di Vincenzo Zaccone
“Facciamo
un gioco…”
Le
mie gambe sobbalzano nel letto, spalanco gli occhi, tocco con un dito lo
schermo del telefono… le 3:33. Cavolo! Spero solo non sia un’altra di quelle
notti in cui ho bisogno almeno di un’ora per riaddormentarmi! È che sento la
tensione nervosa nelle mie fibre muscolari, nelle gambe, nelle spalle, faccio
fatica a rilassarle. Immagino sia colpa di quello che stavo sognando, cos’era?
Non ricordo. Ma la voce, quella sì la ricordo… un gioco, quale? E di chi era
quella voce? Non la mia certo. Sembrava un suono fuori campo, mi mette i
brividi ripensarci, mi sento a disagio.
Un
break, ho bisogno di un break per interrompere il flusso di energie che il
sogno ha creato. Mi alzo, vado in bagno, sciacquo le mani, il viso. Mi guardo
negli occhi, allo specchio, per cercare di ricentrarmi, scaricare la tensione.
Mentre lo faccio respiro profondamente, mi ascolto farlo. Impossibile riuscire
a smaltire la tensione così velocemente, ma va meglio; torno a letto.
Mi
affaccio dal balcone, vedo l’auto rossa parcheggiata sotto casa. Paola è
arrivata, scendo. “Oddio, ma il caldo che fa, ne vogliamo parlare?” urlo fuori
dal finestrino; Paola non mi aveva visto arrivare, si spaventa, sorride “Sei
sempre il solito idiota. Mi hai fatto saltare!”. Entro in auto, l’abbraccio, la
bacio; oggi è un giorno riservato a noi. Uno di quei giorni che ci ritagliamo
per stare insieme e isolarci dagli altri, per cercare di ritrovare noi stessi e
l’un l’altra.
“Dai
metti un po’ di musica, altrimenti qui non ci passa più. Speriamo non ci sia
traffico” dico a Paola, mentre guido. Lei collega il telefono e mette su la
“nostra” playlist, quella basata sulle canzoni che abbiamo iniziato a
scambiarci poco dopo esserci conosciuti. In realtà è stata lei che, attenta e
accudente, fiduciosa nel nostro rapporto da molto prima che io lo fossi, ha
creato una playlist salvando tutte le canzoni e musiche che ci si scambiava su
WhatsApp. Era la colonna sonora della nostra storia, lo capisco solo adesso.
“Dove
andiamo oggi?” chiedo io, e lei “Non ho preferenze, lo sai, quando si tratta di
Liguria… e poi l’altra volta siamo andati a Pietra Ligure, e avevo deciso io.
Oggi decidi tu”. “Uhm, io in realtà un suggerimento ce l’ho; proviamo Cavi di
Lavagna? Ci ero stato un bel po’ di anni fa, e mai con te. Magari possiamo
esplorare quella parte là?”. Si era deciso per Cavi di Lavagna. “Space
Dementia” arriva al suo finale, Matthew Bellamy canta in un misto di tristezza
e disperazione… “Hai sentito? Cazzo!” sussulto, ci manca poco che inchiodo
l’auto, ho voglia di fermarmi, scendere, controllare attorno; guardo nello
specchietto retrovisore, inarco le spalle, mi chiudo a riccio, ho gli occhi
pietrificati, allungo una mano sul sedile posteriore, poi sento la voce di
Paola distante, non capisco bene le parole, mi arrivano ovattate, lontane,
confuse. Lei mette la mano sulla mia, mi calmo, torno presente, la sento, la
vedo; “Ma che ti è successo? Per favore stai attento alla strada, mi hai
spaventata. Stai bene? Vuoi che guidi io?”. No, non voglio che lei prenda il
mio posto, voglio solo capire cosa sia successo: una voce, all’improvviso, così
vicina al mio orecchio, l’ho sentita come se fosse alle mie spalle, come se
qualcuno stesse per toccarmi. La stessa del sogno! Ancora il gioco? Quale
gioco? Adesso me ne ricordo, la voce ne sogno parlava del gioco dell’assassino
“Scopri chi è morto e dimmelo”; ma nel sogno non stavamo giocando a carte, o
comunque non lo ricordo. Che senso ha? Che sogno era?
