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sabato 26 dicembre 2020

MERCATINI DI NATALE

 di Marco Moretti


Il buon Pinozzi decide per un breve periodo di relax tra bancarelle dell’Avvento, diavoli di San Nicolaus e feste in compagnia del fidato Jorge. Ma la neve alle pendici dello Sciliar si macchia di sangue.

Il cartello verde con le parole Bolzano Nord è accolto da Jorge con un applauso. Seguito rapido da un’occhiata truce all’uomo che accarezza il volante.

-   Posso accettare di restare quattro ore in auto e gelare. Sopporto di tenere giubbotto, sciarpa e cappello perché qui dentro piove e il riscaldamento è rotto. Nota bene, riscaldamento e non climatizzatore, ma in una cabrio a che serve. Con la capote morbida, poi. Insomma ho ingoiato tutto, ma ora che siamo arrivati posso dire una cosa?


-  Hai detto almeno cinquanta parole, non mi sconvolgerà una semplice cosa in più.

Mario risponde senza togliere lo sguardo dalla strada, si limita a mettere la freccia a destra, imboccare l’uscita e ascoltare.

-    Come fai a guidare in questo modo, stavo per addormentarmi: al rientro passo io al volante.

-   Nessun problema, ti lascio i miei bagagli e prendo il treno.

-    Con te non c’è partita, portami a Bolzano: ho fame.

Dopo avere mostrato a Jorge le vie della città, eleganti dimore e addobbi natalizi, Pinozzi riesce a parcheggiare nei pressi dell’area pedonale: un traguardo impossibile per molti, in giorni simili. Da anni ormai questi mercati natalizi attirano frotte di turisti italiani e stranieri: artigiani e produttori locali mostrano il risultato della loro abilità, la sintesi delle tradizioni, il retaggio di vallate e paesi.

I due giungono in Piazza delle Erbe e sono catturati da profumi e colori: la folla appare sfuocata, occhi orecchie e naso si concentrano su aromi di cibo e bevande. Mani e bocca completano l’opera in religioso silenzio.

-  Nemmeno oggi con queste delizie cedi alle lusinghe di Bacco? – dice Jorge.

- Proprio non ne azzecchi una, mi aspettavo che citassi Dioniso: tu di greco hai solo il nome.

-   Quante storie, si tratta comunque di uva fermentata. Salute.

Mentre il Greco gusta un Lagrein, Mario sorseggia la Coca e si guarda attorno: il cibo è sparito, gli aromi si sono nascosti, il rumore di fondo è mutato in fastidio. Suonerie di cellulari, schiamazzi di bambini strattonati, voci dei dialetti più disparati, dialoghi in Tedesco, Francese, Russo e chissà che altro.

Non è la sua “fame”, ci mancherebbe, ma il confine si fa labile e Pinozzi spera che tutti siano pervasi dalla atmosfera natale-shopping-gastronomia.

E rimangano tranquilli.

Felici.

Insomma, che nessuno faccia cazzate.

Nonostante la fiducia nella moltitudine festante il volto del medico rivela i pensieri. E il suo infermiere di fiducia, la spalla di tante battaglie in ospedale, il compare della disavventura tragica in cui Mario ha rivissuto il passato, chiama il time-out.

- La pazienza di Pinozzi ha finito il carburante?

- Se la metti così, buon per te: io invece penso che per certe situazioni serva un vaccino.

- Con te neanche Pasteur avrebbe avuto successo, sei semplicemente refrattario: provi disagio quando stai con più di due persone. E una di queste devi essere tu.

-  Andiamo, Socrate di serie B: a Castelrotto ci aspettano i Krampus.

-  Che roba sono, una specie di involtini? Dolci tipici?

-  Sei un pozzo senza fondo, pensi solo a mangiare.

-  Sbagliato, al contrario di te soddisfo anche altri appetiti.

La zuffa a parole prosegue sino al parcheggio, dove Jorge tenta invano di accomodarsi al posto di guida. Mentre partono si accorge che fiocca la prima neve, stringe la sciarpa e calca il berretto sugli occhi. Poi sospira.

Raggiungono Prato all’Isarco e iniziano la salita, Mario affronta le curve con calma e metodo, Jorge sbadiglia e la Mazda Cabrio risponde docile. Superate le svolte di Presule una scena attira l’attenzione dei due, che la colgono appieno grazie alla  velocità soporifera: un uomo e una donna discutono con fare animato accanto a una Mercedes oversize, quando li affiancano lui allunga il braccio destro verso il viso di lei. Che muove il collo con uno scatto.

-  Ma…l’ha colpita? – Jorge incredulo.

- Ora se la vede con me. – Mario inchioda l’auto, sbandando sul nevischio.

- Se ci arrivi tutto intero! -  il Greco scuote il capo – Aspettami, specie di Tyson smilzo e sbiadito.

I due coprono in precario equilibrio la breve e scivolosa distanza tra parcheggio sghembo e coppia in tensione. Un duo interessante: lei bionda e alta, fisico che non passa inosservato, sguardo fiero nonostante lo stress. Non ha più di trent’anni. L’uomo, intorno ai cinquanta, è robusto senza esagerare, calvo con un filo di barba. Regge il confronto con l’altezza della donna e si muove con eleganza, senza gesticolare. Entrambi vestono abiti adatti alla loro auto.

-  Quante volte te l’ho detto? – dice deciso, senza alzare la voce.

-  Sai che quel tipo di affari non mi piace. – lei è appena incerta.

-  Perché non lo dici anche a me? -  Mario si porta a un passo dall’uomo.

-   Stiamo calmi, non è successo niente! – Jorge fa il pompiere.

-   E voi chi sareste, Don Chisciotte e lo scudiero?

-          Può darsi, - dice il medico – tu invece? Il belloccio di turno che picchia la sua donna?

Mario serra i pugni e flette i gomiti, Jorge afferra l’orlo del giubbotto, l’uomo di fronte sorride.

-  Picchiare? Devi aver bevuto troppo: ho solo cercato di accarezzare Greta, ma stavamo discutendo e lei si è retratta. Se non vuoi sentire la sua versione, osserva il viso: vedi forse segni di schiaffi?

-   È come dice lui, signorina? – Mario non cede, Jorge non molla la presa.

-  Stia tranquillo, una banale discussione tra adulti. Un po’ animata, ma niente di più.

Greta fissa Mario con occhi blu, profondi e decisi, senza abbassare lo sguardo o cercare conferma da parte del compagno.

- Allora mi scuso per il disturbo e per l’equivoco. Buona giornata.

Quattro passi indietro con Jorge ancora incollato, i gomiti molli, le mani aperte e al caldo nelle tasche dei pantaloni. Poi in auto, direzione Castelrotto.

- Ti hanno convinto? – dice il medico.

- Non dovevano farlo e non mi riguardava, ero impegnato nel tenerti a bada.

-   Mah, una coppia ricca di elegantoni che si ferma a discutere sul bordo della strada. Sotto la neve al freddo. Non quadra, potevano restare in auto o andare al caldo in qualsiasi altro posto.

-  Non c’è stata violenza, l’hai verificato.

-  Giusto, poi lei non era spaventata. Sembra quasi che quello in difficoltà fosse il suo uomo. Ma inutile perdere tempo con le ipotesi, ci aspettano i Krampus.

Mario, lungo il breve tragitto verso Castelrotto, evita di rispondere alle pressanti richieste di Jorge: cosa sono, da dove arrivano e soprattutto a cosa servono questi fantomatici Krampus.

Lasciata l’auto, ma non i dubbi di Jorge, i due fanno rotta verso la strada principale e trovano spazio nell’ala di folla sul marciapiede. Per la precisione finiscono appollaiati sul muretto di una aiola fiorita, quando arrivano i protagonisti: Jorge percepisce le grida miste al suono di fruste e campanacci che provengono dalla curva. Quello che segue lo sorprende e al contempo affascina: figure demoniache con volti beffardi e corna vestite di pellicce, guarnite da campane. Agitano catene e fruste, emettono suoni gutturali e si avventano sui bambini terrorizzati: i visi di demone sono maschere colorate e truci, sguardi cattivi. Uno di questi si ferma e fissa Mario per alcuni secondi, la frusta in mano e il capo inclinato: il medico accetta lo stallo e, con le mani, invita il demone ad avvicinarsi. Il Krampus lancia un grido cupo che vibra dalla maschera scura, le corna bicolore e attorcigliate, schiocca la frusta sfiorando il medico e corre verso altre vittime. Jorge resta basito e lancia un’occhiata all’amico ricevendo in risposta il ghigno sornione di chi la sa lunga.

La neve si è stancata di cadere, sta forse riposando sulle nuvole che lo scuro della sera nascondono alla vista. La strada è pulita e la Cabrio procede verso Fié con il contenuto umano infreddolito e umido.

-   Ora mi spieghi cosa significano quei bestioni con la maschera di legno e le pellicce sudice. – Jorge parla da sotto il cappello.

-   La leggenda di San Nicola vive anche qui in Alto Adige, oltre che a Bari.

Si narra che durante i periodi di carestia, secoli fa, ci fossero uomini che si mascheravano come quelli che hai visto oggi: parevano demoni che terrorizzavano contadini e pastori per sottrarre cibo. Pare che un vero abitante degli inferi si fosse mescolato agli umani: venne scoperto perché non aveva gambe, ma zampe di caprone. Il Vescovo Nicolaus fu chiamato per allontanare il demone e da allora ogni 5 dicembre, compleanno del vescovo poi Santo, c’è questa sfilata. Nicolaus fa regali ai bambini bravi, i Krampus terrorizzano e puniscono con frustate quelli cattivi

-    Ma non li colpiscono realmente, giusto?

-   Le persone in prima fila qualche botta la prendono, questi Krampus sono malvagi.

- Come quello che oggi ti ha sfidato.

-   Non ti sfugge nulla, sei una specie di Dottor Watson! In realtà non pensavo ce l’avesse con me, ma la frustata mi fa pensare che sia così.

-  Incredibile, riesci a farti nemico anche un mostro di altri tempi.

