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giovedì 15 gennaio 2026

Stranger Things: Un cammino dell’eroe degli anni ‘80

 di Vincenzo Zaccone


 

“Stavo cercando le risposte in qualcuno altro, ma io le avevo tutte” - Will

Come non parlarne: è stata a lungo la serie TV più vista di sempre di Netflix (poi superata da ‘Mercoledì’), che ha massimizzato l’effetto nostalgia per gli anni ’80, e che ha avuto un’influenza enorme sul panorama mondiale.

Oltre a questo, ci ha tenuto con il fiato sospeso per quasi un decennio, generando molta attesa sul capitolo finale; adesso l’inizio della fine ce l’abbiamo sottomano e non delude.

Forse la cosa più entusiasmante è che, dopo nove anni in giro per Hawkins, i fratelli Duffer riescano ancora a regalarci una “storia di formazione” potente, con protagonisti ancora vitali, che battibeccano, si confidano, scoprono nuove parti di sé, confliggono, convergono completando i discorsi, perfezionando i piani d’azione l’uno dell’altro. 

 

La storia di formazione si disvela completamente, mostra uno dei cardini narrativi: il cammino dell’eroe, William, e lo sforzo di conoscersi, accettarsi, superare la paura di essere accettato, e capire pian piano quali siano le risposte gli appartengono. Insomma, il percorso che spetta a tutti noi. Mentre altre linee narrative sono meno universali: per esempio, la forza di un’amicizia incondizionata e durevole non è qualcosa che tutti abbiamo la fortuna di esperire.

Come visto in altre storie, il suo percorso è intrinsecamente legato a quello del malvagio, in un gioco in cui l’eroe e l’antieroe sono inevitabilmente fatti della stessa pasta, rappresentano la dualità che fa parte di ognuno di noi.

Vecna/Henry (l’antieroe) rappresenta il mostro interno che tutti noi dobbiamo combattere per diventare la versione più matura di noi stessi, e rappresenta quelle paure che dobbiamo superare per riuscire a diventare chi siamo e non sentire più l’esigenza di adeguarci al mondo che ci circonda.

Nei primi episodi della 5° stagione vediamo William turbato, ma sollevato nel riconoscere intorno a sé qualcosa che corrisponde al suo reale sé (Robin che bacia la sua fidanzata); alla fine del 4° episodio però è già nella fase della vita in cui si impara a riconoscersi nelle proprie paure e le si vive, si esce dalla comfort zone per cercare di gestirle dall’interno, anziché percepirle come un nemico esterno. E la chiave di volta è l’amore/amicizia per Mike, che sta per essere attaccato da un Demogorgone: la paura e la rabbia, indissolubilmente sorelle, fanno scattare qualcosa che altrimenti non si manifesterebbe. E qui l’amore funziona da veicolo per entrarvi in contatto. La chiave di lettura è in linea con il senso della serie: non ci si salva da soli, non lo si fa per noi stessi, ma in virtù dell’amore di chi ci sta intorno.

Alla fine della 7° puntata della 5° stagione, William abbraccia la sua omosessualità, la offre alle persone che gli stanno intorno, trova la forza che viene dall’accettazione di sua madre e dei suoi amici (famiglia di sangue e queer family); perché siamo animali sociali la cui identità non si autodefinisce, ma si basa sulla percezione di noi che chi amiamo ha.

William arriva alla puntata finale della serie con una forza nuova, pronto a liberarsi definitivamente di quel buio interiore che ha rischiato di alienarlo.  

Il messaggio è il solito, quello delle favole, e di mille altri film e serie TV: guardare in faccia le proprie paure, abbracciare le proprie ombre è l’unico modo di essere vincenti. Ma, come al solito, il modo di dirlo fa la differenza. I fratelli Duffer ci hanno portato dentro questo viaggio magnifico durato quasi 10 anni, ci hanno portato indietro di 40 anni, ai walk man, ai walkie talkie dalla lunga antenna, alle musicassette, alle canzoni degli anni ’80 (“Running up that hill” di Kate Bush è tornata a essere una hit), ai loghi commerciali di quegli anni, attraverso un viaggio fatto di nostalgia, mitologia da giochi di ruolo, e di forti amicizie che portano potere.

Mi sento di dirlo: Stranger Things sfida le leggi della serialità e anziché diventare stanca ed esausta, la serie prolifera in nuove storie, attraverso nuovi personaggi, dinamiche e sottotrame inaspettate, in una forza centrifuga che ci porta in nuove situazioni e mondi, evidentemente necessari per chiudere il cerchio che si stringe intorno al collo di Hawkins. E così appare la sorella d Eleven, si scopre di più del loro padre, di Henry, del suo passato.

I mezzi tecnici sono sensazionali, con immagini che sono a metà tra il cinematografico e il videogioco.   

Certo ci sono pecche, che si perdonano perché è difficile mantenere una trama solida dopo 41 episodi e considerando che la storia si allarga e include nuovi personaggi/storie (‘Dark’ è una meravigliosa eccezione a questo; link). E così i demogorgoni non sono più tremende creature che uccidono tutto ciò che hanno di fronte, ma selettivi killer che pare non sentano rumori, che setacciano luoghi alla ricerca dei loro target come nemmeno i cani da tartufo ad Alba; la vera fantascienza è la maniera in cui Holly sfugge a Vecna, allontanandosi con nonchalance e cadendo direttamente in direzione di Nancy & co.

Gran finale da film: l’ultimo episodio (l’1 Gennaio 2026) durerà 2h e 8 minuti.

Comunque vada a finire, Stranger Things é stata una bella compagnia.

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