di Vincenzo Zaccone
Fa
caldo, c’è folla dovunque, le persone brulicano, ridono, scherzano, bevono,
fumano. Quella sera arrivo al chiosco in pineta con i miei amici delle scuole
superiori, durante una delle
solite vacanze afose, spesso stantìe, in cui spettegolare è l’unico modo
per fare passare il tempo.
Siamo
seduti a un tavolo con i piedi immersi negli aghi di pino, il frinire dei grilli
rimbomba nell’aria, il vento tra i rami rinfresca la serata. David è seduto a
un tavolo lì vicino, con una sua amica, e c’è anche una bambina: avrà 5 o 6
anni, saltella, gioca con le pigne, parla al vento. Mentre David e la sua amica
chiacchierano, si guardano negli occhi, sorridono, scoppiano a ridere, e
tradiscono un’intimità che è data dalla quantità di vita condivisa. Ricordo
loro, decenni fa, con facce non ancora segnate, con i capelli scompigliati, con
addosso la noncuranza della giovinezza, a parlare seduti sul muretto del
lungomare, sempre con una birra in mano, a vivere insieme. So che David dopo l’università
è andato in Danimarca per un dottorato di ricerca, ha vissuto a lungo fuori; credo
che ancora viva all’estero. Immagino che le loro vite siano molto diverse l’una
dall’altra. Lei qui con sua figlia, lui probabilmente ancora single e coinvolto
in dinamiche che sono del tutto divergenti da quelle di lei. Eppure, loro continuano
a rincontrarsi. Forse sono riusciti a crescere insieme, a esserci, a ritrovarsi
in quel rapporto che si è trasformato, ma mai cambiato nella sua essenza.
Roana,
avremmo potuto essere noi, io e te qui, ora, a raccontarci cosa è stato
di noi mentre non ci siamo stati accanto, a tenere conto di come i nostri visi
sono cambiati nel tempo, di come i nostri corpi si sono stancati, a essere i
testimoni più longevi l’una dell’altro. Avremmo potuto essere gli unici che
davvero conoscano chi eravamo stati e perché oggi siamo così. Ma quella catena
di testimonianza si è interrotta, e la sua unicità è ormai irrecuperabile.
Barcellona,
1996
C’è
un posto dove mi piace
tornare, anche se fa male, anche se il modo in cui tutto si è rovinato ferisce
ancora. Ma il ricordo di quel tempo, di quello spazio emotivo, resta comunque
dolce, come lo è il dolore adesso. Uno spazio emotivo che coincide, a tratti,
con le strade di Barcellona, con le linee di una storia che sembrava essersi compiuta,
con il tempo di una felicità che si è corrotta nostro malgrado. Malgrado quello
che io e Roana potessimo o volessimo essere.
Io
e Roana siamo cresciuti nel quartiere di Sarrià-Sant Gervasi di Barcellona e
questo era sufficiente a dare l’idea che fossimo due mocciosi snob come tanti
tra quelli che abitavano in quella parte della città, quelli che proprio non
volevano saperne nulla di quanto succedeva a valle, nei vicoletti senza luce del
Barrio Gotico, del Born, che scendevano verso il mare. Ma in realtà io e lei
abitavamo in case popolari, disseminate lungo il Passeig de la Bonanova, e che si
inframezzavano alle villette in stile modernista che iniziavano più su ad
abbarbicarsi lungo la collina, verso il Tibidabo.
Ogni
ultimo mercoledì del mese, andavo in skateboard al monastero di Santa Maria de
Pedralbes, per osservare la gente da una panchina: sconosciuti che vagavano
incuriositi e sorridevano l’uno all’altro, si abbracciavano, si scambiavano
sguardi, a volte se li negavano, e provavo a immaginare chi quelle persone
potessero essere, le loro storie.
Un
pomeriggio notai una bambina con i capelli neri raccolti in una coda alta,
seduta su una delle panchine e mi avvicinai dicendole: “Ciao, che ci fai qui da
sola?”, “Aspetto mia madre, sono qui con lei. E tu invece? Anche tu mi sembri
solo” rispose lei con voce vivace. “Sì, mi piace venire qui perché è sempre
pieno di sconosciuti, sempre diversi, che parlano in modo strano. Hai notato
che spesso non c’è bisogno di sentire o capire quello che si dicono per capire quello
che succede tra loro?”. Lei mi guardò stranita: “Che intendi?” disse; “Voglio
dire che è facile capire se sono felici o arrabbiati o annoiati o svogliati.