Sento
la mano di Paola che si posa in maniera ancora più pesante sulla mia “Ma che ti
sta succedendo? Accosta e fammi guidare, non puoi continuare in queste
condizioni”. Facciamo cambio, ripartiamo. Mi parla, continuo a sentirla
lontana. Forse sono io lontano, mentre cerco di capire cosa mi sta succedendo:
mi sento incastrato in uno stato mentale confusionale, mi sembra di non essere
presente a me stesso, né a lei. La guardo, vedo che muove la bocca, a volte
distoglie lo sguardo dalla strada e mi lancia un’occhiata, preoccupata. Non
capisco cosa succede, non mi aspetto quindi che lo possa fare lei. La voce, il
gioco dell’assassino, chi? Tutto turbina intorno a me, non ho una percezione
chiara di quello che sta succedendo. Ho quella voce in testa, risuona come
calma, ma al tempo stesso, in qualche modo mi inquieta. Non è per il
riferimento al gioco, ma è per qualcosa che so di sapere e che non riesco a
farmela venire in mente.
Siamo
al mare, non mi rendo conto di come siamo arrivati, è come se la sequenza delle
immagini siano state archiviate dal mio cervello. Abbiamo parcheggiato,
percorriamo il tunnel che passa sotto la ferrovia, cerchiamo un angolo di
spiaggia in cui ci sia meno gente, passiamo davanti il ‘Bagni Nini’. Sento il
mio cognome. “Rivolta!”, mi giro, è Carlo; a lui è sempre piaciuto chiamarmi
per cognome, anziché Vittorio. “Hey, ma che ci fai qua?” gli dico, “Beh, sono
in ferie, io e Laura siamo sempre venuti qua in vacanza negli ultimi anni.
Adoriamo la Liguria, e qui a Cavi si sta davvero bene. A volte ci veniamo anche
nei weekend durante l’inverno. Il mare è rigenerante anche quando non si può
fare il bagno. E tu, stavi cercando me? Ultimamente mi cerchi in
continuazione!” ride; io faccio finta di non cogliere la frecciatina: non ci
sentiamo da tanto. Rimaniamo sotto il loro ombrellone. Laura, sua moglie, è
sdraiata, sorride appena, tiene su gli occhiali da sole, chiede come stiamo.
Non ci vediamo spesso noi e lei, il nostro rapporto è legato a quello mio con
suo marito. Mi offro di andare a prendere delle birre per tutti; se da una
parte mi fa piacere stare un po’ lì con loro e avere del tempo per
chiacchierare, dall’altra mi mette a disagio. Conto di rimanerci poco, con
loro, per poi proseguire il resto della nostra giornata in spiaggia per fatti
nostri. Al bar c’è un po’ di fila da fare, Carlo è venuto con me. “Come sta
Laura? Ha di nuovo quel tono di voce…” inizio il discorso, “Sì, è successo di
nuovo. Non si tratta di depressione. Il medico parla di sindrome bipolare, le
cui fasi stanno diventando sempre più distinte con il tempo. Se prima c’erano
solo degli accenni a questi stadi alternati, adesso si capisce chiaramente se è
in una fase depressiva o maniacale. Tanto che te ne sei accorto anche tu
velocemente” “Beh, ma perché ricordo la cena dell’anno scorso, era la prima
volta che la vedevo in quello stato…”, “E adesso va peggio” risponde con ansia
Carlo. Lui si sposta leggermente e si mette frontale rispetto a me, si leva gli
occhiali da sole, mi fissa, mi intimidisce: “Adesso ti dico una cosa che deve
rimanere tra noi due, non dirlo nemmeno a Paola per favore”, “Beh, certo. Cosa
è successo?”, rispondo di riflesso. “Per più di due anni, io e Laura stavamo
cercando di avere un bambino ma non c’era verso. Abbiamo fatto visite mediche,
ma tutto era ok, non si capiva perché non riuscissimo. Allora sono subentrate
le solite storie dello stress, del vivere la cosa con spontaneità, eccetera.
