(di Giovanna Rotondo)
L’odore
che emanava era terribile. Non si respirava quasi. Pensò al medioevo, ai miasmi
di allora: a quei tempi esseri umani, animali, rifiuti di ogni tipo e
quant’altro vivevano in piena promiscuità. “Ma cosa avete portato. Un pezzo di
fogna?” si rese conto che era una cosa seria quando lo vide sulla barella. Due
poliziotti controllavano le operazioni di soccorso.
“E’morto?”
“Sembra di no. Ma lo sarà a breve se non fate qualcosa subito”.
Donata Rosci guardava l’uomo, in posizione fetale, immerso nei suoi escrementi
da più e più giorni. Gli occhi sigillati dalle croste, capelli e barba incolti,
in uno stato di sporcizia totale. Cachettico. Sembrava già in preda ai
vermi… Bisognava idratarlo ancor prima di pulirlo, rischiava di morire nel
frattempo: c’era il pericolo di un blocco renale! Gli disinfettò lei stessa le
braccia per le flebo, inserì gli aghi. Preparò ogni cosa con estrema cura,
avvertendo tutta la responsabilità delle sue azioni. Gli guardò gli occhi, le
croste erano spesse, purulente. Ed era pieno di piaghe, dovevano fare
attenzione alle infezioni. Inserì degli antibiotici nella flebo. Fece dei
prelievi di sangue da mandare in laboratorio. E proseguì con una prima,
accurata disinfezione e pulizia degli occhi. Se avesse superato le prossime
ore, avrebbero potuto pulirlo e cambiarlo, sarebbe stato difficile curarlo,
altrimenti. Era la seconda volta che pensava “se”. Fu presa dalla nausea e
dovette uscire: “Per fortuna è una notte tranquilla”, pensò. Accadeva di rado.
“Chissà chi è e come ha fatto a ridursi così o chi l’ha ridotto così”. Avrebbe
voluto sapere, ma preferì non chiedere. Non ancora. Era tempo di consultare i
colleghi nei reparti e sentire la loro opinione: queste prime ore di cure
sarebbero state fondamentali. Donata parlò personalmente con i medici di
guardia in nefrologia e in medicina, presenti per il turno di notte, chiese
loro di venire al più presto alla rianimazione del PS per un codice rosso. Il
gruppo, dopo essersi consultato, decise che bisognava continuare con le flebo e
verificare spesso le funzioni renali, che potrebbero essere state compromesse
dall’assenza di liquidi. Si poteva procedere a una disinfezione e medicazione
delle piaghe dell’uomo, prima di spostarlo in un altro reparto. Donata guardò
l’ora, era mezzanotte: bisognava rapargli barba e capelli il più possibile,
erano infestati da parassiti. Tagliare gli indumenti che aveva indosso e
rimuoverli cercando di non strappargli pezzi di pelle. Continuare con la terapia
antibiotica via flebo, la reidratazione e nutrizione sempre via flebo e…
sperare!
La dottoressa, insieme al personale ausiliario, si prodigò al massimo: passò la
soluzione disinfettante sulle piaghe per rimuovere gli indumenti, diverse
volte. Con delicatezza. L’uomo era pelle e ossa, non c’era più niente, solo
organi e pelle! Lo girarono pian piano sull’altro lato e rifecero le stesse
operazioni. Albeggiava, Donata era sfinita ma contenta: si era affezionata a
quel povero essere indifeso che giaceva come un infante. Aveva eseguito con
scrupolo tutto quanto era possibile per rimediare al danno da lui subito. Di
positivo c’era che l’uomo era ancora vivo: era stato bonificato, coperto da un
lenzuolo pulito e presto sarebbe stato trasferito in reparto. Non puzzava più!