Ora che ci penso, non ho visto il Santo.

-   Forse non c’erano bambini buoni, o sapeva che c’eravamo noi due.

Adesso taci e scendi, siamo a casa. Attento alla neve, ha ripreso a fare il suo lavoro: ci manca solo che debba fasciarti una caviglia.

La temperatura interna del covo di Mario non supera di molto quella del giardino, nonostante finestre e imposte chiuse. I due compari parlano attraverso nuvolette di vapore.

- La cara Christine ha dimenticato di accendere il riscaldamento. – dice Mario tra i brividi.

-   Che è? Una specie di Alexa, qualcosa tipo Siri o intelligenza artificiale?

-  Intelligenza naturale, anni settantotto, sesso femminile, interno quattro: di fronte a noi.

-   Bene, anche la domotica possiamo archiviarla. Pensiamo alla cena, il padrone di casa e il suo ospite sono affamati.

-  Mi sa che dovremo arrangiarci, niente spesa da queste parti nei giorni festivi.

-   Guarda il labiale, Mario: ri-sto-ran-te, intendi? Quel posto dove ti danno cibo e bevande in cambio di moneta.

Il suono del campanello interrompe il match alla prima ripresa: Mario apre e trova un sorriso complice sul volto della vicina, braccio teso con mano aperta. Calda.

-  Mi deve scusare, dottore, ieri ho dimenticato di accendere e oggi pure.

Permetta di rimediare invitandola a cena.

Jorge insinua la testa tra i due e sorride.

-  Kalispèra, ci sarei anche io.

- Benone, ma non si aspetti souvlaki o mussaka. Seguitemi.

Il freddo, fuori e dentro la casa, viene archiviato ad opera delle prelibatezze: l’anziana ospite copre la tavola con speck e formaggi, spatzle e canederli, salsiccia con crauti e birra; per Mario acqua, buona e fresca.

-   Non bevo vino, - disse Christine – ma la mia birra è ottima: la fanno qua, lo sapeva dottore?

-  Lui non può bere alcool, - Jorge con la bocca piena – è intollerante.

-  Non solo a quello, - replica Mario regalando una robusta pacca sulla schiena dell’amico – anche a certi prodotti greci di scarto. Le raccomando di fare attenzione, cara signora, si guastano facilmente e risultano indigesti.

-  Quante chiacchiere, scacciamo le tristezze con strudel e liquore al pino. Per lei un caffè, dottore intollerante.

-   Doppio, grazie. E per il mio amico una tisana calmante, non vorrei che faticasse a prendere sonno!

Rientrati da Mario verificano che quella di non accendere il riscaldamento è un’abitudine contagiosa, si bardano alla meglio per la notte e crollano su giacigli comodi e gelidi, sotto strati di coperte.

Poi il buio e il silenzio che solo la montagna sa offrire.

Il risveglio, per Pinozzi, è un colore scuro: la camera, il caffè, il cielo con poche stelle infreddolite. Anche la vacanza non fa sconti: quando affronta il gelo di stanza e pavimento, il cellulare dice che sono le cinque e cinquantasei. Il cervello, appena uscito dallo stand-by, inizia a caricare il sistema operativo e dopo la scansione lancia il programma Breakfast: caffè in ambiente moka, sub-directory strudel freddo.

Il Greco dorme, nulla da leggere e niente TV, di continuare a dormire non se ne parla. Svegliare l’amico significherebbe fare a botte.

Resta solo una strada da percorrere: quella che parte dal giardino, in salita, candida, gelida.

La neve non fa rumore quando scende, ma protesta quando la schiacci e lo fa per tutto il tragitto da casa al laghetto: Mario soffia, deve riprendere la corda e le discussioni, munito di guantoni, con il sacco. Non fuma, ma la stanchezza dopo la lotta quotidiana ai mostri lo rende pigro; terminato il lavoro in sala operatoria ha rapporti intimi e prolungati con il divano, il sacco da boxe che osserva muto dal suo angolo.

Si ferma e inala gli aromi, ascolta il silenzio del bosco, osserva le forme; nota i colori che emergono timidi dal buio che si ritira. E pensa che ha già visto tronchi coperti di neve, ma non con quella sagoma.  Non così variopinti.

Si avvicina al rilievo oblungo sotto la neve, lo osserva bene. Troppo bene: due Hogan 44 o 45 fanno capolino da pantaloni di velluto scuro, inzuppati. Il manto bianco lascia intravedere una maglia di lana bluastra e una mano, sinistra: al polso Rolex in acciaio, Mario non sa identificare il modello. Il resto del corpo sembra essere appartenuto a un uomo robusto, mentre il capo non rivela nulla, avvolto nel ghiaccio. È comunque insolitamente grande e scuro: il medico lo pulisce alla meglio e sfodera il ghigno: la maschera del Krampus che l’aveva sfidato lo fissa con occhi vuoti e le corna segate.

La voce che sente dopo sette squilli è quantomeno assonnata, forse un tantino irritata.

- Carabinieri, dica pure: come posso aiutarla?

- In nessun modo, è già successo tutto. Serve solo la vostra presenza, qui sul sentiero per il laghetto. Vicino al bosco.

- A quest’ora? Cosa è stato, un incidente col fuoristrada o con qualche animale selvatico, mi spieghi.

- Ha le corna, il cadavere è freddo, ma se venite a dare un’occhiata è meglio.

- Mi lasci le generalità…

Mario riattacca, troppe chiacchiere: gli ha detto dove si trova, fa troppo freddo anche per parlare al telefono. Ringrazia l’ultima occhiata distratta al mobile, a casa, mentre cercava i guanti: apre lo zaino e si consola con la borraccia termica che custodisce il prezioso, forte, caldo caffè.

Circa quindici minuti più tardi scorge i lampeggianti blu nel bosco verso il lago: erano venuti in auto, ha trovato uomini più pigri di lui, sicuramente saranno più incazzati. Grazie alla luce del giorno, che sta scacciando il buio, identifica chi comanda: davanti agli altri, passo nervoso, baffetti neri.

-Buongiorno Maresciallo De Palo, come sta?

- Bene, non credo di poter dire lo stesso di lei.

Cos’è questo delirio di corna e cadavere?

Possibile che ogni volta che la incontro ci scappa il morto?

Mario si volta e indica il corpo dello sconosciuto.

-  Minchia e questo che ci fa qua? Si è perso dopo la festa?

Lei, dottore, ha toccato nulla?

-    Solo questa, - indica la borraccia – ne ho ancora se gradisce.

- Niente alcool in servizio, poi dovrebbe sapere che con il gelo…

-  Caffè caldo, miscela arabica, poco zucchero.

Solo un attimo di esitazione.

-   Prima il lavoro. Dogliani, chiama il magistrato e tu, ‘Nuovo’ o come minchia ti chiami, togli quella maschera da diavolo.

-   Vandelli, comandi. Non aspettiamo la scientifica, Maresciallo?

- Qui non ci sta nulla di scientifico, è congelato come un pesce: che vuoi compromettere? Datti una mossa!

Il giovane appuntato si inginocchia e vince la debole resistenza della neve ghiacciata: la maschera lascia libero il volto di un cinquantenne calvo, gli occhi chiusi, un filo di barba. Mario inarca le sopracciglia, De Palo sospira.

-  E chi minchia è questo? Poi che ci fa nel bosco vestito così?

-   Troppo elegante, vero Maresciallo? – dice Dogliani.

- Questi mi fanno uscire pazzo: un appuntato fresco come un taccuino vuoto e l’altro che fa battute. Dottore, mi dia quel caffè: almeno lei ha portato qualcosa di buono.

-   Non faccia complimenti, le lascio la borraccia. Io però me ne tornerei a casa, non vorrei fare la fine del Krampus.

-  Vada, vada. Ci vediamo più tardi in caserma per la sua dichiarazione. Noi aspettiamo il medico legale e il resto della banda, io in macchina con il caffè. Ossequi.

Tornato a casa, Pinozzi racconta i fatti a Jorge; il Greco, da uomo pragmatico, fa solo due domande.

-  Credi che l’amico con bionda e Mercedes sia un piccolo demone finito male?

-  Non mi convince: la maschera di Krampus è un messaggio per qualcuno, ma per il resto buio totale.

Jorge scosta la tenda e osserva l’esterno.

- Qua invece è giorno fatto, ci sono neve e sole, noi siamo in vacanza. Quindi che ne dici di non perdere altro tempo?

Il duo raggiunge l’Alpe di Siusi e qui si divide: l’infermiere noleggia gli sci e si getta nella mischia colorata di tute e berretti, il medico indossa gli occhiali da sole e trova compagnia. Altro caffè, torta e l’abbraccio del sole.

Deve trattarsi di un sogno, di quelli cinematografici in riva al mare: il sole alto nel cielo blu, musica portata dal vento che accarezza il viso, grida di bambini, la risata di due donne, l’idioma conosciuto con accento delle Cicladi e qualcosa che fa ombra. Un faccione con occhiali scuri e denti bianchissimi che tramuta tutto in un incubo.

-  Sveglia ragazzo, chi dorme non piglia pesci!

Jorge e la sua voce, le sue battute, la triste realtà.

-  Siamo in montagna, qui non mangiano fauna ittica.

- Forse no, ma di certo sanno organizzare la cena meglio di te.

Mario, ti presento Siglinde e Laura: stasera saremo loro ospiti.

-  Come ti sei fatto invitare, mettendo un annuncio in bacheca del tipo “Aiuto! Il mio ospite beve solo caffè e la sua dispensa è deserta”?

-    Nulla di così drammatico, – dice Laura – ci ha solo sfidato in una discesa. E se l’è cavata bene.

-   Avete l’abitudine di invitare a cena tutti quelli con cui sciate?

-  Solo quelli che conoscono Mario Pinozzi: la sua fama la precede anche qui da noi.

-   Si riferisce al mio lavoro o ai guai in cui sono inciampato su queste montagne?

-   Decida lei quello che preferisce, io vi aspetto alle 19. Il suo amico sa tutto. Buona abbronzatura.

Un cenno di saluto, poi Laura e l’amica diventano due sagome eleganti che si allontanano.