Poi finalmente la buona notizia: era incinta! Dopo un paio di settimane è
iniziato uno stato depressivo profondo; dopo altre due settimane ha avuto un
aborto spontaneo. Non credo abbia mai voluto il bambino. Non so se
coscientemente o no, ma non lo voleva, adesso lo so. Quando ha detto ai suoi
genitori di essere incinta si è messa a piangere e, ti assicuro, non erano
lacrime di gioia.”, me lo dice tutto in un fiato. Abbassa gli occhi, e non
perché la confessione lo metta a disagio, ma per cercare di proteggere qualcosa
di sé. L’avere un bambino non era mai stato un discorso cruciale per loro come
coppia, ma sapevo che ci stavano provando e volevano allargare la famiglia; “Mi
spiace. Deve essere stato difficile gestire questa consapevolezza e anche la
perdita di tuo figlio. Tu come stai? Perché non mi hai chiamato per parlarne?”,
“Perché non è stato solo frustrante, ma questa cosa mi ha fatto incazzare! Non
so perché, ma mi è salita una rabbia, che avrei distrutto tutto. Anche te.
Intendo il nostro rapporto. Ho avuto la sensazione che nulla di quello che
avevo in quel momento mi piaceva” rise nervosamente. “E allora ho aspettato di
sbollire, di farmela passare. Di gestire questa cosa tra me e me e con lei. Lei
è diventata sempre più assente, come puoi vedere” scoppiò in una risata che
sembrava irrefrenabile “Un po’ come te, ti sei dato alla macchia. È da un po’
che non mi vieni a trovare in negozio, non mandi un messaggio. Contattarti
sarebbe stato come parlare a un altro fantasma”. Intanto ci danno le birre; lui
fa uno scatto e le afferra velocemente, come se siano appigli per tirarsi fuori
da quel momento. Io lo assecondo, visto che il discorso che abbiamo iniziato in
qualche modo mi mette a disagio. Ci incamminiamo verso l’ombrellone,
improvvisamente sento silenzio tutto intorno, quasi come se fossi a casa a
guardare su un enorme schermo le immagini di gente al mare, ma non sento nessun
tipo di coinvolgimento, mi sento risucchiato in una bolla, altrove da lì...
“Facciamo il gioco dell’assassino”… ho un sussulto, mi spavento, mi blocco,
percepisco che un breve urlo corre fuori dalla mia bocca, non lo sento, ma un
brivido freddo corre lungo il mio corpo, lungo la mia schiena, si infiltra
nelle gambe; mi guardo alle spalle, intorno, Carlo mi approccia, mi parla, mi
urla qualcosa, leggo il suo labiale “Ma che ti prende?” dice, ma io non so
dirglielo, non gli rispondo. Mi sento ancora addosso quella voce calda e, al
tempo stesso, così paralizzante, la sento addosso. Da dove salta fuori? È nella
mia testa? Ma la prima volta era in un sogno, scorsa notte, e adesso sembra non
aver mai lasciato i miei pensieri. Che cos’è questa storia dell’assassino? È un
presagio di morte? Forse qualcuno è morto? Non ha senso, sento che sto perdendo
la testa.
Carlo
mi afferra il braccio, mi scuote, mi interroga, mi chiede cose a cui non so
rispondere. È preoccupato, lo sento dal tono della sua voce ma non so cosa
dice. “Adesso mi calmo, dammi un secondo. Inizia a tornare tu all’ombrellone e
lasciami qua un momento” ho il controllo sufficiente per dirglielo. “Ma stai
bene? Sei scattato all’improvviso come se ti avessero frustato. Sembri
spaventato, non ti ho mai visto così; che ti è successo?” insiste Carlo.
