(Di Heiko H. Caimi)
La moka iniziò a borbottare alle 6:12, puntuale come un
impiegato comunale che timbra il cartellino senza entusiasmo. E in effetti
Marta era un’impiegata comunale.
Spense la moka e poi rimase a guardarla da lontano, seduta
al tavolo della cucina, con un bicchiere d’acqua vuoto davanti e la pillola di
pantoprazolo che le si scioglieva in gola.
Il profumo del caffè si diffuse nella stanza, caldo,
rassicurante, quasi materno. E lei non poteva ancora berlo. «Trenta minuti»
mormorò.
Era diventata la sua liturgia quotidiana: la moka che la
tentava, il farmaco che la frenava e lei in mezzo, come se aspettasse un amante
in ritardo.
Marta lavorava come custode del Museo Civico di Borgo
Settecase, un edificio che sembrava più vecchio dei reperti che conteneva. Ogni
mattina apriva le finestre della sala principale, salutava le statue come
fossero colleghe di lunga data e controllava che nessuno avesse rubato il busto
di Garibaldi (nessuno lo voleva, ma lei controllava lo stesso, e comunque era
la cosa più preziosa contenuta nel palazzo).
Il museo era il suo regno silenzioso. Le piaceva pensare che
le opere d’arte, quando lei passava, si raddrizzassero un po’, come studenti
davanti alla loro maestra.
Il dramma della sua vita non era dunque il lavoro, e nemmeno
il suo zitellaggio: era il caffè negato. Da quando il medico le aveva
prescritto il pantoprazolo, le sue mattine erano diventate un esercizio di
autocontrollo degno di un monaco tibetano. Solo che lei non era un monaco
tibetano: era una donna di cinquantasei anni che si svegliava storta, con i
capelli arruffati e la pazienza di un gatto siamese.
Quel mattino, però, qualcosa cambiò. Mentre aspettava i suoi
trenta minuti di purgatorio, guardò la moka fumante e pensò: “Se non posso
berlo, almeno posso annusarlo”.
Si avvicinò. Appoggiò la mano sulla maniglia calda. Inspirò
profondamente. Il profumo le entrò nei polmoni come un ricordo d’infanzia: sua
madre che preparava il caffè la domenica mattina, la tovaglia a quadretti
bianchi e rossi, la radio che gracchiava notizie inutili.
Marta capì in quel momento un fatto semplice e luminoso: non
era il caffè a svegliarla; era l’attesa del caffè. Il desiderio, la promessa,
il piccolo lusso di un gesto che apparteneva solo a lei.
Quando finalmente scattò la mezz’ora, prese la tazzina e
bevve il primo sorso con la lentezza di chi sa che la felicità, a volte, è una
questione di minuti ben spesi. Anche freddo, il caffè era sempre un buon caffè.
Arrivò al museo con un’energia nuova. Aprì le finestre,
salutò le statue, controllò Garibaldi. Si fermò davanti alla teca che conteneva
un vecchio orologio da torre, fermo da decenni. «Anche tu aspetti qualcosa,
eh?» gli disse. E, per la prima volta da settimane, sorrise.
In fondo la sua vita non era fatta di grandi eventi, ma di
piccoli riti: la moka che borbotta, il museo che si apre, il tempo che scorre
lento. Anche l’attesa può essere un modo per prendersi cura di sé. Ma solo
perché nessuno aveva ancora inventato un modo più dignitoso di soffrire. A lei
dell’evoluzione spirituale non importava nulla: voleva solo il caffè.
racconto simpatico e ben scritto!
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