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lunedì 9 febbraio 2026

Costellazioni

 di Vincenzo Zaccone


Fa caldo, c’è folla dovunque, le persone brulicano, ridono, scherzano, bevono, fumano. Quella sera arrivo al chiosco in pineta con i miei amici delle scuole superiori, durante una delle solite vacanze afose, spesso stantìe, in cui spettegolare è l’unico modo per fare passare il tempo.


Siamo seduti a un tavolo con i piedi immersi negli aghi di pino, il frinire dei grilli rimbomba nell’aria, il vento tra i rami rinfresca la serata. David è seduto a un tavolo lì vicino, con una sua amica, e c’è anche una bambina: avrà 5 o 6 anni, saltella, gioca con le pigne, parla al vento. Mentre David e la sua amica chiacchierano, si guardano negli occhi, sorridono, scoppiano a ridere, e tradiscono un’intimità che è data dalla quantità di vita condivisa. Ricordo loro, decenni fa, con facce non ancora segnate, con i capelli scompigliati, con addosso la noncuranza della giovinezza, a parlare seduti sul muretto del lungomare, sempre con una birra in mano, a vivere insieme. So che David dopo l’università è andato in Danimarca per un dottorato di ricerca, ha vissuto a lungo fuori; credo che ancora viva all’estero. Immagino che le loro vite siano molto diverse l’una dall’altra. Lei qui con sua figlia, lui probabilmente ancora single e coinvolto in dinamiche che sono del tutto divergenti da quelle di lei. Eppure, loro continuano a rincontrarsi. Forse sono riusciti a crescere insieme, a esserci, a ritrovarsi in quel rapporto che si è trasformato, ma mai cambiato nella sua essenza.

Roana, avremmo potuto essere noi, io e te qui, ora, a raccontarci cosa è stato di noi mentre non ci siamo stati accanto, a tenere conto di come i nostri visi sono cambiati nel tempo, di come i nostri corpi si sono stancati, a essere i testimoni più longevi l’una dell’altro. Avremmo potuto essere gli unici che davvero conoscano chi eravamo stati e perché oggi siamo così. Ma quella catena di testimonianza si è interrotta, e la sua unicità è ormai irrecuperabile.

Barcellona, 1996

C’è un posto dove mi piace tornare, anche se fa male, anche se il modo in cui tutto si è rovinato ferisce ancora. Ma il ricordo di quel tempo, di quello spazio emotivo, resta comunque dolce, come lo è il dolore adesso. Uno spazio emotivo che coincide, a tratti, con le strade di Barcellona, con le linee di una storia che sembrava essersi compiuta, con il tempo di una felicità che si è corrotta nostro malgrado. Malgrado quello che io e Roana potessimo o volessimo essere.

Io e Roana siamo cresciuti nel quartiere di Sarrià-Sant Gervasi di Barcellona e questo era sufficiente a dare l’idea che fossimo due mocciosi snob come tanti tra quelli che abitavano in quella parte della città, quelli che proprio non volevano saperne nulla di quanto succedeva a valle, nei vicoletti senza luce del Barrio Gotico, del Born, che scendevano verso il mare. Ma in realtà io e lei abitavamo in case popolari, disseminate lungo il Passeig de la Bonanova, e che si inframezzavano alle villette in stile modernista che iniziavano più su ad abbarbicarsi lungo la collina, verso il Tibidabo.

Ogni ultimo mercoledì del mese, andavo in skateboard al monastero di Santa Maria de Pedralbes, per osservare la gente da una panchina: sconosciuti che vagavano incuriositi e sorridevano l’uno all’altro, si abbracciavano, si scambiavano sguardi, a volte se li negavano, e provavo a immaginare chi quelle persone potessero essere, le loro storie.

