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martedì 3 marzo 2026

SOTTO IL ROSSO CHE RESISTE DI VIVIANAE. GABRINI

 



La pioggia non chiedeva permesso. Arrivava obliqua, fitta, come se il cielo avesse deciso di svuotare tutti i suoi cassetti grigi in una sola serata di novembre. Le strade si facevano lucide e irreali, specchi rotti in cui le luci dei lampioni tremavano come candele sul punto di spegnersi.

Erano in tre. Non si erano date appuntamento, non esattamente. Era successo e basta, come certe cose importanti: un messaggio vocale, una risata che si era incastrata nella gola, un «ci vediamo giù?» buttato lì mentre già pioveva. E ora eccole, ferme sotto lo stesso ombrello troppo piccolo per tre persone adulte, eppure sufficiente. L’ombrello era rosso. Non un rosso discreto, un rosso deciso, quasi sfacciato, come se qualcuno, fabbricandolo, avesse pensato: “Se deve esserci un colore che sfida la pioggia, che sia questo”. Le stecche geometriche catturavano la luce dei lampioni e la scomponevano in riflessi corallo, fragola, granato. Sotto quella cupola accesa le loro ombre si fondevano, nere e allungate, silhouettes senza volto, senza età, solo contorni di donne che si tenevano vicine. La più alta teneva il manico. Le dita pallide strette intorno al legno verniciato, il braccio leggermente teso per tenere l’ombrello sopra le teste di tutte. Non parlava. Non ce n’era bisogno. Ogni tanto inclinava appena il polso e l’acqua scivolava via lungo la curva cremisi, gocciolando ai lati come perle scure. Accanto a lei, la più minuta si era infilata quasi sotto la sua ascella, il cappotto sbottonato che lasciava intravedere una sciarpa color malva. Aveva le mani nelle tasche, ma ogni tanto una usciva per sfiorare il braccio dell’amica, un contatto lieve, di quelli che dicono “ci sono” senza bisogno di sillabe. La terza stava un po’ più indietro, eppure era la più presente. Il suo respiro si vedeva nell’aria fredda, piccoli sbuffi bianchi che si dissolvevano contro il rosso dell’ombrello. Aveva i tacchi alti, troppo alti per una serata così bagnata, eppure non si lamentava. Camminava piano, in equilibrio precario, come se ogni passo fosse una dichiarazione: “Non mi arrendo alla pioggia”.Non parlavano di cose grandi. Non quella sera. Qualcuna aveva accennato al lavoro che pesava, un’altra aveva riso piano di un messaggio ricevuto nel pomeriggio, la terza aveva solo detto «fa freddo», e le altre avevano annuito, come se quella frase contenesse tutto il resto. Sotto l’ombrello il mondo si restringeva. Sparivano le auto che passavano sibilando, sparivano le vetrine illuminate, spariva il rumore della città che si preparava a dormire. Restava solo il ticchettio incessante sulla stoffa rossa, il calore dei corpi vicini, l’odore misto di lana bagnata, profumo alla vaniglia e asfalto umido. Ogni tanto una goccia riusciva a intrufolarsi, scivolava lungo una ciocca di capelli, cadeva sul collo. E allora c’era sempre una mano che saliva a spostare quella ciocca, un gesto piccolo, materno, senza calcolo. Camminavano senza meta precisa. Piazza, vicolo, ponte, poi di nuovo piazza. Il rosso sopra di loro era una lanterna mobile, un faro portatile che disegnava sul selciato cerchi di luce calda. A un certo punto la più minuta si fermò.«Aspettate» disse piano. Le altre si fermarono senza chiedere perché. Lei tirò fuori dalla tasca un pacchetto di fazzoletti, ne prese uno e lo porse alla terza, quella coi tacchi. Solo allora si accorsero che aveva gli occhi lucidi, non si capiva se per la pioggia o per altro.«Non è niente» mormorò lei, prendendo il fazzoletto. «È solo che… non so. Mi fa bene stare qui». Nessuna rispose. Non serviva. Ripresero a camminare. La pioggia non smise, ma sembrava meno importante. L’ombrello rosso continuava a tenere lontana l’acqua, a tenere loro tre dentro un piccolo spazio di tepore e silenzio buono. Quando finalmente arrivarono davanti al portone di casa di una di loro, nessuna delle tre si mosse per prima. Restarono lì, ferme sotto il rosso che gocciolava.

«Domani?» chiese la più alta, rompendo il silenzio per la prima volta da mezz’ora.

«Domani» risposero le altre due insieme.

Solo allora l’ombrello si inclinò, lasciando che la pioggia le sfiorasse per un istante. Un battesimo freddo, rapido, quasi un arrivederci. Si abbracciarono strette, goffe, con i cappotti bagnati che si incollavano. Poi ognuna prese la propria direzione, portando con sé una piccola porzione di quel rosso che le aveva protette. La pioggia continuò a cadere tutta la notte, ma sotto le coperte, ciascuna di loro, chiudendo gli occhi, rivide lo stesso riflesso cremisi sul selciato, lo stesso cerchio di luce che le aveva tenute insieme.

E seppero, senza dirselo, che sarebbe bastato.


©Viviana Gabrini, 2026


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