Sarebbe tornata a trovarlo al ritorno in servizio. Si chinò a guardarlo
con attenzione, quasi volesse ricordarsi del suo viso, dei suoi lineamenti e fu
allora che lo udì bisbigliare parole incomprensibili: le sembrò di sentire il
nome di una donna o fu solo la sua immaginazione? Il mormorio non era chiaro e
non aveva senso logico. Donata provò a fargli delle domande:
“Come si chiama? Sa dirmi chi è?” ma non ci fu risposta.
Prima di staccare dal turno, volle sapere la storia al funzionario di polizia
che nel frattempo era venuto a chiederle come stava:
“Difficile dirlo… sono ottimista, c’è stato il tentativo di pronunciare alcune
parole, un tentativo meccanico, incomprensibile, non ha ancora ripreso
conoscenza: è presto per sciogliere la prognosi. Le prossime ore saranno
decisive. Posso sapere qualcosa di lui?”.
Il funzionario raccontò che l’avevano trovato per caso nell’Interland Milanese.
Erano all’inseguimento di alcuni spacciatori. Cercavano una consistente partita
di droga e setacciavano qualsiasi nascondiglio: siepi, sassi tutto ciò che
potesse servire allo scopo. Uno dei cani, raspando il terreno, aveva mosso un
piccolo oggetto luccicante: un gemello da polso, molto bello, con delle
iniziali, un oggetto strano per quei luoghi! Avevano cominciato a battere il
territorio intorno palmo a palmo: ogni siepe, arbusto, finché, sempre per caso,
si erano trovati nei pressi di un casupola bassa resa invisibile dalla
sterpaglia, senza finestre, solo una grata, per l’aria. Ideale per nascondere
della merce. Avevano chiesto rinforzi e tirato giù una pesante porta di legno,
chiusa da due robusti catenacci: uno in alto e uno in basso. E lì la scena
indescrivibile, il resto lo sapeva. Avevano molti indizi e pochi dubbi
sull’identità dell’uomo. Si trattava di un imprenditore sequestrato un paio di
mesi prima e di cui si era perso il contatto: Antonio R. La famiglia era già
stata allertata. Donata era giunta alla fine del suo turno. Più che un turno
era stato un viaggio, ma non voleva andar via. Aveva davanti agli occhi il viso
dell’uomo, un cenno di sorriso agli angoli della bocca, quasi sognasse. Chiese
al collega di tenerla informata sugli sviluppi della situazione del malato e di
comunicarle un suo eventuale trasferimento presso altri ospedali.
Non
aveva ancora aperto gli occhi. Ma era da tempo che sentiva la vita intorno a
sé. Aveva avvertito lacrime, bisbigli, parole, carezze. Voci ovattate,
sussurrate, tenere. Prima o poi avrebbe dovuto arrendersi al mondo là fuori,
guardarlo… guardarsi. Sapeva chi era, cosa gli era accaduto e immaginava di
sapere dov’era, ma non voleva parlare, non ora, non ancora: non voleva
rispondere a domande, raccontare.
Aveva bisogno di solitudine, doveva capire tutte le sensazioni che sentiva
dentro di sé, confrontarsi con quella persona nuova, sconosciuta, diversa, che
era in lui. Una persona nuova, nata in ore di solitudine e sofferenza. Qualcuno
gli toccò la mano, il polso, lievemente. Lui socchiuse gli occhi appena,
appena. Vide un camice bianco. Lei gli sorrise:
“Buongiorno. Vedo che sta meglio. Sono Donata Rosci. Ero di guardia al Pronto
Soccorso quando l’hanno portata qualche giorno fa. So che è vigile da qualche
tempo, non si preoccupi di parlare. Sono entrata un momento per vedere come
sta…”
Aveva un timbro di voce che avrebbe voluto ascoltare a lungo, il suo primo
contatto dopo tanti giorni terribili, ne rimase avvolto, conquistato. Se ne
stette con gli occhi socchiusi a guardarla. “Non vada via, La prego”, sussurrò.
“Non si affatichi a parlare. Lo faccia piano. Potrebbe causarle molta
sofferenza”.
