fortuna ti hanno obbligato, sennò come saremmo messi!?
-
- Simpatico – dice mia mamma, rivolta a mio padre – Ma cosa
vuol dire? -
- Maria, vuol dire che nostro figlio è come quella verdura
che ti piace tanto gratinata -
- Il nostro ragazzo è un cavolfiore? -
- Nooo, è un finocchio, gli piacciono gli uomini -
- Ah allora, anziché una fidanzata ci presenterai il
fidanzato? -
- Sì, mamma- dico perplesso di quella reazione pacata.
- Speriamo non sia ciliaco, avrei problemi a presentargli le
mie lasagne -
- Questo sarebbe una salvezza per il malcapitato –
interviene mio padre e, spuntando per l’ennesima volta dal giornale con le
pagine rosa, continua – speriamo gli piaccia il calcio e che sia interista. Non
portarmi in casa un milanista! -
- Speriamo che non sia vegetariano, altrimenti non potrebbe
mangiare il mio arrosto – ribatte la mamma.
- Sarebbe una seconda salvezza per il futuro genero – dice
mio padre – milanista e vegetariano sarebbe un mix letale per me. A ferragosto
non voglio fare la griglia a un rossonero soltanto con le verdurine -
- Sorpreso no, l’avevo già immaginato -
Mia madre stupita dice: - Come lo sapevi e non me lo hai mai
detto? –
- Cosa dovevo dirti, si capiva. Ti ricordi quel Natale che
gli regalammo Big Jim?-
- Certo, mi chiese quando gli avremmo comprato la Barbie,
pensavo volesse fare una coppia innamorata! - lo dice dandomi un pizzicotto
sulla guancia, come si fa ai bambini.
- Voleva cambiare i vestitini alla Barbie, Maria. E quando
volevo giocasse a calcio? Ci disse che voleva andare a fare un corso di musical
– continua mio papà.
- Era bravissimo, mentre ballava e cantava in mezzo a quelle
dieci bambine e, lui, il solo ragazzino. -
- Appunto, l’unico maschietto! E ti ricordi quando non
voleva mangiare la pasta e, tu, gli dicevi “Se non la mangi chiamo l’uomo
nero”? Non la mangiava, aspettava l’uomo nero! -
- Uhh – urla meravigliata mia mamma – dovevo capirlo quando
eravamo a comprare il copridivano e mi disse che gli piaceva quello color
fucsia. Tu, Mario, non diresti mai “color fucsia”, non è da etero, e tu lo sei,
vero Mario? -
Mio padre si alza e dice: - Vuoi l’ennesima prova? -
Intervengo prima che la cosa degeneri: - Papà, mamma,
tollero tutto ma non queste cose davanti a me -
- Hai ragione – ribatte mio padre dandomi una pacca sulla
spalla, da vero uomo – Andiamo a mangiare -
- Sì – dice la mamma – andiamo bambino mio -
- Bambino? - risponde il papà – ma se ha quarantatre anni! -
Sollevato da quel peso, mi siedo a tavola coi miei genitori e mi mangio due piatti di lasagne perché, per me, sono le migliori del mondo, nonostante quello che dice mio padre, che intanto, sta mangiando, anche lui, la seconda porzione.
(di Viviana Gabrini)
Un “seconda scesa”. Carla guarda
l'uomo davanti a sé: oramai lo conosce, sa che quel “seconda scesa” che le sta
chiedendo sta a significare un caffè fatto con gli avanzi dei fondi
dell'espresso precedente. Un brodino di
poco sapore e poco aroma, ma gratis, perché l'uomo non si può permettere di
spicciare un euro per un sorso decente.
Vorrei ricordare Carla Spinella che ci ha lasciato
riproponendo l'articolo scritto da Sandra SR Romanelli
(Mimma Zuffi)
Intervista e recensione a cura di Sandra Romanelli
![]() |
| Dillo a papà - Editore: Ass. Cult. TraccePerLaMeta |
(a cura di Mimma Zuffi)
Chi fosse in vacanza da quelle parti può andare a conoscere Marco Moretti, scrittore (e medico) già noto ai lettori di sognaparole, e avere una sua dedica.
