L'ombra sul balcone
Era una notte calda di fine agosto, il cielo era terso e limpido, e l'assenza di luna rendeva le stelle padrone della volta celeste.
L’aria era immobile, carica dell'odore dell'asfalto caldo, dell'erba secca e dei gerani di sua madre che ancora ornavano il balcone.
Clandestina in casa mia, pensò Maura, abbandonandosi con la schiena contro la perlinatura di legno che adornava quel lato della casa e che le restituiva parte del caldo assorbito durante il giorno.
Esattamente un mese prima, nello studio notarile del centro, avevano firmato l’atto di vendita della casa in via dei Ciliegi 76: l’unico indirizzo che avesse mai sentito proprio davvero.
I nuovi proprietari erano una famiglia tranquilla: due sessantenni nati e cresciuti in Albania, entrambi operai agricoli, con tre figli adulti di cui l'ultimo, trentenne, che viveva con loro.
Durante le visite con l'agente immobiliare, avevano chiesto poche cose, ascoltato con attenzione, toccato le pareti come per capirne la storia.
Alla seconda visita, si erano detti dispiaciuti di non aver più trovato i mobili del salotto e dell'anticamera. Mobili che oramai avevano un mezzo secolo ma che erano ancora solidi, sobri ed eleganti.
Avrebbero preferito comperarla con tutti i mobili dentro, avevano detto, e Maura si era sentita sollevata: si era impegnata per regalare i mobili della casa, lei non poteva tenerli, e l'idea che finissero in una discarica le metteva una grande tristezza.
Davanti al notaio, la donna aveva sorriso, aveva stretto mani, aveva detto «Abbiate cura della casa», ed era uscita con una cartellina di fogli e un vuoto nel petto che non si chiudeva.
Quella notte aveva parcheggiato la sua auto due strade più in là, in un angolo buio senza lampioni.
Maglia nera a maniche corte, pantaloni leggeri di cotone scuro, scarpe da ginnastica silenziose. Non era una ladra, eppure il cuore le martellava nelle orecchie mentre sgattaiolava lungo la scala che dalla strada principale conduceva al cancelletto di ingresso.
Nessuno lo aveva ancora riparato e bastò allentare la cordicella che lo teneva chiuso per aprirlo ed entrare in giardino.
Salì le scale esterne in punta di piedi, con gli scricchiolii del granito che le rimbombavano nelle orecchie.
Come una ladra, pensò.
Ma lei non era lì per rubare: era solo venuta a riprendersi un po' del suo passato.
Mise piede sul balcone e se qualcuno in quel momento avesse guardato verso di lei, avrebbe visto solo un’ombra lunga e immobile, un’ombra senza volto, senza nome, che non apparteneva più a quel luogo eppure vi si posava con la naturalezza di chi torna a casa.
Maura si rese conto di essere diventata proprio quello: un’ombra sul balcone, un residuo di notte che il vento non aveva ancora portato via.
La panca di castagno, costruita da suo padre mezzo secolo prima e verniciata di verde salvia ormai sbiadito dal tempo e dal solleone, era esattamente al suo posto, affacciata sul giardino, con le tuie a fare da sentinelle, la fontanella asciutta da tempo ma che negli anni della sua infanzia aveva accolto i pesci rossi, le rose e i vasi di primule, di viole del pensiero e di begonie.
Si era seduta piano, posando le mani sul legno ancora caldo di giornata. Aveva alzato lo sguardo: il cielo stellato le si apriva sopra la testa, infinito e familiare, lo stesso che aveva guardato da bambina e poi da ragazza contando le stelle cadenti con il naso all’insù.
Dietro di lei, la casa respirava il sonno estivo dei nuovi inquilini. Probabilmente dormivano nel grande letto matrimoniale, le finestre socchiuse per far entrare l’aria tiepida della notte.
Il figlio era nella cameretta che era stata la sua: forse leggeva sul telefono con la luce bassa, o forse già russava piano dopo una giornata qualunque.
