(di Marco Moretti)


-
Che dici, meglio queste o le olive
greche? - disse.
-
Ho fratelli in Grecia e amici in Puglia,
quindi…
-
Non è da te essere così diplomatico,
l’uomo del bianco o nero e del bello o brutto.
-
Adesso devi solo dire che quando i tuoi
antenati grattavano la terra i miei inventavano la filosofia.
-
Allacciati la cintura, – disse Mario con un ghigno – stiamo
arrivando e non vedo l’ora di bere un caffè decente.
-
È ora di aperitivo, altro che caffè. Giuseppe
ci aspetta al gate, chi meglio di lui come guida per mangiare un boccone?
L’aperitivo
venne sacrificato all’unanimità per un pranzo sul lungomare di Palese, distante a sufficienza dai terminal degli
aerei: sul nastro di partenza attendevano piatti di pesce crudo, in seconda
piazza pasta con ricci, a seguire fritto misto e in ultima fila gelato. La
bottiglia di bianco era stata spremuta sino all’ultimo goccio.
-
Però che delitto non bagnare queste
bontà con il nostro vino. – disse Giuseppe a Mario. – Come mai non…ahia!
-
Che succede? – Jorge con ironia, dopo il calcio sferrato
sulla tibia dell’amico.
Mario
sorrise sornione verso Giuseppe.
-
Il nostro Jorge è un po’ paterno con me,
cerca di scusarlo. Il fatto è che io e l’alcool siamo stati amici intimi e
abbiamo combinato qualche guaio. Tutto qui.
-
Sono un vero artista. – disse Giuseppe,
con gli occhi bassi.
-
Mai quanto l’ amico filosofo qui
accanto, il Socrate di Genova!
-
Okay allora beviamoci i caffè e andiamo,
Mariella ci aspetta: dobbiamo prendere il cibo per la cena. Anche questa è
Bari, Mario.
Uscendo
dal locale, Giuseppe salutò il proprietario dicendo che andavano di fretta e di
mettere l’importo del pranzo sul suo conto.
Guidava nervoso verso il capoluogo e dopo un paio di sorpassi azzardati intervenne Jorge, che stava sul sedile
anteriore.
-
Perché questa fretta, non credo che
troveremo i negozi chiusi.
-
Quella, Mariella, sta già in ansia. –
Giuseppe asciugò la fronte con la mano. - Non sai le storie che ha fatto quando
le ho detto che vi portavo a pranzo.
-
Voleva pensarci lei?
-
Per carità, si è messa a dieta. È
fissata con non so quale precetto da osservare, un voto o qualcosa del genere.
-
Non mi pare che tu “osservi” molto –
disse, accarezzando la pancia dell’amico.
-
Che vuoi, quello è il lavoro: si mangia
fuori, le cene per i contratti. Sai come va.
Una
sterzata e un colpo di clacson, seguiti dal dito medio alzato, attirarono anche
l’attenzione di Mario.
-
Frequenti spesso il posto dove abbiamo
pranzato? Non mi è sembrata una trattoria a buon mercato.
-
Siete miei ospiti, questo è quanto. Ma adesso ascolta, Mario, ti dico qualcosa su
San Nicola. E tu zitto, - rivolto a Jorge – o scendi al volo.
Giuseppe
raccontò delle origini del santo, nato a Licia nell’attuale Turchia, e
della vocazione religiosa giovanile;
questa e la forte empatia lo fecero vescovo e ne alimentarono il culto. Contribuì
il fatto che fu perseguitato dai Romani, allora dominatori in Asia Minore. Di
lui si conoscevano due anime, quella del cattolico intransigente e l’altra, amata dai fedeli, del santo votato a
opere buone. Nel 1807 una sessantina di marinai recuperò il corpo di San Nicola,
che raggiunse Bari e ne divenne il patrono. La festa, nella prima settimana di
Maggio, ricorda quell’evento e lo celebra in grande: luminarie e processione
nella città vecchia, cibo a quintali e fiumi di vino, migliaia di Baresi nelle
strade. La condivisione di profumi e sapori, l’amore per le tradizioni che
resiste in un paese distratto e indaffarato, in corsa contro il tempo e verso
una meta nebulosa. Comunque sia, in quei giorni, i nonni si mescolano ai
millenial e si fondono in un calderone di luci, intingoli, vapori alcoolici.
Dall’auto
che adesso avanzava pigra nel traffico, Mario osservò il Petruzzelli e i locali
eleganti, i marciapiedi calpestati da giovani e famiglie, il porto con i
pescivendoli che gli offrivano polipo,
il lungomare e la sua risacca. La BMW scivolava leggera tra le curve dolci del
percorso, una canoa che navigava placida nel fiume finalmente senza ostacoli
cui badare. Il pilota accostò e attraccò nei pressi della Fiera, pochi passi e
i tre raggiunsero la dimora di Giuseppe; l’appartamento era al quinto e ultimo
piano di una palazzina non lontana dal centro storico. Il terrazzo, orientato
verso sud-est, perdeva lo sguardo nell’Adriatico colorato di azzurro dal sole
ancora alto.
-
Faccio strada, ecco l’ascensore. – disse
Giuseppe.
-
Per forza hai la panza, - Jorge con un sorrisetto – dopo una mangiata
non sali quattro scalini. Nemmeno portassi il mio trolley!