Non ti servono le parole per capirlo”. Lei non parve affatto sorpresa da quello
che dicevo “Bah, so solo che spesso sono qua ad aspettare e mi annoio. Quando
veniamo, mia mamma mi dice di aspettarla su questa panchina e di fare la brava
perché in quelle celle ci sono le monache Clarisse che mi tengono sotto
controllo. Ma in realtà, secondo me, alle monache non importa proprio nulla di
noi altri; avranno di meglio da fare, no?”. Quella bambina scoppiò in una
risata fragorosa, iniziando ad agitarsi sulla panchina; i suoi occhi azzurri vennero
in parte nascosti da quell’atto di ridere. Ma non smise per un attimo di
guardarmi, di stare lì con me. E io con lei. “Come ti chiami?” le chiesi, “Roana,
e tu?”, “Rojelio, piacere”.
Scoprimmo di frequentare la stessa scuola,
ma le nostre aule erano su piani diversi e durante il giorno non ci si vedeva. A
fine giornata iniziammo ad aspettarci ai cancelli, per tornare a casa insieme,
e sulla strada di ritorno si chiacchierava dei compagni, delle maestre. Un po’ ridevamo
di loro, e poi ridevamo delle note di demerito, delle punizioni, delle brutte
figure fatte alle interrogazioni, di tutto quello che era la nostra quotidianità;
per il semplice bisogno di ridere, di distrarsi.
Penso che ciò che percepimmo fin dai primi
minuti ce lo dicemmo poi con il tempo. Ci dicemmo che oltre alla scuola, ai
compagni, a quella città, avevamo in comune anche una famiglia per lo più
inesistente, e insopportabile quando era presente. Suo padre lavorava come
capitano su navi da crociera che da Barcellona attraversavano il mondo ed era spesso
via. Dall’altra parte, io avevo due genitori che non solo non si amavano più,
ma nemmeno si rispettavano più e che avevano smesso di badare a noi figli, noi
che scomparivamo in quel consumarsi di odio che accadeva ogni giorno. Mia madre
è quella che accusò di più il deterioramento del rapporto, lasciandosi andare a
una depressione cronica. Mio padre, ne sono sicuro, trovò altro; come i padri
spesso fanno: una realtà migliore rispetto alla noia che dopo qualche anno
invade i matrimoni, lasciandoli senza anima. Il motivo per cui non si siano
separati rimase sempre poco chiaro. Credo sia stato per un senso di inerzia e
mancanza di coraggio che portò a preferire una pena ben conosciuta
all’incertezza e al dissesto di un possibile cambiamento. Fu così che, fin da
piccoli, io e mia sia sorella siamo stati permeati dal lento corrodersi di quello
che ci circondava, e che non lasciò traccia di rapporti reali in quella casa.
A differenza mia, Roana era più diretta,
più pratica, mentre io mi perdevo in mille considerazioni che non portavano a nulla.
Una volta mi disse “Tuo padre avrà di sicuro un’altra donna, e ha insegnato a
te e tua sorella a essere sottomessi, così che vi prendiate cura di vostra
madre, ed evitiate che lei faccia gesti disperati. Mentre lui fa quello che gli
pare”. In fondo sapevo che mio padre viveva in una realtà famigliare che non
gli apparteneva più, che sopportava per convenienza e vigliaccheria, ma non
avevo mai visto quel gioco di potere che lei vedeva, e che, improvvisamente, mi
parve plausibile. Invece Roana diceva di suo padre che fosse pazzo, che spesso accusava
lei e suo fratello che lo avrebbero fatto morire di crepacuore, per come si
comportavano. Una volta accadde che lei e la sua famiglia fossero andati via
per una gita fuoriporta e al ritorno i suoi genitori avessero iniziato a
litigare. Solite discussioni nate da problemi di gestione quotidiana, e da lì
le cose avevano iniziato a ingigantirsi, le accuse si erano fatte più pesanti,
affondando nel rancore del passato, in come i genitori di lei avevano sempre
trattato lui, il marito, finché “mio padre iniziò a urlare come un matto, in
piena isteria. Guidava e si rivolgeva a mia mamma con insulti osceni, la
chiamava in ogni modo, e continuava a battere violentemente la mano contro il
volante” disse Roana; “Ricordo il rumore dei colpi. Mi sembrava fossero
schiaffi intesi per mia madre. E poi ha iniziato a dire che sarebbe andato a
sbattere intenzionalmente contro il guardrail, che non meritavamo nulla, che
saremmo dovuti morire tutti insieme, che quella non era una vita decente per
nessuno di noi. Lui era completamente fuori controllo, mia madre piangeva, si
disperava, gli chiedeva scusa, si mortificava. Lei aveva paura per tutti noi.