Chiuse gli occhi. I ricordi arrivarono come folate di aria calda che salgono dal selciato.
Ecco lei a quattro anni, correre lungo il perimetro della casa, inciampare e rovinare contro il marciapiede ruvido, gli strilli, le cure della madre, le medicazioni esibite con orgoglio come ferite dopo la battaglia.
Ecco i pomeriggi d’estate, ad assistere la madre che trasformava in marmellata i frutti che il ciliegio e l'albicocco, ad anni alterni, elargivano con straordinaria generosità. Ecco altri pomeriggi estivi, lei e la madre sole in casa, le tapparelle di casa abbassate per creare ombra e una illusione di fresco, chiuse in salotto a leggere.
Ecco l'arrivo del fratellino, i pranzi del mercoledì con i nonni materni, i lavori di cura dell'orto e del giardino scanditi dalle stagioni, i voli in altalena, la piscinetta gonfiabile in giardino per rinfrescarsi con le amiche, i pupazzi di neve, nonna che veniva a vivere con loro dopo l'improvvisa e dolorosa morte del nonno.
Poi mamma se n’era andata una notte di febbraio, quasi all'improvviso.
Papà aveva resistito in quella casa ancora quasi dieci anni, poi le nuove condizioni di salute gli avevano fatto decidere di trasferirsi in una struttura protetta e dopo altri due anni, di comune accordo, avevano deciso di mettere in vendita la casa.
Maura, che non ci viveva più da quasi trent'anni, non sapeva se a darle più dolore fosse liberarsi della casa o, vuota e disabitata, vederla declinare ogni giorno di più.
Un rumore sommesso la riportò al presente. Veniva dal soggiorno. Una luce fioca si accese per un istante: forse qualcuno si era alzato per un bicchiere d’acqua, i passi leggeri sul pavimento di cotto che Maura conosceva a memoria. Attraverso la tenda leggera intravide una sagoma alta. Per un secondo la luce illuminò anche il balcone: l’ombra di Maura si allungò sul muro, tremò leggermente quando lui si mosse, poi la luce si spense. Silenzio profondo, rotto solo dal ronzio lontano di un condizionatore e dal fruscio leggero delle foglie mosse da una brezza minima.
Le lacrime le scesero lente lungo le guance. Non erano solo rimpianto. C’era una dolcezza aspra nel sapere che la casa continuava a vivere: accoglieva ora respiri nuovi, voci diverse, canzoni e silenzi che non conosceva.
Si alzò quando il cielo cominciò a schiarirsi , le stelle che impallidivano una dopo l’altra. Sfiorò la panca con le dita, come per portarne via un ultimo frammento di vernice calda. Scese le scale con la stessa cautela felina, lasciando che l’ombra sul balcone si dissolvesse piano nel buio. Prima di andarsene, salì verso l'orto: il nocciolo e il cachi erano ancora lì ed erano le uniche piante dell'orto che avevano resistito agli anni, più di cinquanta.
Sotto i loro rami, fra le loro radici, riposavano i suoi amati gatti.
Ridiscese e attraversò il giardino a ritroso.
Mentre camminava verso l’auto, l’alba di fine agosto tingeva già l’orizzonte di arancione tenue, e le ultime stelle resistevano ancora un po’.
Maura mise in moto senza voltarsi indietro.
La casa poteva ospitare voci nuove, mani diverse, sogni sconosciuti, ma quel balcone, quella panca, quei profumi d’estate, quel cielo stellato che aveva visto ogni suo desiderio, quelli restavano suoi per sempre.
Le radici non si strappano con una firma su un foglio.
Si portano dentro, silenziose, ostinate, fino all’ultimo respiro.
©Viviana Gabrini, 2026
Bellissima storia mi riporta indietro negli anni!
RispondiEliminaQuanta verità. Bellissimo racconto. Brava viviana e brava mimma x averlo pubblicato
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