di Vincenzo Zaccone
“Stavo cercando le risposte in qualcuno altro, ma io le avevo
tutte” - Will
Come non parlarne: è stata a lungo la serie TV più vista di
sempre di Netflix (poi superata da ‘Mercoledì’), che ha massimizzato l’effetto
nostalgia per gli anni ’80, e che ha avuto un’influenza enorme sul panorama
mondiale.
Oltre a questo, ci ha tenuto con il fiato sospeso per quasi
un decennio, generando molta attesa sul capitolo finale; adesso l’inizio della
fine ce l’abbiamo sottomano e non delude.
Forse la cosa più entusiasmante è che, dopo nove anni in giro per Hawkins, i fratelli Duffer riescano ancora a regalarci una “storia di formazione” potente, con protagonisti ancora vitali, che battibeccano, si confidano, scoprono nuove parti di sé, confliggono, convergono completando i discorsi, perfezionando i piani d’azione l’uno dell’altro.
La storia di formazione si disvela
completamente, mostra uno dei cardini narrativi: il cammino dell’eroe, William,
e lo sforzo di conoscersi, accettarsi, superare la paura di essere accettato, e
capire pian piano quali siano le risposte gli appartengono. Insomma, il
percorso che spetta a tutti noi. Mentre altre linee narrative sono meno
universali: per esempio, la forza di un’amicizia incondizionata e durevole non
è qualcosa che tutti abbiamo la fortuna di esperire.
Come visto in altre storie, il suo percorso è
intrinsecamente legato a quello del malvagio, in un gioco in cui l’eroe e
l’antieroe sono inevitabilmente fatti della stessa pasta, rappresentano la
dualità che fa parte di ognuno di noi.
Vecna/Henry (l’antieroe) rappresenta il mostro interno che
tutti noi dobbiamo combattere per diventare la versione più matura di noi
stessi, e rappresenta quelle paure che dobbiamo superare per riuscire a
diventare chi siamo e non sentire più l’esigenza di adeguarci al mondo che ci
circonda.
Nei primi episodi della 5° stagione vediamo William turbato,
ma sollevato nel riconoscere intorno a sé qualcosa che corrisponde al suo reale
sé (Robin che bacia la sua fidanzata); alla fine del 4° episodio però è già nella
fase della vita in cui si impara a riconoscersi nelle proprie paure e le si
vive, si esce dalla comfort zone per cercare di gestirle dall’interno, anziché
percepirle come un nemico esterno. E la chiave di volta è l’amore/amicizia per Mike,
che sta per essere attaccato da un Demogorgone: la paura e la rabbia,
indissolubilmente sorelle, fanno scattare qualcosa che altrimenti non si
manifesterebbe. E qui l’amore funziona da veicolo per entrarvi in contatto. La
chiave di lettura è in linea con il senso della serie: non ci si salva da soli,
non lo si fa per noi stessi, ma in virtù dell’amore di chi ci sta intorno.
Alla fine della 7° puntata della 5° stagione, William
abbraccia la sua omosessualità, la offre alle persone che gli stanno intorno,
trova la forza che viene dall’accettazione di sua madre e dei suoi amici
(famiglia di sangue e queer family); perché siamo animali sociali la cui
identità non si autodefinisce, ma si basa sulla percezione di noi che chi
amiamo ha.
William arriva alla puntata finale della serie con una forza
nuova, pronto a liberarsi definitivamente di quel buio interiore che ha
rischiato di alienarlo.
Il messaggio è il solito, quello delle favole, e di mille
altri film e serie TV: guardare in faccia le proprie paure, abbracciare le
proprie ombre è l’unico modo di essere vincenti. Ma, come al solito, il modo di
dirlo fa la differenza. I fratelli Duffer ci hanno portato dentro questo
viaggio magnifico durato quasi 10 anni, ci hanno portato indietro di 40 anni,
ai walk man, ai walkie talkie dalla lunga antenna, alle musicassette, alle
canzoni degli anni ’80 (“Running up that hill” di Kate Bush è tornata a essere
una hit), ai loghi commerciali di quegli anni, attraverso un viaggio fatto di
nostalgia, mitologia da giochi di ruolo, e di forti amicizie che portano potere.
Mi sento di dirlo: Stranger Things sfida le leggi della
serialità e anziché diventare stanca ed esausta, la serie prolifera in nuove
storie, attraverso nuovi personaggi, dinamiche e sottotrame inaspettate, in una
forza centrifuga che ci porta in nuove situazioni e mondi, evidentemente
necessari per chiudere il cerchio che si stringe intorno al collo di Hawkins. E
così appare la sorella d Eleven, si scopre di più del loro padre, di Henry, del
suo passato.
I mezzi tecnici sono sensazionali, con immagini che sono a
metà tra il cinematografico e il videogioco.
Certo ci sono pecche, che si perdonano perché è difficile
mantenere una trama solida dopo 41 episodi e considerando che la storia si
allarga e include nuovi personaggi/storie (‘Dark’ è una meravigliosa eccezione a
questo; link).
E così i demogorgoni non sono più tremende creature che uccidono tutto ciò che
hanno di fronte, ma selettivi killer che pare non sentano rumori, che
setacciano luoghi alla ricerca dei loro target come nemmeno i cani da tartufo
ad Alba; la vera fantascienza è la maniera in cui Holly sfugge a Vecna, allontanandosi
con nonchalance e cadendo direttamente in direzione di Nancy & co.
Gran finale da film: l’ultimo episodio (l’1 Gennaio 2026)
durerà 2h e 8 minuti.
Comunque vada a finire, Stranger Things é stata una bella
compagnia.
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