-  Ti lascio solo per qualche minuto e subito ne approfitti.

-   In realtà hai dormito due ore, mentre io rimediavo la serata.

-  Che traduco in gente sconosciuta, forse noiosa, sicuramente snob.

-   Vuol dire che cenerai anche oggi con la nonnetta?

-  Non pensare di cavartela così, non ti lascio nelle grinfie di due splendide altoatesine.

-   Parli troppo, andiamo a mettere qualcosa sotto i denti così riempi quella boccaccia velenosa.

Il resto della giornata scorre pigro tra shopping e acquisto di derrate (l’essenziale, per sopravvivere), l’ennesimo caffè al bar con lettura della cronaca da un quotidiano locale.

 Non sono ancora chiari i contorni del fatto di sangue che ha avvelenato l’atmosfera festiva nel lungo ponte dell’Immacolata, presso l’Alpe di Siusi. Oltre al rinvenimento del cadavere di un noto imprenditore torinese sveliamo un macabro particolare: Franco Monicone indossava la maschera di un Krampus, con le corna tagliate. Per altri particolari si attende l’esito dell’autopsia.

La vendetta di un marito?

Il monito per una colpa segreta?

La punizione simbolica verso un dispensatore di punizioni?

Non è dato saperlo, delle indagini condotte dai Carabinieri del luogo non trapela altro. O forse brancolano ancora nel buio da cui è emerso il corpo della vittima?

Cercheremo di intervistare la compagna, modella veronese, che alloggia presso l’Hotel Thurm, di Fiè allo Sciliar.

 

Arianna Franghetti

 

-  Cosa leggi, i programmi della TV? Ti ricordo che stasera abbiamo impegni.

-  E io ti rammento che nella casa di montagna non ho il televisore.

Hai presente l’amico che faceva il gradasso con la bella per strada, poi divenuto il cadavere che ho trovato all’alba?

-   Mi dispiace per lui e per lei, ma non è il primo morto che hai visto né sarà l’ultimo.

-  Un vero animo sensibile, qui c’è scritto dove alloggia la donna.

Jorge si alza e lascia sul tavolino una banconota per saldare il conto.

-   Vado a casa tua, voglio riposare e non intendo far parte dell’ennesimo piano per cacciarti nei guai. Poi doccia e vestito per la serata.

-   See…ci vediamo più tardi, Onassis da strapazzo. Voglio solo fare due chiacchiere.

Appena entrato nel Thurm Mario realizza che parlare con la bionda e fresca vedova non sarebbe stato semplice: non aveva alcuna autorità per farlo e non ricordava il nome della donna. Un’ alzata di ingegno gli suggerisce la soluzione e aggiunge che è un bugiardo curioso patologico: sta chiamando l’amico Munnacci, giornalista milanese e personale motore di ricerca per casi torbidi, quando la donna in questione si presenta alla reception. Al bancone in quel momento non c’è nessuno del personale: Mario interrompe la chiamata e si avvicina.

-  Buongiorno, mi spiace per la sua perdita. Si rammenta di me? Ci siamo incontrati ieri.

-    Don Chisciotte, che ci fa qui tutto solo?

-    Sono abbastanza grande, non mi serve una balia.

-  Touché, le chiedo scusa, ma cerchi di capire: non sto al massimo.

Alloggia qui anche lei?

- Ho diritto a una domanda di riserva?

Quello che compare sul viso non assomiglia nemmeno lontanamente a un sorriso, ma porta un barlume nel buio di quegli occhi di donna.

- Due a zero per lei, ma come vincente ha il dovere di offrirmi da bere.

- Accetto volentieri, ma niente spirito.

- Non mi sembra il caso, viste le circostanze.

-  Mi riferivo al fatto che non bevo liquidi più alcoolici della Coca Cola.

- Un uomo dissoluto, ma dorma sonni tranquilli, le mie taglie non ammettono cocktail o vini.

Il tavolo è basso, le poltroncine confortevoli, i due the caldi risultano anche aromatici. Buoni quanto i biscotti ancora umidi del calore del forno.

Il tepore della sala, il gusto dei dolci e la calma di Mario sciolgono cuore e lingua di Greta: lavora come modella per il gruppo di cui Franco Monicone deteneva la quota di maggioranza. Da un anno era la sua compagna, un lavoro intenso, il rapporto sincero, niente figli.

- Riuscivate a conciliare lavoro e vita di coppia?

- Mario era un professionista al quadrato, non avrebbe mai permesso che i nostri rapporti pesassero sul lavoro.

- Quindi nessun problema con colleghi e soci.

- Vuole scherzare? Chieda a tutti, avrebbero dato un braccio per lui.

- Ieri, sulla strada, stavate litigando.

- È una sua opinione, ne abbiamo già parlato: mi creda, non so chi lo volesse morto.

-  Nessuno ha detto che sia stato ucciso.

- Giusto, il mio uomo se ne andava a spasso di notte sotto la neve con indumenti leggeri. Per scaldarsi ha segato le corna di una preziosa maschera di legno e l’ha indossata trattenendo il respiro.

Prima che lo chieda: è uscito intorno alle venti, una cena di lavoro. Indossava giubbotto pesante, guanti e cappello. Non mi ha detto dove sarebbe andato, l’auto è in garage…lui invece non c’è più.

L’anima da medico sgomita e indica la porta, Mario fa le sue scuse e si alza. Rinnova le condoglianze e guadagna la porta; appena uscito si imbatte in De Palo che è in compagnia di un quarantenne dal cappotto scuro, l’aria annoiata, una ventiquattrore appesa alla mano destra.

-   Che ci fa qui, la aspettavo da me. Molte ore fa.

Le presento il Magistrato, dottor Lucetti. E la invito ad assolvere i suoi obblighi.

-  Lo faccio ogni giorno, andando anche oltre: oltre l’orario stabilito, oltre le convenzioni di comportamento, oltre il dolore delle madri. Quindi non mi parli di obblighi davanti alla morte, io le disobbedisco e la inganno ogni giorno. Tutto questo non è gratis, lo tenga a mente. Arrivederci.

Il medico volta le spalle agli uomini di legge e allunga il passo.

Ma Jonny Winter lo chiama dal telefono, il display lampeggia nervoso, le lettere scure dicono Pulitzer: Munnacci che chiama e insiste, non molla.

-   Che vuoi, scribacchino della carta stampata?

-   Mi hai chiamato tu, mago del bisturi.

-   Volevo chiederti una cosa, poi ho cambiato idea.

-   Sicuro? Credevo fossi già impelagato nel guaio del Torinese morto sulle tranquille montagne che frequenti.

-    Hai un drone che gira sopra la mia testa?

-  Ho letto le Agenzie e c’erano le quattro righe dell’isterica di Bolzano, che si definisce giornalista. Cosa ti interessa?

-  Sul morto indagano i Carabinieri, io voglio notizie della compagna, una certa Greta.

-   Quella si chiama Greta come il mio vero nome è Scaramacai. Prendi appunti, caro: Svetlana Dimitrov nasce in Bulgaria trentadue anni fa, vicino a Sofia: scuole con massimo dei volti, poi studia Medicina. Sparisce dalla circolazione per tre anni, quando torna si è tramutata in modella; tu invece resti un orribile bruco.

-   E nel Bel Paese lavora per un’agenzia di escort,  Monicone si innamora e la salva da una vita di letti e hotel.

-  Quello è un romanzetto da quattro soldi, lei era una professionista del settore foto glamour. L’ha presa a lavorare con lui, l’amore è arrivato dopo.

-    Che ci fa un professionista della moda qui tra i monti?

-  Ah, ah, ah! Ma quale moda, lui era il nuovo Farinetti, il suo gruppo è una specie di Eataly. E vanno forte, specie all’estero: per gli spot impiegano modelle stupende e conosciute, anche qualche attrice.

- Potrebbe tornare, so che era qui per lavoro.

-   Torna, torna sempre: come tu nei guai, ci finisci ogni volta che ti sento.

-   Finiamola qui. Grazie Pulitzer, sei sempre una fonte di sorprese.

-   Ciao dottor Frankenstein, fai attenzione a fulmini e lupi!

La telefonata ha accompagnato Mario fino a casa, nel frattempo è sceso il buio senza che se ne accorgesse. Ma è la regola, quando la notte scaccia la luce lo fa con calma: si avvicina silenziosa e ti circonda, con le sue regole e i propri vizi.

Oggi ha esagerato, è entrata anche nell’appartamento: non una scintilla di luce, né un suono. E con Jorge nei pressi questa è una novità allarmante.

Scacciata l’oscurità con l’aiuto dell’interruttore, Pinozzi scorge un biglietto sul divano: le parole sono in Greco, la traduzione gli strappa una risata. Spegne la luce e abbandona di nuovo la casa nelle grinfie del buio; poi si avvia, suo malgrado, a onorare gli impegni mondani messi in agenda da Jorge.

La villetta di Markus Liber dista un centinaio di metri dall’abitazione del medico genovese, a metà strada tra Ochsenbuel e St. Peter; resta defilata e in discesa, quasi in disparte dietro una siepe fitta e spessa. Mario intuisce il cancello, guidato più dal latrato di un cane che dal vialetto di accesso anch’esso molto riservato.

La luce sopra il videocitofono lo abbaglia per un paio di secondi, poi il ronzio dell’apertura telecomandata e un paio di comandi in tedesco. Quantomeno è conscio di evitare il rischio di un paio di morsi, difficili da suturare anche per uno come lui.

Segue il sentiero luminoso verso una veranda in legno: da una massiccia porta intagliata, socchiusa, si fanno strada verso il freddo una lama di luce, musica e vociare allegro. Mario fa una smorfia da Joker, toglie il berretto e affronta quel che resta di una strana giornata.

-  Ce l’ha fatta infine! – Laura appare raggiante e oltremodo elegante, perfetta. La tenuta da sci nascondeva forme notevoli e gambe snelle, indossate da una quarantenne - La davamo per disperso: capisco il buio, ma non siamo a Genova. Lasci pure giubbotto e il resto a Klaus, mi segua: la presento a mio marito.