Quando
arrivo all’ombrellone, mi rifugio nel personaggio che mi viene meglio, “Ah
ragazzi, non si sa perché più fa caldo e più spesso devo andare al bagno. Non
mi sembra normale, ecco. Sarà che la prostata non è più quella di una volta”,
mi guardo intorno, controllo che ridano e che, quindi, Carlo non abbia detto
nulla. Ridono; va bene. “Per quanto altro tempo rimarrete qui in Liguria?” “Ma
in realtà siamo flessibili. Io posso riaprire il negozio quando mi pare”, dice
Carlo.
Volevo
che la conversazione continuasse, ma leggera; l’idea che il silenzio lasciasse
spazio a quella voce di intrufolarsi di nuovo nella mia testa mi ossessionava e
non mi faceva stare tranquillo. Laura interviene “Milano mi manca. Adoro la
Liguria, ci torniamo tutti gli anni, ormai qui ci conoscono anche, è piacevole,
è rilassante, ed è quieto. Troppo quieto. Dopo un paio di giorni, le ore
continuano a ripetersi uguali, stanche. Mi manca la frenesia della città,
l’eccitazione di sentire intorno il cambiamento, l’incessante accadere delle
cose. Senza di quello, dopo qualche giorno, mi annoio”. Carlo si gira nella mia
direzione, aveva gli occhiali da sole ma evidentemente mi guardava, sapevo che
avrei percepito quanto fosse esausto, se fossi riuscito a vedere i suoi
occhi.
La
mia mente viaggia, continua ad allontanarsi da là, come attratta da cose che
richiedono priorità in questo momento...
Ma
perché Laura non c’era quella sera a casa? Avrebbe dovuto esserci lei, e invece
mi è toccato gestire una situazione che era più grande di me… Sento il cuore
che batte violentemente, il rumore assordante dei battiti; per cercare di
sentire la mia voce devo urlare più di questo frastuono… ma da dove viene? Dal
mio petto, dalla mia testa… ma sì, ci doveva essere lei! Se ci fosse stata lei,
le cose sarebbero state diverse quella sera, sul balcone… il balcone? Ma che
c’entra? Siamo in spiaggia, è pomeriggio… Oddio, per un attimo ho immaginato
una serata a casa di Carlo. L’ho immaginata? L’ho vista! Ero appena entrato,
Carlo mi aveva aperto la porta, è stato un attimo fa. Ero là, ero io, ma adesso
c’è di nuovo Carlo sotto l’ombrellone, che mi guarda impassibile, ma non vedo
più Laura, Paola, dove sono andate? Il cuore non smette di pulsare
violentemente, batte con forza, sento che il mio corpo si muove a scatti,
contro un muro invisibile; le braccia, non riesco a muoverle, ci provo, mi
sforzo; sento il rumore del mio respiro ora, anche questo sempre più forte,
sempre più frequente, più intenso. Sento che sta tutto per collassare.
“Vittorio, ascoltami…”
La
dottoressa Maltagliati cercò di mantenere la calma nella voce, di mantenere un
contatto con Vittorio, di non sprecare il lavoro fatto fino a quel punto.
Rispetto alle precedenti sedute di ipnosi, sembrava che il blocco pian piano
stesse calando: farlo riavvicinare a Carlo tramite i ricordi di quella domenica
in spiaggia era comunque servito. Adesso erano al punto di entrare in casa di
Carlo, il ricordo di quella sera era quanto meno avvicinabile adesso ed era un
grosso passo avanti, nonostante Vittorio fosse agitato. “Vittorio, ascolta la
mia voce. Stai tranquillo, non sei da solo… Proviamo a tornare nella casa di
Carlo, quella sera…”
Fin
dal momento in cui Vittorio sentì “Non sei da solo”, qualcosa in lui si placò.