(di Giovanna Rotondo Stuart)
(di Mimma Zuffi)
Antico come la fame, il pomodoro arriva dall'America per soddisfarla nel modo più povero e saporito. Ma, prima di condire una pastasciutta, ha lenito ferite, acceso cuori, ornato corsetti e scritto persino un pezzettino di Rivoluzione.
(di Giovanna Rotondo)
L’odore
che emanava era terribile. Non si respirava quasi. Pensò al medioevo, ai miasmi
di allora: a quei tempi esseri umani, animali, rifiuti di ogni tipo e
quant’altro vivevano in piena promiscuità. “Ma cosa avete portato. Un pezzo di
fogna?” si rese conto che era una cosa seria quando lo vide sulla barella. Due
poliziotti controllavano le operazioni di soccorso.
“E’morto?”
“Sembra di no. Ma lo sarà a breve se non fate qualcosa subito”.
Donata Rosci guardava l’uomo, in posizione fetale, immerso nei suoi escrementi
da più e più giorni. Gli occhi sigillati dalle croste, capelli e barba incolti,
in uno stato di sporcizia totale. Cachettico. Sembrava già in preda ai
vermi… Bisognava idratarlo ancor prima di pulirlo, rischiava di morire nel
frattempo: c’era il pericolo di un blocco renale! Gli disinfettò lei stessa le
braccia per le flebo, inserì gli aghi. Preparò ogni cosa con estrema cura,
avvertendo tutta la responsabilità delle sue azioni. Gli guardò gli occhi, le
croste erano spesse, purulente. Ed era pieno di piaghe, dovevano fare
attenzione alle infezioni. Inserì degli antibiotici nella flebo. Fece dei
prelievi di sangue da mandare in laboratorio. E proseguì con una prima,
accurata disinfezione e pulizia degli occhi. Se avesse superato le prossime
ore, avrebbero potuto pulirlo e cambiarlo, sarebbe stato difficile curarlo,
altrimenti. Era la seconda volta che pensava “se”. Fu presa dalla nausea e
dovette uscire: “Per fortuna è una notte tranquilla”, pensò. Accadeva di rado.
“Chissà chi è e come ha fatto a ridursi così o chi l’ha ridotto così”. Avrebbe
voluto sapere, ma preferì non chiedere. Non ancora. Era tempo di consultare i
colleghi nei reparti e sentire la loro opinione: queste prime ore di cure
sarebbero state fondamentali. Donata parlò personalmente con i medici di
guardia in nefrologia e in medicina, presenti per il turno di notte, chiese
loro di venire al più presto alla rianimazione del PS per un codice rosso. Il
gruppo, dopo essersi consultato, decise che bisognava continuare con le flebo e
verificare spesso le funzioni renali, che potrebbero essere state compromesse
dall’assenza di liquidi. Si poteva procedere a una disinfezione e medicazione
delle piaghe dell’uomo, prima di spostarlo in un altro reparto. Donata guardò
l’ora, era mezzanotte: bisognava rapargli barba e capelli il più possibile,
erano infestati da parassiti. Tagliare gli indumenti che aveva indosso e
rimuoverli cercando di non strappargli pezzi di pelle. Continuare con la terapia
antibiotica via flebo, la reidratazione e nutrizione sempre via flebo e…
sperare!
La dottoressa, insieme al personale ausiliario, si prodigò al massimo: passò la
soluzione disinfettante sulle piaghe per rimuovere gli indumenti, diverse
volte. Con delicatezza. L’uomo era pelle e ossa, non c’era più niente, solo
organi e pelle! Lo girarono pian piano sull’altro lato e rifecero le stesse
operazioni. Albeggiava, Donata era sfinita ma contenta: si era affezionata a
quel povero essere indifeso che giaceva come un infante. Aveva eseguito con
scrupolo tutto quanto era possibile per rimediare al danno da lui subito. Di
positivo c’era che l’uomo era ancora vivo: era stato bonificato, coperto da un
lenzuolo pulito e presto sarebbe stato trasferito in reparto. Non puzzava più!