Io credo di aver trattenuto il fiato fino a che non siamo arrivati a casa. Ho
creduto davvero che saremmo morti. E quello è stata solo una di tante
situazioni simili. Questo è il tipo di uomo che mio padre riesce a essere”.
Quando iniziammo l’università, lei andò a
Madrid a studiare, io rimasi lì a Barcellona, e iniziammo a sentirci di rado:
una telefonata ogni due, tre mesi; ma non mi preoccupai, perché sentivo che il
nostro rapporto non sarebbe cambiato, ne ero sicuro come lo si è di cose che
fanno parte di noi stessi.
Una sera, ero andato a trovarla, ci
stavamo preparando per uscire, ma avevamo fatto tardi. Lei, come al solito, si
era chiusa in bagno da un bel po’ e, nonostante l’avessi avvisata che non avremmo
avuto molto tempo per prepararci, mi ignorò: si chiuse in bagno con la musica
alta, ad applicare le sue creme, a truccarsi, come al solito. Conoscevo
perfettamente quella situazione, quella cerimonia, che era isolarsi da tutto e
da tutti. Lo sapevo e lo capivo, ma quella sera mi urtò, mi urtò i nervi che se
ne fregasse, nonostante ne avessimo parlato, e che, sostanzialmente, si
comportasse come se non fossi là. Non ci si vedeva spesso come prima, e quando
succedeva io, esagerando, me ne rendo conto, mi aspettavo che per quelle 48/72h
non avrei avuto del tempo che fosse solo mio e basta, ma mio e suo, in
condivisione. Ma per lei era diverso, lei non faceva eccezioni alle sue regole,
come se la sua routine non potesse essere alterata, come se io fossi lì, ma
potessi anche continuare a essere una telefonata ogni due mesi. Mi urtò perché
mi dava l’idea che quegli incontri fossero accessori o comunque secondari. E
così, essendo infastidito, iniziai a infastidire lei, a bussare alla porta, e
urlare che eravamo in ritardo e che avrei dovuto fare la doccia anche io. E lei
rispondeva seccata, come se non fossi legittimato a mostrare insofferenza. Così
insistetti, e aspettai, lì fuori dalla porta, per mostrarle il mio viso
scocciato, frustrato, e appena lei uscì la guardai negli occhi per farle capire
che ero furioso, e urlai. Non ricordo più che cosa, ma di sicuro non la vera
ragione della mia rabbia: l’essere ignorato. Come al suo solito, lei cercò di
sminuire la cosa, rivolgendosi a me con un tono che faceva apparire la mia reazione
esagerata, fuori luogo. E a me quella cosa mi faceva incazzare ancora di più.
Ma il nostro rapporto era fatto anche di quello, di quei litigi, di quei
contrasti. Non era la prima volta che qualcosa del genere accadeva.
Avevamo 33 anni, ci si conosceva da 20 e
io non avevo mai avuto dubbi su di noi, sul fatto che quello che avevamo fosse
insostituibile, perché ci si era conosciuti quando eravamo una versione
peggiore di quello che eravamo allora, e, nonostante ci fossero stati partners,
altre amicizie profonde, nonostante la lontananza, io e lei per due decenni avevamo
deciso di continuare a sceglierci, senza che avessimo l’obbligo di farlo.
Fino a quel giorno della
festa della Mercè del 2015. Roana era venuta per godersi i festeggiamenti in
città, la sfilata dei giganti in via Laietana, i correfoc, i castellers, ed
eravamo andati ad appartarci, come sempre facevamo, in quei posti della città
vecchia poco frequentati dai turisti, per parlare, per raccontarci. Poi la sera
andammo con altri amici al concerto in spiaggia a Bogatell, arrivammo già un po’
brilli. Tutto sembrava eccessivo quella sera, sopra le righe. Ma non Roana: sembrava
che un pezzo di lei mancasse, era sembrata scostante tutto il giorno, pensierosa.