Per un momento fu come se fosse paralizzato: non si muoveva, non parlava, ma muoveva
quasi impercettibilmente le dita. Sembrò che qualcosa in lui si stesse smuovendo,
che stesse elaborando qualcosa. Poi si immobilizzò di nuovo, era innaturalmente
fermo, con gli occhi spalancati, sgranati, come se avesse un’immagine davanti
agli occhi, che non riusciva a levarsi davanti. E poi una lacrima scese giù
dall’occhio sinistro, nel più completo silenzio. Non un sussulto, non un
fremito, un lamento, come se quella lacrima emergesse dalla memoria del suo
corpo, ma la coscienza non avesse consapevolezza di quello che stava accadendo
là, in quel momento. Quello che in genere succede quando si è dissociati.
“Vittorio,
ascoltami e dimmi cosa vedi in questo momento”; l’ipnosi aveva preso una piega
che la dottoressa Maltagliati non si aspettava. Vittorio iniziò a raccontare
quello che “vedeva” alla psicoterapeuta, come se stesse succedendo a qualcun
altro e lui stesse solo osservando. “Sono in casa di Carlo, c’è qualcosa di
strano, ha uno sguardo che non gli ho mai visto” iniziò Vittorio; “E cosa
succede? Avvicinati e parlagli”…
“Non
ce la faccio più, Vittorio, e ho bisogno del tuo aiuto”, disse Carlo quella
sera appena Vittorio entrò in casa. Dopo i primi segnali di forte depressione,
Laura era stata ricoverata nel reparto di psichiatria per assicurarsi che non
facesse del male agli altri e a se stessa. “Da quando Laura non è più qua”
continuò Carlo “questa casa, anziché svuotarsi, si è riempita di tutte le cose
che non voglio vedere. Laura era incinta, stavamo aspettando questo bambino da
tanto, ma forse lo stavo aspettando solo io e non lo sapevo. Quando ha saputo
della gravidanza è crollata. Lo avevo capito subito, ma non l’ho voluto vedere.
Da lì la sua depressione ha continuato ad aumentare, a degenerare, finché non
ha perso il bambino. Credo che lo abbia perso perché profondamente non lo
voleva e il corpo ha esaudito il suo desiderio”, Carlo camminava su e giù per
il salotto, senza guardare Vittorio, come se stesse pensando ad alta voce. “Ma
quel bambino era l’ultimo fraintendimento che poteva tenere insieme tutto
quanto; dopo quella perdita è venuta giù tutta la messinscena” “Ok, però adesso
cerca di calmarti. Perché non usciamo da qua? Facciamo due passi, beviamo
qualcosa, ragioniamo su tutto quello che è successo con calma” disse Vittorio;
“No! Tu non capisci, non capisci!” Carlo aumentò la frenesia delle parole, dei
suoi movimenti, del suo andirivieni; quel “no” glielo aveva urlato in faccia, e
quel tono violento, quelle ripetizioni, erano intese a fare desistere Vittorio
da qualsiasi idea avesse in mente, sembravano dire “Adesso mi stai a sentire,
non mi frega un cazzo se non vuoi, devi ascoltarmi!”. “Guardo a quello che ho,
che sono, e non mi piace! E non mi è mai piaciuto! L’ho sempre saputo,
capisci?” ricominciò Carlo in una tormenta di parole. Guardò Vittorio per un
attimo, in un breve sguardo, di disperazione. “Ma c’è una parte di me che
continuava a dover compiacere chissà chi, chissà quale idea di me che mi si era
infilata in testa! Che illuso, Vittorio! Tutti i discorsi fatti, i filosofi, il
raccontarci l’uno all’altro con la convinzione di capirci un po’ di più…
Diventa ciò che sei, l’oracolo di Delfi e Nietzsche…” Carlo scoppiò in una
risata isterica, incontrollata, si batté i pugni sul petto, alzò lo sguardo
verso Vittorio per urlargli addosso, lo guardò con occhi di sfida, come a
sbattergli in faccia quello che sentiva in quel momento, schiaffeggiarlo con un
misto di emozioni che avevano a che fare con la rabbia, con la disperazione,
con il senso di disfatta. Tutte in uguale intensità. “Che illuso! Che
tristezza! Credevo di avere un livello di consapevolezza sufficiente a rendermi