Sarebbe tornata a trovarlo al ritorno in servizio. Si chinò a guardarlo
con attenzione, quasi volesse ricordarsi del suo viso, dei suoi lineamenti e fu
allora che lo udì bisbigliare parole incomprensibili: le sembrò di sentire il
nome di una donna o fu solo la sua immaginazione? Il mormorio non era chiaro e
non aveva senso logico. Donata provò a fargli delle domande:
“Come si chiama? Sa dirmi chi è?” ma non ci fu risposta.
Prima di staccare dal turno, volle sapere la storia al funzionario di polizia
che nel frattempo era venuto a chiederle come stava:
“Difficile dirlo… sono ottimista, c’è stato il tentativo di pronunciare alcune
parole, un tentativo meccanico, incomprensibile, non ha ancora ripreso
conoscenza: è presto per sciogliere la prognosi. Le prossime ore saranno
decisive. Posso sapere qualcosa di lui?”.
Il funzionario raccontò che l’avevano trovato per caso nell’Interland Milanese.
Erano all’inseguimento di alcuni spacciatori. Cercavano una consistente partita
di droga e setacciavano qualsiasi nascondiglio: siepi, sassi tutto ciò che
potesse servire allo scopo. Uno dei cani, raspando il terreno, aveva mosso un
piccolo oggetto luccicante: un gemello da polso, molto bello, con delle
iniziali, un oggetto strano per quei luoghi! Avevano cominciato a battere il
territorio intorno palmo a palmo: ogni siepe, arbusto, finché, sempre per caso,
si erano trovati nei pressi di un casupola bassa resa invisibile dalla
sterpaglia, senza finestre, solo una grata, per l’aria. Ideale per nascondere
della merce. Avevano chiesto rinforzi e tirato giù una pesante porta di legno,
chiusa da due robusti catenacci: uno in alto e uno in basso. E lì la scena
indescrivibile, il resto lo sapeva. Avevano molti indizi e pochi dubbi
sull’identità dell’uomo. Si trattava di un imprenditore sequestrato un paio di
mesi prima e di cui si era perso il contatto: Antonio R. La famiglia era già
stata allertata. Donata era giunta alla fine del suo turno. Più che un turno
era stato un viaggio, ma non voleva andar via. Aveva davanti agli occhi il viso
dell’uomo, un cenno di sorriso agli angoli della bocca, quasi sognasse. Chiese
al collega di tenerla informata sugli sviluppi della situazione del malato e di
comunicarle un suo eventuale trasferimento presso altri ospedali.
Non
aveva ancora aperto gli occhi. Ma era da tempo che sentiva la vita intorno a
sé. Aveva avvertito lacrime, bisbigli, parole, carezze. Voci ovattate,
sussurrate, tenere. Prima o poi avrebbe dovuto arrendersi al mondo là fuori,
guardarlo… guardarsi. Sapeva chi era, cosa gli era accaduto e immaginava di
sapere dov’era, ma non voleva parlare, non ora, non ancora: non voleva
rispondere a domande, raccontare.
Aveva bisogno di solitudine, doveva capire tutte le sensazioni che sentiva
dentro di sé, confrontarsi con quella persona nuova, sconosciuta, diversa, che
era in lui. Una persona nuova, nata in ore di solitudine e sofferenza. Qualcuno
gli toccò la mano, il polso, lievemente. Lui socchiuse gli occhi appena,
appena. Vide un camice bianco. Lei gli sorrise:
“Buongiorno. Vedo che sta meglio. Sono Donata Rosci. Ero di guardia al Pronto
Soccorso quando l’hanno portata qualche giorno fa. So che è vigile da qualche
tempo, non si preoccupi di parlare. Sono entrata un momento per vedere come
sta…”
Aveva un timbro di voce che avrebbe voluto ascoltare a lungo, il suo primo
contatto dopo tanti giorni terribili, ne rimase avvolto, conquistato. Se ne
stette con gli occhi socchiusi a guardarla. “Non vada via, La prego”, sussurrò.