Un pomeriggio notai una bambina con i capelli neri raccolti in una coda alta, seduta su una delle panchine e mi avvicinai dicendole: “Ciao, che ci fai qui da sola?”, “Aspetto mia madre, sono qui con lei. E tu invece? Anche tu mi sembri solo” rispose lei con voce vivace. “Sì, mi piace venire qui perché è sempre pieno di sconosciuti, sempre diversi, che parlano in modo strano. Hai notato che spesso non c’è bisogno di sentire o capire quello che si dicono per capire quello che succede tra loro?”. Lei mi guardò stranita: “Che intendi?” disse; “Voglio dire che è facile capire se sono felici o arrabbiati o annoiati o svogliati. Non ti servono le parole per capirlo”. Lei non parve affatto sorpresa da quello che dicevo “Bah, so solo che spesso sono qua ad aspettare e mi annoio. Quando veniamo, mia mamma mi dice di aspettarla su questa panchina e di fare la brava perché in quelle celle ci sono le monache Clarisse che mi tengono sotto controllo. Ma in realtà, secondo me, alle monache non importa proprio nulla di noi altri; avranno di meglio da fare, no?”. Quella bambina scoppiò in una risata fragorosa, iniziando ad agitarsi sulla panchina; i suoi occhi azzurri vennero in parte nascosti da quell’atto di ridere. Ma non smise per un attimo di guardarmi, di stare lì con me. E io con lei. “Come ti chiami?” le chiesi, “Roana, e tu?”, “Rojelio, piacere”. 

Scoprimmo di frequentare la stessa scuola, ma le nostre aule erano su piani diversi e durante il giorno non ci si vedeva. A fine giornata iniziammo ad aspettarci ai cancelli, per tornare a casa insieme, e sulla strada di ritorno si chiacchierava dei compagni, delle maestre. Un po’ ridevamo di loro, e poi ridevamo delle note di demerito, delle punizioni, delle brutte figure fatte alle interrogazioni, di tutto quello che era la nostra quotidianità; per il semplice bisogno di ridere, di distrarsi.  

Penso che ciò che percepimmo fin dai primi minuti ce lo dicemmo poi con il tempo. Ci dicemmo che oltre alla scuola, ai compagni, a quella città, avevamo in comune anche una famiglia per lo più inesistente, e insopportabile quando era presente. Suo padre lavorava come capitano su navi da crociera che da Barcellona attraversavano il mondo ed era spesso via. Dall’altra parte, io avevo due genitori che non solo non si amavano più, ma nemmeno si rispettavano più e che avevano smesso di badare a noi figli, noi che scomparivamo in quel consumarsi di odio che accadeva ogni giorno. Mia madre è quella che accusò di più il deterioramento del rapporto, lasciandosi andare a una depressione cronica. Mio padre, ne sono sicuro, trovò altro; come i padri spesso fanno: una realtà migliore rispetto alla noia che dopo qualche anno invade i matrimoni, lasciandoli senza anima. Il motivo per cui non si siano separati rimase sempre poco chiaro. Credo sia stato per un senso di inerzia e mancanza di coraggio che portò a preferire una pena ben conosciuta all’incertezza e al dissesto di un possibile cambiamento. Fu così che, fin da piccoli, io e mia sia sorella siamo stati permeati dal lento corrodersi di quello che ci circondava, e che non lasciò traccia di rapporti reali in quella casa.

A differenza mia, Roana era più diretta, più pratica, mentre io mi perdevo in mille considerazioni che non portavano a nulla. Una volta mi disse “Tuo padre avrà di sicuro un’altra donna, e ha insegnato a te e tua sorella a essere sottomessi, così che vi prendiate cura di vostra madre, ed evitiate che lei faccia gesti disperati. Mentre lui fa quello che gli pare”. In fondo sapevo che mio padre viveva in una realtà famigliare che non gli apparteneva più, che sopportava per convenienza e vigliaccheria, ma non avevo mai visto quel gioco di potere che lei vedeva, e che, improvvisamente, mi parve plausibile. Invece Roana diceva di suo padre che fosse pazzo, che spesso accusava lei e suo fratello che lo avrebbero fatto morire di crepacuore, per come si comportavano. Una volta accadde che lei e la sua famiglia fossero andati via per una gita fuoriporta e al ritorno i suoi genitori avessero iniziato a litigare. Solite discussioni nate da problemi di gestione quotidiana, e da lì le cose avevano iniziato a ingigantirsi, le accuse si erano fatte più pesanti, affondando nel rancore del passato, in come i genitori di lei avevano sempre trattato lui, il marito, finché “mio padre iniziò a urlare come un matto, in piena isteria. Guidava e si rivolgeva a mia mamma con insulti osceni, la chiamava in ogni modo, e continuava a battere violentemente la mano contro il volante” disse Roana; “Ricordo il rumore dei colpi. Mi sembrava fossero schiaffi intesi per mia madre. E poi ha iniziato a dire che sarebbe andato a sbattere intenzionalmente contro il guardrail, che non meritavamo nulla, che saremmo dovuti morire tutti insieme, che quella non era una vita decente per nessuno di noi. Lui era completamente fuori controllo, mia madre piangeva, si disperava, gli chiedeva scusa, si mortificava. Lei aveva paura per tutti noi. Io credo di aver trattenuto il fiato fino a che non siamo arrivati a casa. Ho creduto davvero che saremmo morti. E quello è stata solo una di tante situazioni simili. Questo è il tipo di uomo che mio padre riesce a essere”.