felice, e invece… che pochezza! Non diversamente da tutti gli altri, mi sono
fatto definire da quello che volevano fossi… Ah!” urlò ancora, “E adesso non ce
la faccio, non ce la faccio più, ne ho le tasche piene!” continuò alzando la
voce in un crescendo di emotività, “Ne ho abbastanza di tutto! Basta!” urlò
dritto in faccia a Vittorio “Ne ho abbastanza di questa casa, di questo
matrimonio, di quello stupido negozio che ho ereditato dai miei genitori, e di
cui non mi importa nulla… ho avuto finora un’idea di me che adesso mi lascia
perduto, perdente. Aaaaah!” Si portò le mani alla testa come se avesse
un’emicrania che non lo lasciava in pace; Vittorio era sconcertato, bloccato
dall’inaspettata scena a cui stava assistendo. “I pensieri bui mi hanno sempre
rincorso, ossessionato, trascinato giù, e io ho cercato di mantenermi a galla,
sulla superficie di quei pensieri… mi sono aggrappato a qualsiasi cosa che
potesse essere utile, inclusa la mia vita con Laura, il bambino. Ma adesso,
guardami! Guardami: il bambino non c’è, lei è in un ospedale, sono rimasto io
sul fondo del barile. Non c’è più nulla da grattare via. Vedo tutto il resto
per quello che è: il tempo perduto, il mio vivacchiare sull’aspettative degli
altri, la mia impossibilità di tracciare una linea di vita che fosse davvero
mia. Vedo che non ho più abbastanza tempo per riparare tutto questo casino”
parlava in maniera convulsa, era fuori controllo. Vittorio intervenne, “Capisco
perfettamente, ma adesso prova a calmarti, respira. Le soluzioni si trovano”, e
poggiò una mano sulla spalla di Carlo. Al contatto della mano, lui scoppiò a
piangere, si alzò, si allontanò e ricominciò tra i singhiozzi “Il rifiuto di
Laura per quel possibile futuro, per quella promessa di cambiamento è stato uno
pugno in faccia, mi ha fatto capire come stanno le cose. Quel figlio poteva
bastarmi a portare avanti quella presa in giro, e invece adesso non c’è più un
posto in cui nascondersi. E non lo riesco a sopportare”
Carlo
esplose in una risata forzata, urlata, irrefrenabile; urlò e rise, come per il
bisogno di espellere un’energia che era rimasta intrappolata da troppo tempo, e
che in quel momento eruppe, travolse tutto, trascinò fuori tutto con una
violenza difficile da controllare. Vittorio, per la prima volta quella sera, fu
intimorito. “Non ce la faccio. Da quando lei è andata in ospedale, sento che
dovrei essere forte per me e per lei, ma non ce la faccio. Mi devi aiutare” e
continuò a ridere, non aveva mai smesso, finché la voce non si ruppe. Pianse.
Ma non smise comunque di ridere. “Certo che ti aiuto” disse Vittorio “ma cerca
di calmarti, ti prego. Puoi venire a stare da me finché Laura non ritorna. Hai
provato a sentire il medico? È un momento difficile ed è comprensibile che sia
dura, ma magari un periodo di cura farmacologica ti aiuterebbe, finché la
situazione non diventa più gestibile”.
Carlo
rise, gli rise in faccia, “No! Non capisci! È da sempre che faccio finta di non
vedere queste cose. Ti distrai, ti tieni impegnato, ti metti addosso cose che
non sono tue, ti vesti di scopi di cui non ti importa nulla, e insisti,
insisti. Ma sai quello che vuoi e quello che non vuoi e lo ignori, non lo
senti. Perché? Hai tutte queste idee in testa di come una vita rispettabile
debba essere, di non correre rischi economici e approfittare della fortuna di
avere un negozio già avviato, e mille altre cose di cui ti convinci. Ma
quell’idea, quell’idea subdola che sia tutta una finzione non ti abbandona”
parlò e rise rumorosamente, pianse ma il tono della sua voce non aveva a che
fare con quelle lacrime, sgorgava dalla rabbia. Carlo continuò ad aggirarsi per
il salotto, continuò a ridere, era inaccessibile, e profondamente sconvolto.