Credevo fosse successo qualcosa che non volesse raccontare. A un certo punto
lei si allontanò con la sua birra e andò verso il mare, si sedette sulla riva. Lo
scrosciare delle onde si sentiva nonostante il volume alto della musica. Immagino
sapesse che avevo notato la stranezza di quel giorno e che l’avrei seguita.
“Credo che il nostro rapporto sia cambiato, forse finito, Rojelio” mi disse
semplicemente così, con voce algida. “È da un bel po’ che ci penso, che ti
osservo. A un certo punto negli anni qualche tuo atteggiamento ha insinuato il
dubbio, che pian piano si è allargato fino a lasciare spazio a quella chiarezza
mentale per cui mi sono resa conto che ci sono state parecchie situazioni in
cui intenzionalmente mi hai voluto fare del male”. Io ero incredulo, la musica
rimbombava nelle orecchie e ottundeva ulteriormente il senso di quello che
sentivo; riuscii solo a rispondere “Eh? Che intendi?”. Ma lei aveva qualcosa
nel tono della sua voce che era duro, astioso, rancoroso, e continuò: “Sì,
tutte le volte in cui mi stavi addosso, puntavi il dito su quello che facevo e
quello che dicevo, non era semplicemente perché ti indispettiva, non erano
battibecchi di poco conto, ma c’era la cattiveria di volermi fare star male,
tenermi irretita nel giochetto di fare l’offeso, di fare la vittima, ma in
realtà hai una rabbia dentro che covi fin da quando eravamo bambini. Adesso lo
vedo chiaramente. Come quella volta che…” e iniziò a riportare a galla situazioni
accadute anni e anni prima, e con esse le mie espressioni, i miei modi di fare
che, secondo lei, tradivano via via un’aumentata disaffezione nei suoi
confronti, nonché un chiaro intento di soggiogarla. Insomma, l’avrei tenuta
vicina sulla base di un sentimento di rabbia, che in maniera morbosa mi teneva
legato a lei come farebbe un prigioniere con la sua vittima. Dopo una serie di
ri-narrazioni di episodi che nemmeno ricordavo, di alterchi risalenti alle
scuole superiori, mi disse “Io, come una stupida, davo retta a quello che mi
dicevi, mi sentivo in colpa, cercavo di giustificarmi, ma tu in realtà volevi
solo terrorizzarmi, ti accorgevi del potere che quegli atteggiamenti avevano su
di me e te ne approfittavi. Ogni volta che alzavi la voce, stavo male, a volte
quasi mi mancava l’aria e tu lo sapevi, te ne accorgevi! Adesso ne sono sicura!
Ci ho messo anni a capirlo… quei racconti che scrivevi su di me, su di noi, fin
da quando eravamo bambini… tu stesso mi hai detto che avevi una specie di
diario in cui riscrivevi tutti gli episodi in cui io mi comportavo male con te,
in cui ci rimanevi male perché ti ignoravo o comunque non ti davo le attenzioni
di cui avevi bisogno”. E io “Ma quelli erano commenti di un ragazzo che era
innamorato della sua amica ed era frustrato perché non era corrisposto! È la
storia più vecchia del mondo!”. “Beh, lo sarà anche, ma non mi pare tu l’abbia
superata! Tu hai usato la scrittura per fare quello che ancora non potevi fare
con i fatti!” adesso la sua voce tremava, ma non di semplice ansia: vibrava
sulle righe di una rabbia che tentava di tenere sotto controllo per non
scoppiare. Il tono della voce era alto, sembrava che volesse deflagrare per
spazzarmi via. “La mia psicologa dice che, essendo io la persona che senti più
vicina, sfoghi e rivivi con me la frustrazione del rapporto con tuo padre, che
ti ha sempre trattato come se non valessi nulla. Lui ti ha reso un impotente e
tu cerchi di recuperare quella potenza con me”, rincarò lei. E io alzai la
voce, incredulo “La tua psicologa? Una con cui hai iniziato terapia due mesi fa
dice questo di me? E tu che pensi? Tu dovresti essere quella che mi conosce,
non lei! Tu dovresti sapere chi sono, le cose che mi indispettiscono, le mie
insicurezze, le compensazioni che cerco nei miei rapporti con gli altri. Tutti
gli altri conoscono il personaggio, ma tu dovresti conoscere anche la persona.