Pinozzi segue la padrona di casa tra una selva di ospiti eleganti, in perfetti abiti da sera: con la sua divisa (jeans e maglione), gli accessori (barba incolta e occhiali sporchi) e l’aria del guastafeste. Tra molti sguardi incrocia quello di Jorge, vestito di tutto punto, e i due si parlano senza aprire bocca: “Questa me la paghi”…“È una festa figa, che pretendevi?”. La navigazione procede verso un bovindo che affaccia sul giardino, due uomini parlano seri e sovrastati dal rumore di fondo: show must go on.

All’arrivo di Laura e Mario, il più distinto dei due va loro incontro.

-   Dottor Pinozzi, felice di averla qui: Laura mi ha fatto proprio una bella sorpresa.

-   Grazie, non credevo di essere la star della serata: lei è molto fortunato, sua moglie mi pare una donna rara.

-   Anche a me, ma chiediamo al marito di Laura cosa pensa di lei.

La donna e l’uomo sorridono, il medico incassa e osserva la persona rimasta in disparte.

Sulla sessantina, basso e robusto, il viso solcato dai ricordi di una vita di lavoro. Nella mano sinistra tiene un bicchiere basso, forse con whisky, la destra scatta verso Mario con una presa decisa, senza vigore superfluo. Incatena lo sguardo del medico, suggerendogli che lo valuterà nel tempo di quel saluto: Pinozzi trattiene quella mano di proposito, ribadendo che non teme giudizi frettolosi.

-  Finalmente ho l’onore di conoscere il medico-detective: sono Markus Liber, benvenuto a casa mia.

-   Onore è una parola grossa, sicuro di volerla sciupare per un chirurgo che ha solo il senso per i guai?

-  Non faccia il modesto, lei è una persona acuta, saltiamo questa pantomima e mi dica cosa pensa davvero della morte del povero Franco.

-   Intanto non mi risulta fosse povero, poi credo che abbia solo sbagliato qualche mossa o incontrato le persone sbagliate.

Liber si accarezza il mento levigato.

-    Intende dire che è incappato in un agguato? Per derubarlo o cosa?

-   Lo stabiliranno le indagini, come l’autopsia chiarirà perché è morto. Mi dica piuttosto se sa perché era da queste parti: mi sembra che lo conoscesse bene.

Laura precede la risposta del marito.

-   Markus è…era socio in affari con lui, l’avevamo invitato alla festa perché dovevano…

-   Fammi il favore di pensare agli invitati, - dice Liber – sei la padrona di casa e non è bello trascurarli.

La donna si allontana senza replicare, solo un cenno di saluto a Mario e all’amico del marito.

-  Tu, Gianni, potresti invece spiegare al dottore i miei rapporti con Monicone.

-  Senz’ altro. – poi si rivolge a Pinozzi – Il nostro gruppo…il gruppo Liber si occupa di import-export di prodotti alimentari e vini: parliamo di eccellenze, cibo di nicchia per palati esigenti, tra cui annoveriamo espressioni del nostro territorio. Mario collaborava con noi tramite i suoi punti-vendita e la ristorazione; inoltre curava gli spot con testimonial affascinanti.

-    Tra cui la compagna, mi pare si chiami Greta.

-    Quella sciacquetta – Liber entra secco – non meritava uno come Monicone! Venuta dal nulla ha preso all’amo uno che si è fatto da solo, come il sottoscritto. È bastato allargare le gambe e il gioco era fatto!

-   Ne avete parlato a cena, ieri sera?

-   Quale cena? Ero con mia moglie a Bolzano per un evento letterario: un suo collega presentava una serie di racconti ambientati da queste parti. Abbiamo fatto tardi.

-   Greta dice che è uscito per cenare con qualcuno e sappiamo com’è finita.

A proposito, che ne pensa della maschera sul volto e le corna tagliate?

Liber scaccia l’aria, deve allontanare un pensiero fastidioso.

-  Voi di fuori date troppa importanza a queste cose, sarà il gesto di un maniaco.

Tutte queste domande, poi, mi danno fastidio, le rammento che qui c’è una festa e lei è solo uno degli invitati.

-   Sono stato invitato da sua moglie, insieme a un amico che spero si diverta più di me. Se non è stata un’idea sua faccia delle domande a sé stesso; in quanto al  party tolgo subito il disturbo, qua dentro non si respira.

Senza salutare Mario dirige verso l’uscita, ma è intercettato da Jorge.

-    Sei arrivato, era ora. Ti stavi perdendo un bel movimento.

-    Bene, divertiti, io ne ho abbastanza.

-    Non puoi andartene, ho quasi rimorchiato una: crede che io sia te, che tu sia me…insomma è un po' brilla e non resiste al fascino dell’antica Grecia.

-    Motivo di più per restare, no? Buonanotte.

Fuori, l’assenza dei cani e il cancello aperto inducono Mario ad affrettarsi: il berretto fin sopra gli occhiali, le mani in tasca.

-   Fermo! – la voce è decisa, ma pare ovattata – Tofe creti ti antare?

-  A nanna. E tu togli quelli sciarpa davanti alla bocca e muoviti o ti chiudo fuori.

-    Così non vale, nemmeno uno scherzo per concludere quella che poteva essere una notte interessante.

-  Chissà, magari ci aspettano altre sorprese. Muoviti, filosofo di serie B.

L’ amico buio non vuole smentire Mario e, alla curva presso casa, lui e Jorge notano un chiarore innaturale. La luce è rossastra e si muove, trema; avvertono un odore acre e respirano fumo nero, tossico.

-  Cazzo, la macchina!

-   La carretta ha preso fuoco, non ci credo.

-  Si è suicidata, di certo era stanca delle tue lamentele. Chiama i vigili del fuoco, sveglia.

A incendio domato, Pinozzi e Jorge sono avvicinati da un vigile e dal Maresciallo De Palo.

-   La macchina è stata bruciata, ci sono tracce di accelerante. – dice il soccorritore.

-     E lei non ne sa nulla, ovviamente. – sottolinea De Palo.

-   Di certo non sono stato io per l’assicurazione, le pratiche mi costerebbero più del valore dell’auto.

-   Continui a fare lo spiritoso, dottore: sappia però che io la tengo d’occhio.

-     Grazie, magari così evito altri guai. Buonanotte.

Appena entrati in casa, ancora al freddo, ai due amici fa visita l’anziana dirimpettaia: appare stanca e provata.

-    Che succede Christine, non si sente bene?

-   Non mi serve un medico, qui ci vuole un investigatore e non certo come il maresciallo!

-    Ha fatto il possibile, ma in questi casi non è facile.

-   Io so chi ha incendiato la sua auto, ma nessuno dà retta a una donna anziana.

-    Siamo tutti orecchie, racconti ciò che ha visto.

Christine chiede di sedersi e inizia il resoconto.

-    Ho sentito cantare e mi sono incuriosita, ho scostato la tenda e li ho visti: erano due, travestiti da Krampus inclusa la maschera. Hanno gettato del liquido sull’auto e poi l’hanno…accesa.

-    Pensa che l’abbiano notata?

-   Era buio fitto e io non avevo luci accese in casa.

Solo una persona in paese zoppica a quel modo e canta spesso una canzone di quell’ Italiano: Peppo o Puppo, non ricordo.

Jorge sorride.

-  Sarà per caso Pupo?

-   Bravo! E la canzone parla di un gelato al cioccolato, salato. Che razza di gusti.

      Solo a uno come Gumpfer può piacere il sale nel cioccolato.

-   Chi sarebbe questo tizio dai gusti barbari? – Jorge si china verso la donna.

-  Uno che si arrangia, fa dei lavoretti e non ha mai messo la testa a posto. Si dice che abbia commesso qualche furtarello, ma non lo credevo capace di bruciare un’auto.

-  Qualcosa di buono l’ha fatto, nel viaggio di ritorno non congelerò!

-  Sa dove abita questo delinquente a metà? – dice Mario.

-   Certo, se volete vi accompagno.

-   Grazie, ma fuori saremo sotto zero. Non mi pare il caso.

-  Cos’ha capito? Andiamo domattina, così mi offrite la colazione: vive insieme al padre sopra il bar del genitore. Manco la madre li sopportava. Buonanotte, ci vediamo alle otto.

Anche questo sogno non sembra banale, ma quale viaggio onirico lo è?

Mario Pinozzi ha caldo, suda sotto una coltre di calore che lo opprime: il luogo che lo circonda è dapprima avvolto nell’oscurità e nel silenzio, poi si fanno avanti alcuni strani suoni. Sono insistenti, gli sembra di poterli toccare: una sorta di verso animale, forse un uccello, ripetuto e instancabile. Poi colpi, alternati al volatile, senza ritmo: un richiamo per altri animali, un rito pagano? E uno scossone, poi un altro, la terra trema, il caldo lascia spazio a brividi; mani che lo afferrano, lo attirano verso qualcuno. Mario carica il pugno, la “fame” sembra essere pronta anche nei sogni…

-   Ehi ehi ehi! Fai il bravo e alzati, qua ci aspettano da tempo: sotto l’albero di Natale ti farò trovare una sveglia con delle campane. – Jorge, un ghigno solare.

-   Taci e prepara un litro di caffè. – poi sorride a Christine – Buongiorno, in città non ho il sonno pesante.

-  In città non avete tante cose buone, ma ce ne sono altre pessime. Facciamo un po’ di luce.

All’aperto c’è stato un compromesso tra bianco e nero, luce e oscurità: il cielo vuole regalare altra neve, allo scopo resta nascosto con il sole. La coperta che li avvolge è stesa sui monti, biancastra, una coltre fredda cui piacerebbe scivolare ancora più in basso.

Mario tira un sospiro: colori annacquati, sensazioni umide, pensieri grigi.

L’aroma del caffè caccia il malumore, resta la sensazione che qualcosa non quadra.

Greta e la conversazione al Thurm, una donna rimasta sola: nessuna lacrima, parole non certo fredde, ma come allora? Serene, sicure.