“Carlo, so che adesso tutto sembra ingestibile e irrecuperabile, ma datti del
tempo, per tranquillizzarti, per riorganizzare le idee, aspetta che le cose
ritornino un po’ alla normalità, quando Laura sarà a casa…”. Carlo lo
interruppe “Io ho bisogno del tuo aiuto, ma non per continuare a restare, ma per
avere il coraggio di andarmene! Non voglio stare qui ad aspettare Laura, non
voglio esserci per lei quando torna. Non sopporto più questa casa, i ricordi
che ci abitano dentro, il mio lavoro, la consapevolezza di sapere quello che mi
aspetta domani. Capisci? È finita per me e anche per noi!” Carlo urlò
esasperato. Si avvicinò bruscamente a Vittorio, lo afferrò dal colletto della
maglietta, gli parlò avvicinandosi alla sua faccia, ficcò gli occhi nei suoi.
Aveva gli occhi spaventati e spaventosi, si avvicinava al viso di Vittorio, che
sentì il suo respiro furioso addosso. In quel momento, Vittorio capì che Carlo
stesse cercando di provocarlo, di fargli perder il controllo; continuò a
urlargli addosso “Non voglio più niente di tutto questo e mi devi aiutare a
farla finita!”. Vittorio cercò di liberarsi, afferrò le sue mani e cercò di
strapparsele via da dosso, ma la presa di Carlo fu più forte della sua; involontariamente
finì a terra, per il contraccolpo. “Basta! Ma che diavolo stai facendo?
Lasciami andare!” Vittorio gli tirò un calcio tra le gambe, si riuscì a
liberare. Sentì la pressione sanguigna che pulsava nelle tempie, il respiro
fuori controllo, l’istinto gli suggeriva di andarsene da là. Scappò verso la
porta, cercò di aprirla, ma era chiusa a chiave. Guardò frettolosamente nello
svuota-tasche lì vicino, non vide chiavi, tutto era in disordine, mentre con la
coda dell’occhio vide che Carlo si rialzava da terra, gli si riavvicinava. Spazzò
via dal tavolo tutto quello che c’era sopra, come se volesse cancellare tutto
quello che stava succedendo. “Non esci da qui finché non mi dai una mano!” urlò
Carlo mentre rideva; Vittorio vide i suoi denti digrignare e lui avvicinarsi minaccioso
in ogni suo gesto e nei suoi passi pesanti. Carlo lo afferrò di nuovo per il
colletto della maglietta, lo tirò verso di sé, conficcò di nuovo gli occhi nei
suoi, ma aveva smesso di ridere; lo guardò con un’intenzione e una rabbia che
lo fecero trasalire. Carlo strinse ancora di più la presa, serrò la mandibola,
urlò, urlò ancora, ma questa volta lo fece senza fermarsi, in un crescendo
senza tregua, finché non lo strattonò e iniziò a correre verso il balcone.
Vittorio cadde ma Carlo lo trascinò con rabbia dietro di sé, senza perdere
velocità, corse verso il balcone. La finestra era aperta, Vittorio fu
sopraffatto da quell’aggressione, non ci furono barriere a quello che Carlo
voleva da lui.
Vittorio
si agitava sul lettino della dottoressa Maltagliati, smise di parlare, si
contorse sbattendo il viso da un lato e dall’altro, boccheggiò come se gli
mancasse l’aria. La psicoterapeuta si mise in piedi, si avvicinò, gli afferrò
la mano, gli disse “Resta lì con Carlo. Io sono qua con te, a supportarti,
resta lì con Carlo. Non avere paura. Morire era quello che voleva”. Vittorio
serrò gli occhi, si agitò, continuò a rigirarsi, a scatti, come a voler
scacciare un’immagine che aveva davanti gli occhi; “Non ce la faccio ad
avvicinarmi! Più di così non riesco ad avvicinarmi!”
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