“Sì, ma non per gli ultimi avvenimenti. Non sono quelli i più terribili. Quelli
potrò raccontarli”, chiuse gli occhi, un’espressione di dolore gli incrinò
volto. I suoi pensieri erano lucidi. Donata gli strinse la mano, gliel’accarezzò.
Capiva le sue parole, il desiderio di manifestare a qualcuno, a se stesso, il
suo tormento per ciò che era stato ma, soprattutto, la persona nuova che
era in lui. Stava meglio, non era più in pericolo di vita, aveva davanti una
lunga convalescenza, nel corpo e nello spirito:
“Vieni ancora a trovarmi, ti prego” e tacque.
Lei gli accarezzò la mano e gli sfiorò, il viso. Si vive una vita con gli
altri, si parla con loro per abitudine, senza comprendersi poi, un giorno,
avviene che s’incontra uno sconosciuto di cui si sa tutto, senza
parlare. Indugiò qualche istante prima di lasciarlo. “A volte, gli istanti
valgono una vita intera”, si disse.
“Novità?
Ha ripreso conoscenza?”
“Non in mia presenza. Il medico assicura che ha momenti di lucidità. Presto lo aiuteranno
ad alzarsi e ad alimentarsi autonomamente. Dovrà andare in dialisi, ma non è
detto che ci debba rimanere tutta la vita. Ho parlato con il funzionario di
polizia, mi ha fatto vedere un gemello con le iniziali: era il suo! L’hanno
trovato nei pressi di una casupola del milanese, per pura coincidenza; deve
averlo smarrito mentre lo trasportavano. Se non avessero trovato il bottone e
acuito le indagini nella zona, non l’avremmo più rivisto vivo. Sembra che i
sequestratori l’avessero abbandonato o fossero fuggiti, benché siano
solo supposizioni,”.
L’avevo tolto mentre mi trasportavano, non ero del tutto cosciente e non
speravo che ce l’avrei fatta a farlo cadere. Dal suo sonno veglia,
Antonio seguiva brani di conversazione, era ancora molto debole e non riusciva
a rimanere presente a lungo.
“Ho bisogno di parlarti, Sara. Ho bisogno di parlare con te una volta per
tutte, dobbiamo decidere. Sono contento che l’abbiano trovato, il pensiero di
lui mi torturava giorno e notte”, la voce di Dario era incrinata, stanca,
quasi disperata.
“Non adesso, non qui. Potrebbe aprire gli occhi da un momento all’altro. Lo
faremo nei termini che vorrai appena lui si sarà ristabilito del tutto. Ricorda
che io non ti ho mai promesso nulla. Non ho mai illuso le tue aspettative”,
il tono di lei non ammetteva repliche. “Mi hanno anche chiesto che cosa
so del suo sequestro e le ragioni per cui abbiamo aspettato più giorni, prima
di denunciare la sua scomparsa. Ho risposto che non so nulla più di quanto
dichiarato e mi sono affidata a te per qualsiasi decisione” Dario non commentò.
Sara si era sempre adeguata alle situazioni, non aveva mai tentato di
discutere: bella e all’apparenza fredda! Chissà se avesse mai avuto il
desiderio di un’altra vita.
Si appisolò di nuovo, per svegliarsi senza sapere quanto tempo fosse intercorso
tra prima e adesso. C’era qualcuno nella stanza, socchiuse appena gli occhi,
tuttavia non si preoccupò di guardare chi fosse. Sentì una voce maschile che
diceva:
“E’ tempo che incominci a muoversi. E’ necessario capire il suo stato. Tra oggi
e domani l’aiuteremo ad alzarsi e tenteremo di parlare con lui” non era la voce
di Dario.
Chissà se Cristina è stata qui… non importa se non viene. Spero di stare con
lei quando sarò ritornato a casa… A casa? Ma è ancora la mia casa? No, non
tornerò a vivere nel passato… E si riassopì con quel pensiero.
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