Laura, il marito e il socio: persone o attori? La padrona della festa e due uomini d’affari che giocano con lui a io so che tu sai che io so?

E ancora un ladruncolo che gli brucia l’auto, fregandosene che qualcuno possa riconoscerlo.

I Krampus che lo sfidano alla sfilata, gli mettono fra i piedi un cadavere, poi danno un’ avvertimento. Inutile sperare in Nicolaus, meglio affidarsi al suo senso per i guai sperando che ficchi il naso nel posto giusto.

Il trio assortito raggiunge il bar dei Gumpfer e si imbatte nei tutori della legge: De Palo e Dogliani, che escono dal locale e indossano rapidi guanti e berretto. Con le solite nuvolette davanti alla bocca, il maresciallo attacca il monito.

-   Ancora lei? Mi sta per caso seguendo o sono i guai che le stanno appresso? E la spingono.

-   Buongiorno, solo una colazione con un amico e la vicina di casa.

-    E venite fino a qua? Un posto che offre brioche vecchie e vino da quattro soldi, veri buongustai.

-    Mi pare che voi non siete da meno, maresciallo.

-   Io sto lavorando, lei è sempre tra i piedi. Perché non se ne va a sciare?

-  Buona idea, ho cercato di convincerlo, ma ha una storia morbosa con il divano.

Le parole di Jorge restano fuori dall’auto in cui i carabinieri entrano. E partono sgommando.

Il bar non è quello che si aspetta di trovare un turista in cerca di locali tipici.

Buio, arredi scarni, un tipo magro dietro il bancone: sopra riposano una vecchia zuccheriera e un vassoio di biscotti. Anche le bottiglie dividono spazi generosi sulle mensole. Il barman, o quello che è, asciuga svogliato un bicchiere con uno straccio grigiastro.

- Oggi niente brioche. Volete caffè o altro?

-  Altro, tipo fare due chiacchiere con suo figlio.

-  Ho già parlato con gli sbirri; lei chi sarebbe, Perry Mason?

-   Perché crede che serva un avvocato, voglio solo sapere una cosa.

- Magari posso rispondere io.

Continua a tormentare il bicchiere, ben asciutto e lucidato.

-  Magari ci dice dove suo figlio tiene pelliccia e maschera di Krampus, una tanica di benzina e i dischi di Pupo.

Il barista molla bicchiere e straccio, sparisce dietro il bancone mentre gli investigatori improvvisati fanno un passo indietro: Mario serra i pugni e tende i muscoli, la frequenza cardiaca inizia a galoppare. L’uomo emerge, si appoggia al lavello con la sinistra, il braccio destro che oscilla: nasconde qualcosa di pesante. Mario scatta vero il bar, le braccia tese; Jorge cerca di trattenerlo, Christine lancia un grido e porta le mani sul volto.

Gumpfer indossa un’espressione perplessa e posa la bottiglia di whisky sul banco.

- Vent’anni, scozzese. Lo tengo per le occasioni speciali, belle o brutte che siano. Andiamo a sederci.

- Sediamoci pure, - dice Pinozzi – ma per me Coca Cola o caffè.

-  Ha per caso un buon Ouzo? – Jorge non cambierà mai.

-  Per me una tazza di the, che sia forte. – Christine è già seduta al tavolo più vicino.

Il barista porta le ordinazioni, Jorge osserva perplesso il bicchiere di Pastis, la Coca Cola è calda, il the a temperatura ambiente.

Gumpfer osserva controluce il distillato scozzese, lo sorseggia e inizia il racconto.

-   Martin è nato a casa, l’ostetrica gli ha afferrato un piedino che spuntava e ha tirato: quella non saprebbe far partorire neanche un lombrico. Adesso spero faccia nascere solo cuccioli di diavolo.

Nasciamo con un marchio, tutti, anche io e voi: Martin era lo storpio, incazzato col mondo e con sua madre. Non è mai stato un delinquente, ma se poteva faceva dispetti: le sue piccole vendette.

Non lo vedo da ieri, mai rientrato. Ora lasciatemi solo.

Il trio guadagna l’uscita in silenzio: Mario propone a Christine di tornare a casa, troppe emozioni in poche ore. Lui e Jorge sarebbero andati dai Carabinieri, poi avrebbero fatto una visita a Greta e alla famiglia Limper.

Nel tragitto verso la prima meta si imbattono in Laura, dall’aria preoccupata e il passo frettoloso.

- Salve, sono di ritorno dal Thurm: volevo parlare con Greta, pensavo che mentre noi ballavamo lei era sola e distrutta.

Mario inarca le sopracciglia.

-  E invece?

-  Sparita, in hotel non la vedono da ieri sera: è uscita per una passeggiata e poi nessuna notizia.

-  Questo paese è più movimentato di Marrakesh: omicidio, incendi dolosi e sparizioni, mi pare di essere dentro “L’uomo che sapeva troppo”. Ci manca solo il bambino.

-   Perché ha usato il plurale, chi manca oltre a Greta?

-   Un tipo di qua, lo zoppo del paese.

Laura non batte ciglio, controlla l’ora e dà un’occhiata al cellulare. Un sorriso e occhi al cielo.

-   Devo scappare ora, mi aspettano al lavoro e sono in ritardo. Gli uomini… Arrivederci.

Pinozzi e Jorge proseguono verso il Thurm, entrano decisi e dirigono al desk. L’addetta li osserva curiosa, senza togliere la faccia professionale. Mario è brusco, senza domande.

-  La signora Greta.

-   Chi la desidera?

-  Io, mi pare evidente: sono Mario Pinozzi, le ho parlato ieri.

-  Mi ha lasciato una lettera per lei, ieri in serata; è poi uscita intorno alle 21, ma questa notte era in servizio Pitsch e stamani non è scesa per colazione.

-   Può vedere se è in camera?

-  La chiave è appesa al quadro, la signora non l’ha usata per entrare o non è in camera.

Mario guarda il Soffitto, sospira.

-  Potrebbe essere ospite in un’altra camera, temporaneamente.

- Certo, ma non è affare mio, né suo. Comunque l’hanno cercata altri.

-    Chi, per esempio?

-  Un uomo distinto, di poche parole, ma non mi ha detto il nome. E la signora seduta sul divano dietro di lei.

Il Genovese si gira rapido e individua una quarantenne in abiti sportivi, appollaiata sull’elemento di arredo con il laptop sulla spalliera. Capelli corti neri, volto asciutto, rossetto vermiglio e occhi chiari incatenati allo schermo. Si porta accanto a lei.

-          Arrivo subito, dottor Pinozzi. Spedisco una mail e sono da lei.

Ancora. La soluzione? Farsi crescere una barba da hipster o tingersi i capelli e mettere occhiali a specchio? Emigrare? Farsi finalmente i cavoli propri?

Nel frattempo urge non dare soddisfazione a Jorge che si sta sbellicando appoggiato al desk, mentre chiede il numero di telefono all’addetta. Questa scarabocchia qualcosa su un biglietto e lo porge sorridendo al playboy delle Cicladi, che fa scivolare in tasca il prezioso pizzino. Durante queste manovre la donna sul divano si è sollevata e ha chiuso il PC.

-  Arianna Franghetti. – sorriso aperto, vero.

- Inutile che mi presenti, mi dice che ci fa qui una giornalista?

-  Credo di avere il suo stesso scopo, dottore. A proposito, vedo che ha trovato qualcosa: si tratta di roba utile?

-  Forse, ma dica che vuole da me. C’è stato un morto, mi hanno bruciato l’auto e mancano all’appello due persone, infine una vocina sussurra che lei si trova qui per una di queste.

-   In realtà volevo sapere alcune cose circa le attività di Monicone.

-  Non ha nessun informatore nel settore Fisco? Le toglierebbe qualche curiosità; in casi complicati io mi affido a un amico di Milano, un suo collega. Si chiama Bruto Munnacci.

-  Siamo a posto, conosce pure “Mestolo”, ma non lo chiami giornalista. È solo uno che rimesta nel torbido, si è guadagnato il soprannome che merita nel nostro ambiente.

-  Se la vede così non abbiamo altro da dirci, buona fortuna.

La donna ha una breve esitazione, il tempo per Mario di voltarsi verso Jorge. E sentirsi chiamare.

-   Pinozzi, ma quanta fretta: da soli non combineremo niente, lei ha qualcosa in mano e io conosco altri particolari. Uniamo le forze

-   Ora si ragiona, da dove vogliamo cominciare?

-   Per prima cosa mi dia il numero del suo amico Mestolo, poi le dirò.

Il medico passa l’informazione alla giornalista e parte una telefonata che sarebbe riduttivo definire colorita. Tra risate di scherno, complimenti ironici e momenti di attesa in ascolto, la Franghetti trascorre quasi tre minuti appesa al telefono. Infine saluta.

-   Grazie Mestolo, non sei poi così burbero.

Certo, cinquanta e cinquanta: gli affari sono affari.

Te lo saluto, ovvio. Anche quella santa donna della madre, naturalmente.

Intasca l’i-phone e sorride a Pinozzi. Lui tocca più volte l’orologio con l’indice e mima il gesto di contare il denaro.

-  Capisco, il tempo è denaro, ma non si pentirà di avere atteso.

-   So aspettare, può crederci: mi riferivo alla spartizione fifty-fifty con Munnacci, non vorrei che vi infilaste in qualche guaio. Quello è compito mio!

-   Sempre in testa la pecunia…Ci siamo accordati per dividere gli articoli in modo equo, visto che entrambi faremo la nostra parte.

-    Se non chiedo troppo vorrei conoscere il mio ruolo e quello del mio amico.

-  Far poco chiariremo tutto, o quasi. Ma per farlo dobbiamo raggiungere l’Alpe in fretta: lei è appiedato, quindi chiamo il servizio di Taxi, visto che io mi sposto con una Smart.

-   Io non credo di essere così necessario, potete andare voi due. – Jorge, ammicca verso la receptionist.

-  Decidi, vieni da solo o ti aiuto io. – Mario mette le mani in tasca.

-  Okay okay, non servono le maniere forti. Non è certo il tempo la cosa che mi manca.