“Non si affatichi a parlare. Lo faccia piano. Potrebbe causarle molta
sofferenza”.
“Sì, ma non per gli ultimi avvenimenti. Non sono quelli i più terribili. Quelli
potrò raccontarli”, chiuse gli occhi, un’espressione di dolore gli incrinò
volto. I suoi pensieri erano lucidi. Donata gli strinse la mano, gliel’accarezzò.
Capiva le sue parole, il desiderio di manifestare a qualcuno, a se stesso, il
suo tormento per ciò che era stato ma, soprattutto, la persona nuova che
era in lui. Stava meglio, non era più in pericolo di vita, aveva davanti una
lunga convalescenza, nel corpo e nello spirito:
“Vieni ancora a trovarmi, ti prego” e tacque.
Lei gli accarezzò la mano e gli sfiorò, il viso. Si vive una vita con gli
altri, si parla con loro per abitudine, senza comprendersi poi, un giorno,
avviene che s’incontra uno sconosciuto di cui si sa tutto, senza
parlare. Indugiò qualche istante prima di lasciarlo. “A volte, gli istanti
valgono una vita intera”, si disse.
“Novità?
Ha ripreso conoscenza?”
“Non in mia presenza. Il medico assicura che ha momenti di lucidità. Presto lo aiuteranno
ad alzarsi e ad alimentarsi autonomamente. Dovrà andare in dialisi, ma non è
detto che ci debba rimanere tutta la vita. Ho parlato con il funzionario di
polizia, mi ha fatto vedere un gemello con le iniziali: era il suo! L’hanno
trovato nei pressi di una casupola del milanese, per pura coincidenza; deve
averlo smarrito mentre lo trasportavano. Se non avessero trovato il bottone e
acuito le indagini nella zona, non l’avremmo più rivisto vivo. Sembra che i
sequestratori l’avessero abbandonato o fossero fuggiti, benché siano
solo supposizioni,”.
L’avevo tolto mentre mi trasportavano, non ero del tutto cosciente e non
speravo che ce l’avrei fatta a farlo cadere. Dal suo sonno veglia,
Antonio seguiva brani di conversazione, era ancora molto debole e non riusciva
a rimanere presente a lungo.
“Ho bisogno di parlarti, Sara. Ho bisogno di parlare con te una volta per
tutte, dobbiamo decidere. Sono contento che l’abbiano trovato, il pensiero di
lui mi torturava giorno e notte”, la voce di Dario era incrinata, stanca,
quasi disperata.
“Non adesso, non qui. Potrebbe aprire gli occhi da un momento all’altro. Lo
faremo nei termini che vorrai appena lui si sarà ristabilito del tutto. Ricorda
che io non ti ho mai promesso nulla. Non ho mai illuso le tue aspettative”,
il tono di lei non ammetteva repliche. “Mi hanno anche chiesto che cosa
so del suo sequestro e le ragioni per cui abbiamo aspettato più giorni, prima
di denunciare la sua scomparsa. Ho risposto che non so nulla più di quanto
dichiarato e mi sono affidata a te per qualsiasi decisione” Dario non commentò.
Sara si era sempre adeguata alle situazioni, non aveva mai tentato di
discutere: bella e all’apparenza fredda! Chissà se avesse mai avuto il
desiderio di un’altra vita.
Si appisolò di nuovo, per svegliarsi senza sapere quanto tempo fosse intercorso
tra prima e adesso. C’era qualcuno nella stanza, socchiuse appena gli occhi,
tuttavia non si preoccupò di guardare chi fosse. Sentì una voce maschile che
diceva:
“E’ tempo che incominci a muoversi. E’ necessario capire il suo stato. Tra oggi
e domani l’aiuteremo ad alzarsi e tenteremo di parlare con lui” non era la voce
di Dario.
Chissà se Cristina è stata qui… non importa se non viene. Spero di stare con
lei quando sarò ritornato a casa… A casa? Ma è ancora la mia casa? No, non
tornerò a vivere nel passato… E si riassopì con quel pensiero.
https://giovannarotondo.wordpress.com
(a cura di Giovanna Rotondo)