(di Viviana Gabrini)
Un “seconda scesa”. Carla guarda
l'uomo davanti a sé: oramai lo conosce, sa che quel “seconda scesa” che le sta
chiedendo sta a significare un caffè fatto con gli avanzi dei fondi
dell'espresso precedente. Un brodino di
poco sapore e poco aroma, ma gratis, perché l'uomo non si può permettere di
spicciare un euro per un sorso decente.
Carla non dice nulla, gli fa un
espresso normale (si dirà di prima scesa?) e mentalmente calcola che stanno a
quota tre. Al quarto caffè, metterà di tasca sua un euro in cassa. Venticinque
centesimi per un caffè le sembra un prezzo più che onesto e il titolare non ci
rimetterà nulla.
L'uomo, come ogni volta, biascica
a fatica un “grazie”, beve e se ne va.
Non è simpatico e non fa niente
per sembrarlo. Come lei.
Carla ha quarant'anni, ma
potrebbe averne cinquanta come sessanta. Lavora in quel bar trattoria da quando
ha sedici anni, al punto che i clienti non capiscono se lei sia una dipendente
o la padrona.
Carla non sorride a nessuno.
Svolge il suo lavoro con distacco, ma è precisa ed efficiente ed è per questo
che nessuno si è mai sognato di allontanarla, anche se è scorbutica, anche se
non è gentile, anche se non è graziosa.
I capelli neri tagliati corti,
quasi da uomo, il corpo sformato dai chili di troppo, mai un filo di trucco, un
vezzo, un gioiello che ne riveli la natura femminile. La divisa da cameriera le
stringe sui fianchi e sul culo, ai piedi porta ciabatte comode.
Riesce a ricordare tutte le
ordinazioni senza scrivere nulla, sa i gusti e le preferenze degli habitués,
difficilmente sbaglia qualcosa.
Il titolare si fida di lei più
che di se stesso.
Carla osserva il vecchio uscire e
sente un moto di pietà. Chissà come mai se lo è preso a cuore. Forse perché è
solo e selvatico come lei, forse perché come lei non fa nulla per piacere agi
altri.
Carla parla poco ma pensa tanto e
spesso cuce addosso a chi le sta attorno storie fantastiche e immaginarie. Si
fa domande e a volte inventa risposte.
Ora, ad esempio, si chiede come
mai quel vecchio sia così in malarnese, quale tiro gli abbia giocato la vita,
se sia nato col piede sbagliato oppure con la camicia, se sia stato artefice
del proprio destino oppure abbia subito l'inganno e la cattiveria del prossimo.
Avrà figli? Avrà avuto moglie?
Patirà di quei caffè elemosinati con ombroso silenzio o rivendicherà fino
all'ultima goccia l'orgoglio di una scelta assurda agli occhi dei più?
Mentre il vecchio esce dal
locale, proprio sulla porta incrocia un gruppo di giovani uomini che parlano a
voce alta e ridono sguaiatamente.
Il primo di loro urta il vecchio
e invece di scusarsi gli dà dell'ubriacone suscitando il coro di sghignazzi
della fedele corte.
Il vecchio esce senza fiatare:
sembra che la cosa nemmeno gli sia successa; i giovani si siedono al solito tavolo,
di fronte al camino.
Carla li conosce molto bene e non
li ama per nulla: piccole menti, figli di piccoli uomini con grandi tasche
arricchite. Capo indiscusso è il figlio del sindaco: giubbotto in pelle e passo
sicuro, porta in giro per il paese la meschina arroganza di chi si sente
arrivato.
«Carla, è ora di finirla di far
entrare certi straccioni in questo locale. Soprattutto perché qui ci veniamo
noi».
La frase del loro leader scatena
il solito cori di consensi.
«Dillo a Gianni, che alla fine
dovrà scegliere: o noi o loro qui dentro».
E giù di nuovo quella fastidiosa
risata che sui nervi di Carla fa lo stesso effetto di un gesso che stride
contro la lavagna.
«Non ti ha fatto nulla, nulla ti
toglie. Lascialo in pace».
Le parole della donna ottengono
un silenzio inaspettato: è difficile sentirla parlare di qualcosa che non sia
inerente il suo lavoro. Il tono tagliente non è per niente amichevole.
Il capobranco non accetta che
nessuno metta in discussione il suo ruolo e alza il tono: «Attenta – grida, certo
di suscitare la risata di consenso del gruppo – che se ci lamentiamo noi,
facciamo cacciare anche te».
Lo sguardo duro di Carla gela
l'intera tavolata: qualcuno mette mano al telefono per rispondere a immaginari
messaggi, qualcun altro abbassa la sguardo. Il capo la soppesa con sguardo
incattivito, poi decide che sia più dignitoso non far trapelare la propria
difficoltà e ordina due bottiglie di Bonarda.
La donna sciorina il menu del
giorno: gli uomini fanno il loro ordine che, come sempre, lei manda a memoria,
senza bisogno di scrivere un rigo.
Con il solito passo calmo e
indolente, entra in cucina e gira gli ordini al cuoco.
«Le bruschette della casa le
preparo io - lo rassicura - ci metto un
attimo».
Sempre con calma, Carla scivola
dalla cucina allo spogliatoio e da una sporta di tela grezza tira fuori due
scatolette tonde e colorate: paté di fegato e paté di tonno.
Tornata in cucina, apre le
lattine, scodella il contenuto cilindrico e compatto su un tagliere, poi fa
scivolare le scatole vuote nelle tasche capienti del suo grembiule.
Il paté è morbidissimo: Carla lo
taglia a fette che dispone su un piatto di portata, insieme a crostoni di pane
rustico, abbrustoliti sul camino, irrobustiti da grossi spicchi di aglio
stropicciati contro la mollica divenuta croccante, impreziositi da una goccia
di olio d'oliva.
Carla serve in tavola e i giovani
uomini si avventano sulle bruschette.
La cameriera seguita nel suo
andirivieni fra la sala e la cucina; quando vede che le bruschette sono state
spazzolate, si avvicina al tavolo per portare via il piatto vuoto.
«Buonissime» dice qualcuno. «Ottime
davvero» rincara un altro.
Carla sorride – uno dei suoi rari
e brevi sorrisi – tira fuori dalle tasche le scatolette e le posa sul tavolo: Paté
Baffo, recita la scritta, Ogni
Gatto ne va Matto.
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