Quando iniziammo l’università, lei andò a Madrid a studiare, io rimasi lì a Barcellona, e iniziammo a sentirci di rado: una telefonata ogni due, tre mesi; ma non mi preoccupai, perché sentivo che il nostro rapporto non sarebbe cambiato, ne ero sicuro come lo si è di cose che fanno parte di noi stessi.

Una sera, ero andato a trovarla, ci stavamo preparando per uscire, ma avevamo fatto tardi. Lei, come al solito, si era chiusa in bagno da un bel po’ e, nonostante l’avessi avvisata che non avremmo avuto molto tempo per prepararci, mi ignorò: si chiuse in bagno con la musica alta, ad applicare le sue creme, a truccarsi, come al solito. Conoscevo perfettamente quella situazione, quella cerimonia, che era isolarsi da tutto e da tutti. Lo sapevo e lo capivo, ma quella sera mi urtò, mi urtò i nervi che se ne fregasse, nonostante ne avessimo parlato, e che, sostanzialmente, si comportasse come se non fossi là. Non ci si vedeva spesso come prima, e quando succedeva io, esagerando, me ne rendo conto, mi aspettavo che per quelle 48/72h non avrei avuto del tempo che fosse solo mio e basta, ma mio e suo, in condivisione. Ma per lei era diverso, lei non faceva eccezioni alle sue regole, come se la sua routine non potesse essere alterata, come se io fossi lì, ma potessi anche continuare a essere una telefonata ogni due mesi. Mi urtò perché mi dava l’idea che quegli incontri fossero accessori o comunque secondari. E così, essendo infastidito, iniziai a infastidire lei, a bussare alla porta, e urlare che eravamo in ritardo e che avrei dovuto fare la doccia anche io. E lei rispondeva seccata, come se non fossi legittimato a mostrare insofferenza. Così insistetti, e aspettai, lì fuori dalla porta, per mostrarle il mio viso scocciato, frustrato, e appena lei uscì la guardai negli occhi per farle capire che ero furioso, e urlai. Non ricordo più che cosa, ma di sicuro non la vera ragione della mia rabbia: l’essere ignorato. Come al suo solito, lei cercò di sminuire la cosa, rivolgendosi a me con un tono che faceva apparire la mia reazione esagerata, fuori luogo. E a me quella cosa mi faceva incazzare ancora di più. Ma il nostro rapporto era fatto anche di quello, di quei litigi, di quei contrasti. Non era la prima volta che qualcosa del genere accadeva.

Avevamo 33 anni, ci si conosceva da 20 e io non avevo mai avuto dubbi su di noi, sul fatto che quello che avevamo fosse insostituibile, perché ci si era conosciuti quando eravamo una versione peggiore di quello che eravamo allora, e, nonostante ci fossero stati partners, altre amicizie profonde, nonostante la lontananza, io e lei per due decenni avevamo deciso di continuare a sceglierci, senza che avessimo l’obbligo di farlo.  

