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mercoledì 5 agosto 2026

La moka

 (Di Heiko H. Caimi)


La moka iniziò a borbottare alle 6:12, puntuale come un impiegato comunale che timbra il cartellino senza entusiasmo. E in effetti Marta era un’impiegata comunale.


Spense la moka e poi rimase a guardarla da lontano, seduta al tavolo della cucina, con un bicchiere d’acqua vuoto davanti e la pillola di pantoprazolo che le si scioglieva in gola.

Il profumo del caffè si diffuse nella stanza, caldo, rassicurante, quasi materno. E lei non poteva ancora berlo. «Trenta minuti» mormorò.

Era diventata la sua liturgia quotidiana: la moka che la tentava, il farmaco che la frenava e lei in mezzo, come se aspettasse un amante in ritardo.

Marta lavorava come custode del Museo Civico di Borgo Settecase, un edificio che sembrava più vecchio dei reperti che conteneva. Ogni mattina apriva le finestre della sala principale, salutava le statue come fossero colleghe di lunga data e controllava che nessuno avesse rubato il busto di Garibaldi (nessuno lo voleva, ma lei controllava lo stesso, e comunque era la cosa più preziosa contenuta nel palazzo).

Il museo era il suo regno silenzioso. Le piaceva pensare che le opere d’arte, quando lei passava, si raddrizzassero un po’, come studenti davanti alla loro maestra.

Il dramma della sua vita non era dunque il lavoro, e nemmeno il suo zitellaggio: era il caffè negato. Da quando il medico le aveva prescritto il pantoprazolo, le sue mattine erano diventate un esercizio di autocontrollo degno di un monaco tibetano. Solo che lei non era un monaco tibetano: era una donna di cinquantasei anni che si svegliava storta, con i capelli arruffati e la pazienza di un gatto siamese.

Quel mattino, però, qualcosa cambiò. Mentre aspettava i suoi trenta minuti di purgatorio, guardò la moka fumante e pensò: “Se non posso berlo, almeno posso annusarlo”.

Si avvicinò. Appoggiò la mano sulla maniglia calda. Inspirò profondamente. Il profumo le entrò nei polmoni come un ricordo d’infanzia: sua madre che preparava il caffè la domenica mattina, la tovaglia a quadretti bianchi e rossi, la radio che gracchiava notizie inutili.

Marta capì in quel momento un fatto semplice e luminoso: non era il caffè a svegliarla; era l’attesa del caffè. Il desiderio, la promessa, il piccolo lusso di un gesto che apparteneva solo a lei.

Quando finalmente scattò la mezz’ora, prese la tazzina e bevve il primo sorso con la lentezza di chi sa che la felicità, a volte, è una questione di minuti ben spesi. Anche freddo, il caffè era sempre un buon caffè.

Arrivò al museo con un’energia nuova. Aprì le finestre, salutò le statue, controllò Garibaldi. Si fermò davanti alla teca che conteneva un vecchio orologio da torre, fermo da decenni. «Anche tu aspetti qualcosa, eh?» gli disse. E, per la prima volta da settimane, sorrise.

In fondo la sua vita non era fatta di grandi eventi, ma di piccoli riti: la moka che borbotta, il museo che si apre, il tempo che scorre lento. Anche l’attesa può essere un modo per prendersi cura di sé. Ma solo perché nessuno aveva ancora inventato un modo più dignitoso di soffrire. A lei dell’evoluzione spirituale non importava nulla: voleva solo il caffè.

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