Tu dovresti essere quella che mi conosce di più al mondo! E invece te ne esci
fuori con queste storie, sembra che non abbia capito un cazzo!”. Fu questione
di qualche secondo: alzai la voce per la rabbia, la ferita, la frustrazione per
quello che avevo sentito. Ma vidi il terrore vivo nei suoi occhi e mi annichilì.
Sentii dentro di me qualcosa che aveva ceduto, come se fosse collassata sotto
il peso abnorme di quelle parole, di quello che vedevo nei suoi occhi. E non
sentii più nulla. Era come se tutto fosse sbiadito, e poi svanito. Anche i
rumori intorno a me, i suoi occhi nei miei.
Quella discussione non fu diversa da molte
altre che avemmo nel corso dell’anno successivo: discussioni che erano sequele
di accuse, un continuare a riandare indietro su espressioni, parole, gesti, omissioni,
che lei ormai leggeva come una comprova del fatto che negli anni avevo iniziato
ad approfittarmi delle sue debolezze. Ogni volta mi reimmergevo dentro le
situazioni con lei, cercando di spiegarle quello che c’era dietro ai miei modi
di fare, ma il problema era che lei vedeva altro in me. Io ero diventato un
manipolatore, e non si fidava di quello che dicevo.
Quando si trasferì a Parigi per lavoro ci
sentimmo. Mi disse che non riusciva a trovare più la voglia di tornare a quello
che il nostro rapporto era stato, che più pensava alle cose successe più la sua
insofferenza saliva. Non la sentii più al telefono. Dopo qualche mese, quando
lei non si era fatta viva per il mio compleanno, le mandai un messaggio, le
scrissi “Credo si possa essere uniti anche quando ci si separa”, lei mi rispose
“Il giorno del tuo compleanno non ti ho scritto intenzionalmente, perché non volevo
darti nulla”. C’era ormai una distanza incolmabile tra di noi, nonché la convinzione
che non ci fosse più nulla che potessi dire o fare che potesse farle cambiare
idea.
La verità… la verità è solo il racconto
che ci facciamo delle cose.
Quello che resta a oggi è una promessa
tradita: quella che mi avrebbe amato. E, con essa, resta la reiterazione di non
poter esserlo, la conferma di un vuoto d’amore.
È strano pensare che non ci rivedremo più.
Sento che vorrei rivederla per chiudere un cerchio, per la genuina voglia di
sapere cosa è stato di lei. Ma al tempo stesso, credo che sentirei ancora quel
silenzio dentro di me, che nasce da quella privazione, ma anche dalla rabbia
profonda. La rabbia della consapevolezza che quella totalità che avevamo è
andata perduta. E c’è una parte di me che non glielo perdonerà mai.
A volte sembra assurdo come le nostre vite,
nonostante tutto, riescano con difficoltà a divergere dalle dinamiche di cui si
sono intrise durante la crescita. Quelle dinamiche restano così connaturate in
noi che coincidono esattamente con chi siamo. Con il tempo capii che Roana aveva
proiettato su di me l’orrore che suo padre le aveva fatto vivere, gli
appostamenti in casa per inondarla di terrore, le minacce, il rischio di
morire. Io ero diventato lui, in un gioco di ruoli che, ne sono convinto, tutti
mettiamo in scena per rivivere ciò che risolto non è, e per cercare di
processarlo. Mettendo in scena per lei, inconsapevolmente, una costellazione
familiare, come gli psicologi fanno con i loro pazienti.
In quel teatrino di maschere ci siamo
persi, mentre lei ha continuato a elaborare un pezzo della sua storia, io della
mia. E quindi forse il nostro rapporto ha avuto un senso, in qualche modo.
Milano 2025
Sono appena ritornato dalla seduta con la
mia psicoterapeuta. Dopo molte sedute su questo argomento, mi ha fatto vedere
in faccia la rabbia che in realtà provavo per te quando eravamo ragazzini, le
colpe che ti davo, inconsapevolmente, per non comportarti come mi aspettavo,
per le tue mancate attenzioni, per la tua indifferenza.
Forse era vero che usavo i miei racconti
per riscrivere quello che davvero succedeva tra noi?
Credo che non lo saprò mai.
Di noi, rimane un groviglio di nostalgia,
dolore, rancore, rabbia, affetto. E non per il fatto che tutto sia finito, ma
perché mi è parso che mi sia stato strappato via senza che ci potessi fare
niente. Rimarrà il ricordo di quel rapporto come di un feticcio.
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