di Viviana E. Gabrini
«Pronta? Sarò un lungo viaggio, l'avviso».
E così sono morta, nel fiore dei miei 48 anni portati alla
grande, tolta l'artrosi, la cataratta, la sciatica e la cervicale.
Io, che mi sentivo giovane per morire vecchia e vecchia per
morire giovane, io che, come tutti, un pensiero all'idea di poter essere
immortale ce l'avevo pure fatto, insomma proprio io sono passata al di là.
E pure in modo abbastanza banale. Che il morire è già di per
sé una seccatura, ma farlo in modo dozzinale è davvero umiliante.
Sono scivolata sul pavimento del bagno appena lavato e ho
battuto la testa. Triste, no?
«Mi ha sentito? Deve seguirmi».
Il tizio davanti a me richiama la mia attenzione.
Tizio.
A dire il vero si è presentato dicendo di essere la Morte. E
anche qui, lo ammetto, ci son rimasta male. Non so voi, ma io la Morte me la
sono sempre immaginata alta, imponente, ieratica.
Questo davanti a me pare un funzionario dell' Esatri:
grigio, bassetto, occhiaie e riportino.
Usciamo dal bagno e guardo verso la camera da letto: i miei
quattro gatti dormono sul lettone. Sui comodini, pile traballanti di libri
ancora da leggere, l'armadio zeppo di “non ho niente da mettermi”, il computer
con il romanzo giallo in fieri da almeno due anni e la raccolta di racconti da
finire.
Mi viene il magone. Magari qualcuno troverà i miei
incompiuti, li farà suoi, cercherà un editore, farà un botto di soldi e io qui,
defunta e impossibilitata a reclamare ciò che è mio.
Maledetti.
Sospiro. Pensavo che da trapassata avrei avuto pensieri più
eterei.
La Morte sbircia l'orologio: «Non abbiamo l'eternità. Si
sbrighi».
«Senta, non è che potrei portare con me i miei gatti? Senza
di loro non posso vivere».
«A parte il fatto che lei, tecnicamente, è già morta –
precisa il ragionieri Pignoletti degli Inferi – i suoi gatti potrebbero seguirla
solo se anche loro fossero...».
«No! Non lo dica nemmeno!»
Il solo pensiero che loro muoiano mi mette l'ansia.
Guardo il mio Virgilio: «Ma com'è che da morta sono ansiosa
quanto da viva? Pensavo che una volta trapassata avrei lasciato alle spalle le
cure terrene».
La Morte mi guarda senza nessuna simpatia: «Non sono
autorizzato a rispondere. Andiamo!»
«Si fa presto a dire “andiamo”. Mi dica almeno che cosa mi
aspetta, se esiste il paradiso, se c'è Dio o Zeus o Manitù, se rivedrò parenti
e amici, se...».
«Chiuda la bocca e mi segua. Abbiamo perso fin troppo
tempo».
«Non sia ridicolo. Ho tutta l'eternità davanti a me. E poi,
se non la seguo subito, che cosa fa? Mi uccide-bis? Mi stra-uccide? Divento
mortissima?»
La Morte avvampa e per un attimo penso che stia per
prendergli un coccolone. Invece si limita a intimarmi un: «Mi segua!»
«Io non posso partire così».
«Prego?»
«Senza uno straccio di ricambio, lo spazzolino, il
deodorante...».
«Ma dove pensa che la stia portando? In un villaggio
Valtour?»
«Io le domande le ho fatte, è lei che non vuole
rispondermi».
«Basta!»
«Almeno un libro».
«No!»
«Il computer».
«Niente connessione».
«No! Che inferno...»
- «Eh,
non me lo dica».
«Un po' di musica...»
«Adesso lei mi segue o io...»
«Cosa fa, mi solleva di peso?»
Io lancio uno sguardo di sfida alla Morte: che ho da
perdere? Più morta di così.
Mi aspetto effetti scenici a profusione tipo porte degli
inferi spalancate sotto ai piedi e invece la Morte rimira la mia sforma sferica
e commenta: «Ma giusto con un TIR».
'Sto cafone.
«Insomma, ma che cosa le costa? Due cosette. Parto per
l'ultimo viaggio della mia vita, avrò diritto a portarmi una cosuccia a
ricordo, no?»
«Non si può».
«Balle. E i faraoni, eh? Che si portavano mezzo Egitto
nell'aldilà? E lo dica che è una questione di classe sociale. Loro sì perché
erano faraoni, io no perché non ho una piramide in giardino e ho un ISEE
bassissimo. È un' indecenza. Anche da morti ci sono differenze...»
«Basta! Lei è insopportabile! Va bene, raccolga un oggetto,
uno qualsiasi e poi andiamo. Questa faccenda sta diventando troppo lunga».
Mi rimangio una battuta velenosa che ho in punta di lingua,
con fare sussiegoso torno in camera da letto e dall'armadio tiro fuori il
trolley.
Incurante dello sguardo con cui cerca di incenerirmi la
cellulite, inizio a riempirlo: ciabatte, spazzolino e dentifricio, netbook,
deodorante, occhiali da sole...
«Forse non mi sono spiegato bene – balbetta la Morte – lei è
morta e io la sto traghettando nel regno dei morti. Non in crociera».
«Quante storie. Son due sciocchezze. Che dice? Un
maglioncino me lo porto?»
Prima che la Morte aggiunga altro, gli appendo
all'avambraccio una borsa di tela che inizio a riempire di libri.
«Tutta l'eternità è un sacco di tempo: dovrò pur fare
qualcosa per non morire di noia, no?»
La Morte siede di schianto sul letto con un' espressione
vagamente incredula.
«Cielo! Stavo dimenticando gli smalti!»
Mentre zampetto in bagno, la Morte va verso la porta di
casa.
«Ma dove va?»
Senza nemmeno voltarsi, alza il braccio destro e fa un gesto
di vago saluto con la mano: lo sento biascicare qualcosa, ma capisco solo
“incredibile”, “rompiballe” e qualche altra mezza parola non proprio educata.
Non ho il tempo di dire «I miei libri!» che la Morte
sparisce nel nulla.
Intanto, i gatti si sono svegliati. Hanno sguardi perplessi.
Io pure. E ora? Sono morta o viva?
Tanto morta forse no, vista la fame che mi ritrovo, e così
vado in cucina a farmi un panino.
Mentre divido la mortadella coi gatti, sospiro e divento
malinconica: nella borsa di tela avevo messo Le memoria di Adriano.
Toccherà ricomprarlo.
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