Scuotendo la testa si avvia mesto verso l’uscita, mentre Arianna chiama il mezzo.

Dopo trentotto minuti, parecchi tornanti, salite e discese a velocità montagne russe, il gruppo viene depositato accanto a una costruzione in legno: intorno alla stalla estiva stanno l’alpeggio sotto la coperta bianca e un ruscello immobile, fanno da cornice alberi aguzzi che ondeggiano. Il suono del vento ricorda alla colonnina di mercurio di scendere in fretta, agli uomini che indossano abiti troppo leggeri.

-  E adesso? – dice Jorge alitando nelle mani, tremante– Facciamo un pupazzo di neve o giochiamo a Otzi cerca moglie?

-  Sei tu lo sciatore provetto, costruisci una slitta e ci facciamo qualche discesa. –Mario batte i piedi.

-   Gli uomini, per voi è sempre e solo gioco. Seguitemi.

La formazione giornalista-medico-infermiere procede lungo un sentiero appena accennato: avanzano sopra neve vecchia, compressa dal passaggio di altri umani. Le impronte dicono scarponi grossi, persone pesanti: una guarda verso l’interno, il piede ribelle.

La sera stinge i colori e accarezza ruvida i volti dei tre esploratori di città, l’aria si è fatta cattiva e spara aghi ghiacciati sulle guance, colpisce ogni parte scoperta: a malapena ascoltano i passi, il pavimento naturale che scricchiola, il respiro che muta in ansimare. Mario avverte un tonfo, si volta: non pensava che il primo sarebbe stato il suo amico, aveva puntato sulla donna. Ma lei è di queste parti, pensa, il prossimo sarò io.

-          Arianna…aspetta. Fermati, ho bisogno di una mano. Anche del resto, insomma…aiutiamo Jorge.

-          Non fermarti, coprilo con foglie e neve. Cammina!

Mario serra i pugni, o almeno ci prova: la risposta è fiacca, niente fame, tanta stanchezza e gambe di marmo, palpebre che pesano chili. Buffo, i rumori arrivano deboli, la voce non esce. Il bianco gli colpisce la faccia, duro, freddo. Gli ultimi pensieri vanno a un rilievo cilindrico, coperto di neve: la maschera di legno sulla faccia, no per favore basta con i Krampus.

Buio.

 

-  Ci hai messo di tempo, sai che fa notte presto. Poi era prevista neve.

- Mi sono ritrovata con queste due buoni a nulla, mi hanno rallentato; figurati se pensavo che avrebbero mollato così veloce.

-  Ora non faccia la femmina con le palle a tutti i costi: in fondo siamo venuti a prendere anche lei.

-   Siamo? Ho sentito bene? Modella, qui, è rimasta al calduccio: fatto tutto Franz e il sottoscritto, corretto?

Ma che chiedo, tu non parli. E allora darsi da fare, vediamo come stanno due signorini.

L’uomo si trascina canticchiando verso la parete lunga della malga, fino al giaciglio dove riposa Jorge: un divano che ha visto giorni migliori la camminata ha il rumore di punto e virgola: il piede ribelle punta all’interno.

-  Viso e mani calde, questo se l’ha cavata.

-  Il medico, come sta?

Martin solleva la coperta adagiata su Mario: gli occhi scuri lo fissano, la molla scatta e una morsa lo afferra al collo.

-  Sto benissimo, incendiario da strapazzo: ora mi dici che ci facciamo qui. E spera di non avere toccato Greta neanche con un dito. In quanto a te, giornalista d’assalto, stammi lontano: perché ci hai mollato, là fuori?

-  Non ho mollato nessuno, ho accelerato per raggiungere questo posto: da sola non avrei potuto aiutarvi. Sapevo di trovare Martin nella malga di Franz Trocker: il resto lo vedi.

-   Il mio amico, è in coma da ipotermia?

-  Quello? Dorme come un bambino, ha il musetto rosso e sembra che stia sognando i suoi mari. Ora lo sveglio.

Raggiunto Jorge, Arianna lo scuote senza risultato: l’uomo si volta, assesta il corpo e prende a russare.

-    Sta meglio di me, - dice Pinozzi, poi guarda Greta – lei invece che ci fa qui?

-  Adesso mangiamo tutti boccone, poi parliamo. Vino o birra? – Martin mima il gesto della mescita.

-  Per me acqua, che sia fresca.

Vino rosso e acqua, pane e speck e ancora formaggi di malga, uova e patate saltate in padella: di loro resta il ricordo e il sapore sul palato, il colore sulle gote e il naso.

In realtà resiste anche una grossa scodella messa in serbo a favore del ghiro greco, tuttora alle prese con sogni caldi.

Terminato l’ultimo goccio di caffè, Mario incrocia le dita, poi fissa Arianna e Martin con il punto di domanda stampato in volto.

-  A pancia piena si ragiona meglio, quindi ora ascoltate quello che so: Franco Monicone lavorava sodo, guadagnava bene ed era stimato per quello che faceva.

-  Lei è almeno la terza persona che me lo dice, aspetto di sentire le novità.

Arianna non cela un moto di stizza, poi riprende.

-  Aveva rapporti con imprenditori in Italia e all’ estero e muoveva un sacco di merci; prodotti raffinati e di qualità, roba che costa, su cui si pagano tasse e IVA. Imposte da beni di lusso, che possono incidere sul prezzo finale e sul peso delle dichiarazioni al fisco.

Greta si alza e arriva con due balzi a un pelo dal viso della giornalista. E grida.

-  Cosa sta insinuando? Franco non era un evasore, pagava tutto! Ovvio che scaricasse costi più alti del Tuo stipendio annuale da scribacchina, ma era tutto alla luce del sole; per non citare donazioni a onlus e altri enti.

-  A me risulta che le Fiamme Gialle stiano spulciando i suoi conti da parecchio tempo.

-  Con chi non lo fanno? Cercano solo di spremere ancora di più i soliti fessi onesti: chiaro che se rovisti un piccolo errore si trova o forse no, ma sta a te dimostrare che sei a posto.

- E Monicone l’ha sempre fatto, giusto? Ho saputo qualcosa dell’autopsia: è stato ucciso, forse con un veleno. C’è il segno di un ago sul collo, colpito alle spalle.

Greta si volta, fissa Mario con occhi ad alto voltaggio e incrocia le braccia.

-   Non lo conoscevo da tutta la vita, in questi anni posso dirle di sì: sono stata al suo fianco e posso testimoniare del suo zelo nel rispettare la legge.

- Mi sembra sia ora che ci dica cosa vi siete detti lei e Munnacci. – il medico parla ad Arianna – La versione Franghetti è chiara, sentiamo quella di Munnacci o devo chiamare e farlo parlare in vivavoce?

Martin si avvicina con il passo da falce.

-  Volete sentire cosa da me? Anzi due: voi interessa sapere perché macchina di dottore è ridotta in cenere? Poi, secondo voi, che fare qui vedova di Monicone?

-  Comincia dalla mia auto, anche se credo di sapere chi ti ha pagato per occupartene.  A proposito, quanto ti hanno dato?

-  Poco, mi hanno detto che non valere la pena di sprecare più di una latta di benzina.

-   Chi ti aiutava?

-    Il padrone di baracca, che ha salvato vostro culo insieme a me.

-  Chi ve lo ha chiesto? E perché, per minacciarmi dopo certe domande alla festa di Liber? Magari lo stesso Liber, visto che mi pareva offeso: era risentito del fatto che un forestiero osasse dubitare di un suo amico. O di qualcuno che lo conosceva, visto che secondo Greta la notte in cui è morto aveva appuntamento per cenare fuori.

-  Non so nulla di feste dei ricchi, io vivo con mio padre e sopravviviamo con quella specie di bar. Ma so però che tutti, tutti, in paese mi schifano: Martin  zoppo, gamba del diavolo, figlio di Krampus. Se rubano gallina è colpa mia, se sparisce qualcosa da giardino sono sempre io: Martin lo zoppo è pero persona, ha testa e cuore. E un amico, poche parole.

Trocker annuisce in silenzio, si alza e versa del vino che porge a Martin.

-   Mi spiace, ma non abbiamo tutta la notte: chi ti ha pagato, Liber?

-   Era una donna, mai sentita prima: ha lasciato biglietto al bar con numero di cellulare. Chiamata e lei ha proposto il lavoro.

-   Perché io, che cosa avrei fatto?

-    Tu uno speculatore, con amici di Genova vuoi costruire resort alla moda per ricchi fighetti: gente che montagna e suoi animali non frega nulla. Dovevo spaventarti e Franz ha aiutato volentieri: non ci piace gente così, teniamo a nostra natura e tradizioni.

-   Adesso capisco lo sguardo, la frustata del Krampus alla sfilata e la messinscena notturna con l’incendio. La prossima volta, però, cerca di cantare qualcosa di più adatto.

Adesso mi dici cosa ne pensi della morte di Monicone e il motivo di quella maschera sul viso. Con le corna segate. Ma prima proviamo una cosa: Greta, mi dia il suo telefono.

La donna scruta Mario in obliqua, lo trafigge.

-  Non è necessario, le dico il numero e Martin potrà controllare sul registro chiamate del suo portatile.

Verificato che non era Greta la donna che lo aveva chiamato, Gumpfer espone la sua ipotesi.

-   Tu sei chirurgo e vieni qui in vacanza, ma hai fatto cose buone anche mentre potevi pensare a riposo: scusa, mi hanno dato solo targa di auto, non sapevo era tua. Dopo parlato la donna mi ha fatto incontrare un tipo, ieri mattina, diceva essere amico di Monicone: qualcuno voleva fargli male, amici tuoi, affaristi stranieri complici di sua donna. Franz ti ha minacciato a sfilata con frusta, ma non era abbastanza, Monicone morto la sera.

-          Quindi io avrei fatto uccidere Franco? - ma io ammazzo te, ora!

Pinozzi intercetta la tigre con sembianze di donna, tenta di bloccarle le braccia, lei lo artiglia al volto. Tutto avviene in minime frazioni di tempo.

Sangue.