Fino a quel giorno della festa della Mercè del 2015. Roana era venuta per godersi i festeggiamenti in città, la sfilata dei giganti in via Laietana, i correfoc, i castellers, ed eravamo andati ad appartarci, come sempre facevamo, in quei posti della città vecchia poco frequentati dai turisti, per parlare, per raccontarci. Poi la sera andammo con altri amici al concerto in spiaggia a Bogatell, arrivammo già un po’ brilli. Tutto sembrava eccessivo quella sera, sopra le righe. Ma non Roana: sembrava che un pezzo di lei mancasse, era sembrata scostante tutto il giorno, pensierosa. Credevo fosse successo qualcosa che non volesse raccontare. A un certo punto lei si allontanò con la sua birra e andò verso il mare, si sedette sulla riva. Lo scrosciare delle onde si sentiva nonostante il volume alto della musica. Immagino sapesse che avevo notato la stranezza di quel giorno e che l’avrei seguita. “Credo che il nostro rapporto sia cambiato, forse finito, Rojelio” mi disse semplicemente così, con voce algida. “È da un bel po’ che ci penso, che ti osservo. A un certo punto negli anni qualche tuo atteggiamento ha insinuato il dubbio, che pian piano si è allargato fino a lasciare spazio a quella chiarezza mentale per cui mi sono resa conto che ci sono state parecchie situazioni in cui intenzionalmente mi hai voluto fare del male”. Io ero incredulo, la musica rimbombava nelle orecchie e ottundeva ulteriormente il senso di quello che sentivo; riuscii solo a rispondere “Eh? Che intendi?”. Ma lei aveva qualcosa nel tono della sua voce che era duro, astioso, rancoroso, e continuò: “Sì, tutte le volte in cui mi stavi addosso, puntavi il dito su quello che facevo e quello che dicevo, non era semplicemente perché ti indispettiva, non erano battibecchi di poco conto, ma c’era la cattiveria di volermi fare star male, tenermi irretita nel giochetto di fare l’offeso, di fare la vittima, ma in realtà hai una rabbia dentro che covi fin da quando eravamo bambini. Adesso lo vedo chiaramente. Come quella volta che…” e iniziò a riportare a galla situazioni accadute anni e anni prima, e con esse le mie espressioni, i miei modi di fare che, secondo lei, tradivano via via un’aumentata disaffezione nei suoi confronti, nonché un chiaro intento di soggiogarla. Insomma, l’avrei tenuta vicina sulla base di un sentimento di rabbia, che in maniera morbosa mi teneva legato a lei come farebbe un prigioniere con la sua vittima. Dopo una serie di ri-narrazioni di episodi che nemmeno ricordavo, di alterchi risalenti alle scuole superiori, mi disse “Io, come una stupida, davo retta a quello che mi dicevi, mi sentivo in colpa, cercavo di giustificarmi, ma tu in realtà volevi solo terrorizzarmi, ti accorgevi del potere che quegli atteggiamenti avevano su di me e te ne approfittavi. Ogni volta che alzavi la voce, stavo male, a volte quasi mi mancava l’aria e tu lo sapevi, te ne accorgevi! Adesso ne sono sicura! Ci ho messo anni a capirlo… quei racconti che scrivevi su di me, su di noi, fin da quando eravamo bambini… tu stesso mi hai detto che avevi una specie di diario in cui riscrivevi tutti gli episodi in cui io mi comportavo male con te, in cui ci rimanevi male perché ti ignoravo o comunque non ti davo le attenzioni di cui avevi bisogno”. E io “Ma quelli erano commenti di un ragazzo che era innamorato della sua amica ed era frustrato perché non era corrisposto! È la storia più vecchia del mondo!”. “Beh, lo sarà anche, ma non mi pare tu l’abbia superata! Tu hai usato la scrittura per fare quello che ancora non potevi fare con i fatti!” adesso la sua voce tremava, ma non di semplice ansia: vibrava sulle righe di una rabbia che tentava di tenere sotto controllo per non scoppiare. Il tono della voce era alto, sembrava che volesse deflagrare per spazzarmi via. “La mia psicologa dice che, essendo io la persona che senti più vicina, sfoghi e rivivi con me la frustrazione del rapporto con tuo padre, che ti ha sempre trattato come se non valessi nulla. Lui ti ha reso un impotente e tu cerchi di recuperare quella potenza con me”, rincarò lei. E io alzai la voce, incredulo “La tua psicologa? Una con cui hai iniziato terapia due mesi fa dice questo di me? E tu che pensi? Tu dovresti essere quella che mi conosce, non lei! Tu dovresti sapere chi sono, le cose che mi indispettiscono, le mie insicurezze, le compensazioni che cerco nei miei rapporti con gli altri. Tutti gli altri conoscono il personaggio, ma tu dovresti conoscere anche la persona. Tu dovresti essere quella che mi conosce di più al mondo! E invece te ne esci fuori con queste storie, sembra che non abbia capito un cazzo!”. Fu questione di qualche secondo: alzai la voce per la rabbia, la ferita, la frustrazione per quello che avevo sentito. Ma vidi il terrore vivo nei suoi occhi e mi annichilì. Sentii dentro di me qualcosa che aveva ceduto, come se fosse collassata sotto il peso abnorme di quelle parole, di quello che vedevo nei suoi occhi. E non sentii più nulla. Era come se tutto fosse sbiadito, e poi svanito. Anche i rumori intorno a me, i suoi occhi nei miei.