Adrenalina, muscoli tesi.

Fame.

Pugno, anche se controllato.

Greta va a dormire accanto a Jorge.

Mario si ricompone, sotto gli occhi timorosi di Arianna e Martin. Franz esprime un cenno di approvazione, condito da un assaggio di ammirazione.

-  Quindi chi lo avrebbe ucciso? E perché abbandonare il cadavere con un muso di legno scornato? In fondo io l’ho trovato per puro caso e né io né i Carabinieri potevano sapere che era stato ucciso.

-  Non ho idea, forse volevano far credere che fuggito: anche voi rischiato poco fa. La maschera poi, boh! Una punizione, sgarbo a Krampus troppo cattivo, la pena per qualche cosa sbagliato: non mi interessa, io chiuso con quella gente.

-  Ne sei sicuro? Sanno chi sei, c’è un morto di mezzo e io non mi arrendo facilmente. E neanche Greta, ci ho azzeccato?

Saranno il tepore del camino o le chiacchiere concitate, forse il profumo che emana dalla scodella di cibo cala l’asso, ciò che conta è il risultato: Jorge il letargico si desta dal sonno del gelo e, ma questo non è raro, articola suoni compiuti.

-  Che meraviglia, se questo è il paradiso una simile eternità non mi dispiace. Profumo di vino e cibo, calore, una bella donna accanto. Morire così è bello!

Anche Greta riprende coscienza, temendo forse di essere in purgatorio.

-  E tu, angelo biondo, di che sesso sei? Scusa, ma a questa storia degli angeli non ho mai creduto. Dimmi che sei ciò che sembri, una donna del paradiso? Vuoi dividere con me i prossimi secoli?

-   Ma torna a dormire! – Greta si solleva con forza dal giaciglio condiviso suo malgrado, e gira a Jorge il pugno ricevuto da Pinozzi – E voi, ascoltatemi bene: specie tu, picchiatore di donne.

-   Le mie guance avrebbero da dire qualcosa. – Mario accarezza il volto.

-   Perché sono qui? Martin vi ha detto che mi ha rapita o forse voleva salvarmi dai cospiratori che hanno ucciso Franco?

-   Niente di questo, non ho avuto tempo. – l’uomo si tocca la gamba ribelle.

-  Allora racconto io la mia versione: tu, giornalista, prendi appunti. Voialtri fate come vi pare: ascoltate, registrate, fissate il soffitto.

Ognuno assume l’espressione che considera più adatta, Arianna fa un paio di passi e si mette seduta, Martin e Franz restano in piedi, Mario manda un SMS e incrocia le braccia fissando Greta.

-  Franco era un commerciante, di lusso quanto volete, ma restava un uomo abile che cercava cose buone poi le vendeva a chi sapeva apprezzarle. E poteva permettersele: parliamo di cru e disciplinari, carni selezionate, annate storiche. Trattava con il mio paese di origine, la Bulgaria, dove l’Italia sta esportando le proprie eccellenze. L’ho conosciuto ad una fiera in cui lavoravo come hostess, lui aveva uno stand fra i più importanti: una cena di lavoro ha mescolato il feeling.

-  Avevi studiato per diventare una mia collega, che è successo?

-  In Bulgaria le donne chirurgo non hanno vita facile: ero preparata, ma avevo bisogno di lavorare. Sono anche bella e conosco l’Inglese, le due cose aiutano.

-  Lasciamola parlare, salterei il curriculum e andrei al punto: che ci fa qui? – Arianna non molla.

-   Non ero convinta, Franco mi portava alle cene di lavoro, ma questa volta era nervoso: disse che non era la solita cena, si trattava di una questione importante. Gli ho consigliato di non buttarsi in certi “affari”, se lo dovevano rendere isterico.

-  La discussione per strada, quando credevo ti avesse percosso.

-    Ne parlavamo dalla partenza da casa, mi ha detto che poteva dedicarmi poco tempo: non mi quadrava, siamo partiti per tre giorni fra shopping e ristoranti e mi sarei ritrovata sola. Non era da lui, ma le cose stavano così, questo è tutto.

La pausa è breve, la giornalista rompe ancora il silenzio.

-   Un cavolo, ha detto che era preoccupato per un affare, ma in precedenza ha affermato che sapeva tutto di lui. E poi non ha spiegato perché l’abbiamo trovata qui!

-   Lei invece, che sta facendo con noi? Come sa certe cose e come ha conosciuto Martin? – Greta morde.

-  Inchiesta, conosce il termine? Il resto è segreto professionale.

Il suono di un SMS in arrivo, Pinozzi apre il messaggio, sorride e parla.

-   Tacete.

Un minuto.

Entrambe.

Tu, vedova inconsolabile pagata dal governo di Sofia per verificare che i traffici di Monicone fossero puliti. O per proporre quelli indicati dai tuoi connazionali, sissignori, altro che studiare medicina: questa ha preso il latte dal Bureau bulgaro ed era fedele solo a loro. Ha contattato Martin per scoprire cosa sapeva realmente, mentre teneva d’occhio i mandanti del danno a mio carico.

E la giornalista d’assalto che propone a Mestolo, come lo chiama lei, un accordo per non rivelare subito i veri motivi per cui Monicone è stato ucciso. Ma non sa che Munnacci non mi lascerebbe mai in mutande.

Uno sbadiglio e un lamento rompono la tensione.

-   Ciao di nuovo e lontano da me angeli che menano: pensiamo a sopravvivere, non c’è nulla da mangiare qui?

-   Franz, sfama il resuscitato e voi adesso ascoltate tutti: Martin chiamerà la tipa che l’aveva contattato proponendogli un accordo. Dirà che vuole dei soldi per non spifferare tutto, gli parlerà domani nel locale del padre. Io avverto i Carabinieri che sono al corrente di minacce nei confronti della famiglia Gumpfer e del loro bar. Greta, il sottoscritto e Jorge resteranno in disparte.

-   E io? – dice Arianna.

-    Avrai l’esclusiva, non ti pare abbastanza? O preferisci l’accusa di occultamento di prove e concorso in rapimento?

Nel silenzio che cala si avverte solo il rumore di fondo del Greco che mangia e beve.

-   Domani sarà una lunga giornata.

 

La fabbrica di neve e vento deve essersi presa un giorno di pausa: Mario, sveglio all’alba, mette il naso fuori della baita per liberarsi da una notte con troppi odori, molte riflessioni e niente sogni. Il nero del cielo si tinge di azzurro pallido, qualche cinguettio, neve che cade dagli alberi, profumo di vita.

Franz lo saluta con un gesto, mentre è intento a liberare dalla neve la strada sterrata. Il minimo per far andare la motoslitta: buffo, pensa il medico, essere salvati da una sorta di gatto meccanico dopo la disavventura con i cani. Trocker mima la bevuta di un caffè, Mario risponde con il gesto OK.

All’interno l’assortito gruppo sta emergendo dalle nebbie del sonno: Martin svirgola fino al camino, Jorge si guarda intorno come un cane pastore, le donne si squadrano a distanza e rassettano gli abiti.

-  Già sveglio? Stamani non hai interventi. – il Greco.

-  Vero, ma abbiamo comunque un lavoro di equipe: in realtà sembriamo una sorta di gruppo TNT, ma qualcosa combineremo. Dobbiamo parlare, ci sarà tempo a casa.

Mario si avvicina a Martin.

-   Chiama la donna, dille che ci vediamo con il complice intorno alle undici.

-  Faccio subito, ma…mio padre?

-  Non avvertirlo, la sua sorpresa ci sarà utile. Almeno spero; adesso chiedo solo caffè, casa e doccia. Tutti e tre caldi, è vitale.

 

Otto e trenta.

L’ appartamento è caldo a puntino, un piccolo forno accogliente in cui lasciarsi cucinare a bagnomaria nella vasca: nuovo grembo materno di schiuma profumata, la testa fuori nel mondo con gli ingranaggi che girano a mille.

- Toc toc, sei presentabile o devo bendarmi? – spirito insano dall’altra parte della porta. Il mondo che reclama il parto mattutino.

-   La spugna è intrisa di schiuma e tu sei un bersaglio facile.

-   Il caffè sta fumando nella moka, lo strudel è a fette. Passo e chiudo.

Nove e venti.

Colazione in silenzio, tra briciole dolci, due dosi di caffeina e ragionamenti.

-     Tutto chiaro? – dice Mario.

-     Come una giornata estiva dalle mie parti, limpida.

-    E spazzata dal vento, quindi attenzione alla sabbia negli occhi e tra gli ingranaggi.

Altro bussare lieve, questa volta dall’uscio di casa. Il volto lieve e preoccupato di Christine.

-   Buongiorno…ieri sera ho provato, ma…

-   Si accomodi, c’è ancora caffè e un residuo di dolce.

-   Grazie, la pressione… Meglio non esagerare, anche se voi due vi impegnate per farmela salire!

-     Tutto a fin di bene, tutto a fin di bene. – Jorge ridacchia.

-    Volete dire qualcosa a una anziana apprensiva?

-  Più tardi, se andrà come spero. Più tardi le spiegheremo tutto, adesso abbiamo un appuntamento.

Dieci e dieci.

I due amici fanno una capatina nell’ufficio del Maresciallo De Palo: l’accoglienza non è delle migliori, ma dopo che Mario ha esposto la sua idea i toni si ammorbidiscono. L’uomo della legge esorta Mario e Jorge a “non fare minchiate” perché gli eroi defunti non servono a nessuno.  Il greco tocca gli amuleti, il medico sorride e De Palo li caccia con la scusa di dover compilare scartoffie.

Dieci e quaranta.

La riunione nel bar Gumpfer ha inizio: il padre di Martin lancia lo sguardo da genitore che Mario fatica a interpretare. Le spiegazioni ridotte all’osso non lo hanno scosso più di tanto. Il ricordo di madre e padre perde Pinozzi nella foschia degli anni e non è il momento adatto per cercarlo; Martin appare teso, la gamba ribelle risente del momento. Greta è seduta in posizione defilata, sorseggia svogliata un thè senza nascondere la nausea, somma di infuso scadente e tanto altro. Jorge sorregge lo stipite della soglia.

Undici.

Nessuno in vista dalla porta, Martin controlla il telefono: muto e senza messaggi. Ancora il tono di un SMS dal portatile di Mario.

Il giornale non stimola molto l’affascinante Bulgara, che lo sfoglia distratta.

Jorge guarda nel bar e scuote il capo.

Gumpfer padre pulisce bicchieri e lascia un’occhiata sotto il bancone.

Pinozzi legge il messaggio, una smorfia gli solca il volto.

Undici e dieci.

-  Cosa offrite da bere in questa bettola? Forse è meglio accontentarsi di un bicchiere d’acqua.

La voce arriva dalla sinistra del bar: sulla soglia del magazzino stanno Laura, la moglie di Liber, e l’uomo distinto che aveva pagato Martin e chiesto di Greta al Thurm.  Che aveva accolto Mario alla festa, quasi fosse a casa propria. Nella destra tiene un oggetto metallico, rivolto verso i presenti, con cui il medico ha avuto altri incontri.

Piccolo, scuro, letale.

-   Buongiorno a tutti. Tu sulla porta, metti il cartello CHIUSO e gira la chiave; sedetevi tutti accanto alla bella Greta. Anche tu, barman dei miei stivali.

-  Ho mal di schiena, preferisco stare in piedi.

-  Perfetto, ma tieni le mani in vista.

Mentre Gianni controlla la scena, Laura punta gli occhi su Mario, un accenno di diniego, poi fissa Greta con aria sprezzante.

Gumpfer padre e figlio si scrutano, Jorge si mette seduto, Mario si avvicina al tavolo della Bulgara.

- Sei sordo, dottore ficcanaso? Seduto!

-  In piedi ti guardo meglio negli occhi; facile dare ordini da dietro una pistola, vero?

Le mani in tasca e i pugni chiusi, cuore novantacinque al minuto, il collo che scrocchia.

-  I miei sono solo consigli, ci facciamo due chiacchiere e tiriamo le somme. A proposito, - rivolto a Martin – quanto vorresti per stare zitto, diecimila euro? Un pezzetto di piombo mi costa pochi centesimi; chiedilo a Greta, forse conosce il prezzo corrente.

-   Non ho mai ucciso nessuno, voi bastardi invece mi avete rubato Franco!

-   Povera piccola, - dice Laura – l’amore della vita. O amavi la vita bella che ti permetteva?

Mario sorride.

-   Che cazzo hai tu da ridere? – la signora Liber perde l’ultimo residuo di eleganza.

-  Pensavo a una donna, mi era parsa padrona di casa sapiente e charmant.

-   Ah ah ah! Il padrone è Liber, con i soldi e il lavoro, l’uomo tutto di un pezzo che non ricorda cos’è un maschio.

-          E qui arriva l’animale alfa, nei panni di Gianni il coraggioso. Che ha invitato a cena Monicone, ben lontano dal Thurm e da casa Liber, e lo ha siringato nel collo per poi scaricarlo ai margini di un bosco.

-  Ammetto di avere sbagliato, ma quell’idiota aveva bevuto ed era entrato in auto senza mettere il cappotto. Troppo robusto, da solo non riuscivo a vestirlo.

-   Perché la maschera di Krampus sul volto, una crisi mistica?

Laura libera una risata al limite dello sguaiato, volgare.

-   Un omaggio a mio marito e alla sua fissa per le tradizioni, è sempre stato un vecchio dentro.

-          E non gli andavano a genio certe scorciatoie, perciò avete invitato Monicone.

Greta si alza.

-   Non c’erano frodi fiscali e trattava roba di prim’ordine: me ne ero assicurata personalmente. Il mio governo voleva assicurarsi di importare prodotti ottimi, un paio di ministri ci hanno messo la faccia e si giocavano la carriera.

-  Povera “spia” innamorata, ancora non hai capito? Franco è morto perché non si è prestato al gioco dei Bonnie & Clyde nostrani: gli hanno proposto di chiudere un occhio sui fornitori e mescolare cibo, vino e olio di provenienza dubbia con i prodotti certificati. Una cresta di tutto rispetto sulla spesa, con Liber all’oscuro.

-          Bravo dottore, devi avere delle buone fonti: peccato sia tutto da dimostrare, la tua parola vale quanto la mia.

Martin si avvicina, la gamba ribelle tesa, Gianni alza la pistola.

-  Bastardo, mi hai usato. Io amo mia terra, tu vuole avvelenare e dire che roba viene da qua! Con puttana ricca.

Gianni colpisce il giovane uomo con il calcio della pistola, Martin cade e pulisce il sangue con la manica. Il padre allunga il braccio destro sotto il bancone, la sinistra posata accanto ai bicchieri; l’uomo armato avanza verso il barista e controlla il resto degli ostaggi.

-  Solleva quel braccio, lentamente.

-  Voglio solo bere un goccio, annata ottima. Forse lo conosci.

Dal basso risale la bottiglia delle grandi occasioni. Martin sorride, i denti screziati di rosso.

-   Bevi dalla bottiglia, poi la facciamo finita.

-   Quanti colpi hai cowboy? - Mario sogghigna – Scegli a chi sparare per primo, perché gli altri non staranno a guardare.

-  Parole sante, - Gumpfer padre, secco – se solo ci prova lo sventro come un maiale. E la sua puttana con lui.

Le bocche di una doppietta, impugnata saldamente dalla sinistra del barista, puntano sulle figure di Gianni e Laura. Vicini, troppo vicini. L’ uomo afferra la complice e se ne fa scudo, indietreggiando verso il magazzino.

- Non fare l’idiota, se tiri a me uccidi lei. Anche voi fate i bravi e nessuno si farà male.

I due amanti si muovono lenti, l’abbraccio crudele rende Laura rabbiosa; cerca di mordere la mano di Gianni e rimedia una botta in testa. Mario avanza lento, il fucile segue il movimento dei fuggitivi, Martin e Greta si alzano, Jorge dirige alla porta e la apre.

-   State tutti buoni, minchia! Maresciallo De Palo, siete sotto tiro: tu molla il revolver e alza le mani. Dogliani, datti una mossa e disarma quel vigliacco; nuovo, tu prendi la macchina e portala davanti all’ingresso. Questi meritano l’onore della cronaca!

Il Carabiniere e Pinozzi scambiano un accenno di sorriso, il minimo indispensabile per attestare la stima reciproca; Gianni posa la pistola e alza le mani, Laura lo schiaffeggia e tende le mani verso De Palo.

-    Non faccia la sceneggiata, venga con me: ho ancora rispetto per le signore. Dogliani, metti i braccialetti al suo amico.  Gumpfer, lei posi quel cannone: ci tengo ad andare in pensione.

-  Questo? È scarico, non spara un colpo da dieci anni.

De Palo inarca le sopracciglia, Mario e Jorge esplodono nel riso e applaudono. Greta siede senza fiatare e Martin raggiunge il padre, poi lo abbraccia. I due complici escono con aria sprezzante e serrano gli occhi: i flash del fotografo del giornale di Arianna Franghetti sono spietati, una salva di foto. Arianna cerca di intrufolarsi tra Carabinieri e arrestati, il telefono come microfono, chiedendo cose che Laura e Gianni non ascoltano. Markus Liber osserva il film, il finale che non si aspettava: Mario conterebbe le rughe, se potesse, certo di vederne molte in più rispetto al loro incontro.

Dogliani e il nuovo scortano Laura e Gianni nell’auto di servizio, salgono e partono senza sirene. De Palo confabula con Greta, poi la saluta con una stretta di mano e raggiunge il medico.

-   Bravo Pinozzi, ha faticato a convincermi, ma devo dire che aveva ragione. Però non mi ha detto chi è la sua fonte, non credo sia tutta farina del sacco della Franghetti.

-   Un amico, il mio solito motore di ricerca: il google personale che sa dove e a chi chiedere le cose.

-     Magari violando qualche legge.

-     Mi risulta che lo faccia anche il vero google. E forse anche la nostra amica Bulgara.

-  Mentre parlo con lei mi sembra di infilarmi in un labirinto. Quando torna a casa? Sarà un buon momento per stappare una bottiglia: ogni volta che la incontro c’è la Signora con la falce nei pressi.

-   Il mio senso per i guai, non ci posso fare nulla. Buon lavoro Maresciallo e grazie.

-   A lei dottore, ma quando ripassa da queste parti mi avverta!

Prima di passare da casa per fare i bagagli e cercare un treno per il ritorno, Mario e Jorge salutano Arianna.

- Soddisfatta?

-Dello scoop o del finale di questa squallida vicenda?

-  Ogni volta che si rovista in una cesta di vermi si trovano marcio e puzza.

-  Dovrò farci l’abitudine, magari vado a lezione da Munnacci.

-  Lasci perdere, quello è un burbero solitario tanto generoso quanto incapace di salire in cattedra.

-  Oppure potrei evitare la cronaca nera.

-  Direi che questa e la cronaca rosa si sono mescolate abilmente. In bocca al lupo.

Un ultimo saluto ai Gumpfer, con la preghiera di salutare e ringraziare Franz; il vano tentativo di rintracciare con gli occhi anche Greta e i due Genovesi si avviano.

-   A proposito di cronaca rosa, - dice Mario con il miglior ghigno – l’appuntamento con la receptionist?

-   Leggi il bigliettino.

Mario prende il pizzino che la donna aveva passato al Greco. Dopo averlo studiato ride di gusto e lo restituisce all’amico, che legge a voce alta.

-   Il mio fidanzato, Claudio Verner, è il capitano della squadra di hockey. Non è particolarmente geloso, ma abbastanza robusto: se vuoi ci beviamo qualcosa tutti insieme.

Capisci? Io, Jorge a fare da terzo incomodo, nooooo.

Sulle strisce pedonali rallentano brevemente per osservare la berlina scura che si è fermata per lasciarli passare: alla guida un uomo dedito al lavoro, amante delle tradizioni, in cerca di prodotti di eccellenza.

In perfetta solitudine.

 

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