Quella discussione non fu diversa da molte altre che avemmo nel corso dell’anno successivo: discussioni che erano sequele di accuse, un continuare a riandare indietro su espressioni, parole, gesti, omissioni, che lei ormai leggeva come una comprova del fatto che negli anni avevo iniziato ad approfittarmi delle sue debolezze. Ogni volta mi reimmergevo dentro le situazioni con lei, cercando di spiegarle quello che c’era dietro ai miei modi di fare, ma il problema era che lei vedeva altro in me. Io ero diventato un manipolatore, e non si fidava di quello che dicevo.

Quando si trasferì a Parigi per lavoro ci sentimmo. Mi disse che non riusciva a trovare più la voglia di tornare a quello che il nostro rapporto era stato, che più pensava alle cose successe più la sua insofferenza saliva. Non la sentii più al telefono. Dopo qualche mese, quando lei non si era fatta viva per il mio compleanno, le mandai un messaggio, le scrissi “Credo si possa essere uniti anche quando ci si separa”, lei mi rispose “Il giorno del tuo compleanno non ti ho scritto intenzionalmente, perché non volevo darti nulla”. C’era ormai una distanza incolmabile tra di noi, nonché la convinzione che non ci fosse più nulla che potessi dire o fare che potesse farle cambiare idea.

La verità… la verità è solo il racconto che ci facciamo delle cose.

Quello che resta a oggi è una promessa tradita: quella che mi avrebbe amato. E, con essa, resta la reiterazione di non poter esserlo, la conferma di un vuoto d’amore.

È strano pensare che non ci rivedremo più. Sento che vorrei rivederla per chiudere un cerchio, per la genuina voglia di sapere cosa è stato di lei. Ma al tempo stesso, credo che sentirei ancora quel silenzio dentro di me, che nasce da quella privazione, ma anche dalla rabbia profonda. La rabbia della consapevolezza che quella totalità che avevamo è andata perduta. E c’è una parte di me che non glielo perdonerà mai.

A volte sembra assurdo come le nostre vite, nonostante tutto, riescano con difficoltà a divergere dalle dinamiche di cui si sono intrise durante la crescita. Quelle dinamiche restano così connaturate in noi che coincidono esattamente con chi siamo. Con il tempo capii che Roana aveva proiettato su di me l’orrore che suo padre le aveva fatto vivere, gli appostamenti in casa per inondarla di terrore, le minacce, il rischio di morire. Io ero diventato lui, in un gioco di ruoli che, ne sono convinto, tutti mettiamo in scena per rivivere ciò che risolto non è, e per cercare di processarlo. Mettendo in scena per lei, inconsapevolmente, una costellazione familiare, come gli psicologi fanno con i loro pazienti.

In quel teatrino di maschere ci siamo persi, mentre lei ha continuato a elaborare un pezzo della sua storia, io della mia. E quindi forse il nostro rapporto ha avuto un senso, in qualche modo.

 

Milano 2025

Sono appena ritornato dalla seduta con la mia psicoterapeuta. Dopo molte sedute su questo argomento, mi ha fatto vedere in faccia la rabbia che in realtà provavo per te quando eravamo ragazzini, le colpe che ti davo, inconsapevolmente, per non comportarti come mi aspettavo, per le tue mancate attenzioni, per la tua indifferenza.

Forse era vero che usavo i miei racconti per riscrivere quello che davvero succedeva tra noi?

Credo che non lo saprò mai.

 

Di noi, rimane un groviglio di nostalgia, dolore, rancore, rabbia, affetto. E non per il fatto che tutto sia finito, ma perché mi è parso che mi sia stato strappato via senza che ci potessi fare niente. Rimarrà il ricordo di quel rapporto come di un feticcio.

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