-
Non ascoltarlo, con me è lo stesso film.
Mi sta addosso perché sono pigro, dice . – Mario lanciò un'occhiataccia a Jorge
– La realtà è il mio stile di vita, non adatto
a un cinquantenne.
Giuseppe
premette il tasto con il numero cinque.
-
Sarebbe a dire? - con curiosità.
-
Lavoro tanto, dormo poco e sogno ancora
meno. Bevo solo acqua, Coca e fiumi di caffè, mangio se me lo ricordo. E faccio
un po’ di boxe quando capita.
-
E le donne con il contagocce. – ghignò
Jorge.
-
Poche
sopportano più di una settimana
un tipo che non è mai a casa; quelle rare volte poi, magari la domenica, il tuo
amico greco mi chiama per uno dei suoi casi disperati. I conti tornano.
-
Passi per l’alcool, - Giuseppe,
ammiccando – ma se rinunci a un pranzo con la “p” maiuscola e una scopata ogni tanto, che vita è?
-
Tu fornisci consulenze nel settore?
Conosco un maestro e non lo sapevo – disse Jorge.
-
Siamo arrivati, apri la porta e chiudi
la bocca. Sicuro che Mariella ci sta aspettando.
La
donna stava sull’uscio, rigida, le mani intrecciate e le braccia tese in basso.
L’abito scuro, a coprire le ginocchia, pareva assorbire la luce che filtrava
dall’appartamento e il buonumore di Giuseppe; si scambiarono un bacio sulla
guancia, lei sistemò i capelli neri e tese la mano agli ospiti.
-
Piacere, Mariella.
Mario
strinse la mano una frazione di tempo in più, la donna abbassò lo sguardo e
girò sui tacchi.
-
Entrate, vi mostro la casa e il vostro
alloggio. Così potete disfare i bagagli e rinfrescarvi. Se gradite di accompagnarci
io e Giuseppe usciremo tra mezz’ora.
I
due amici iniziarono la disputa appena ebbero finito di studiare la camera.
-
Tu prendi il letto vicino al bagno, -
attaccò Jorge – di sicuro devi alzarti la notte.
-
Nessun problema, ma se sarai tu a
svegliarmi riprenderò gli allenamenti.
-
Mi hai preso per il tuo sacco?
-
Lui non parla quanto te. E non russa.
A proposito di chiacchiere, non mi pare che la moglie di Giuseppe ami i
discorsi.
-
Non so che dire, non la ricordavo così,
ma non li vedo da…una decina d’anni.
-
Hai osservato la camera? Ti dice
qualcosa?
-
Due letti, un bagno, una finestra,
niente libri…
-
…niente figli, camera per due persone, freddo glaciale tra
moglie e marito. Manca qualcosa, anzi parecchio, non è abbastanza chiaro?
L’eco
smorzata di frasi brevi e secche interruppe le ipotesi di Mario; lui e l’amico
sentirono sbattere una porta, poi il volto umido di Giuseppe fece capolino nella
stanza.
-
Mi spiace cambiare i programmi, Mariella
non sta molto bene. È un problema se usciamo e ci arrangiamo con un boccone per
strada?
-
Tutto ok, solo il tempo di una doccia. –
disse Mario
-
Giusto, non vogliamo farti sfigurare con
le belle femmine di Bari. – aggiunse Jorge.
-
Avverti tutti là fuori, Giuseppe: arriva il dongiovanni di Grecia!
Mario
schivò il cuscino lanciato da Jorge, Giuseppe lo afferrò e attaccò il Greco:
Pinozzi imitò la mossa e presto i due
ebbero la meglio sull’altro, inginocchiato in segno di resa.
-
Ora che hai capito chi comanda, -
Giuseppe con un sorriso – mettiti in ordine ché sennò le femmine fuggono!
I
tre uscirono e su consiglio di Giuseppe diressero a piedi verso il centro
storico: la tanto temuta “Bari vecchia”, ventre cittadino un tempo appannaggio di persone poco
raccomandabili e luogo off-limits per chi non fosse nato e vissuto in quei
vicoli. Giuseppe continuò a interpretare il ruolo di perfetto cicerone,
guidando gli amici attraverso piazze e strade ramificate in un labirinto bianco
e curato. Dalle porte aperte gli aromi del cibo tentavano il gruppetto: la
tiella con riso, patate e cozze, gli “strescineti”, friselle e frittura, salumi
e burrate, brocche con vino. E dolci: morbidi, invitanti, di forma e misura diversa.
Ognuna delle cuoche di strada reclamizzava con orgoglio i suoi prodotti, invitando all’assaggio o porgendo un bicchiere.
Mario
ammirava muto lo spettacolo animato, godendo con tutti e cinque i sensi:
gustava il cibo, inalava i profumi, ascoltava la voci e le risate, stringeva
mani e lasciava lo sguardo libero di intrufolarsi tra le case, scrutare i volti
delle persone.
-
Gli americani credono di avere inventato
lo street-food, - sentenziò Giuseppe – ma pagherebbero per passare una serata
come questa.
Che ne dici Mario, ti piace Bari vecchia? Non è più
il quartiere di una volta.
-
Devo fare attenzione a quello che dico,
la mia Genova è un’amante molto gelosa. Ma mi perdonerà, questo posto mi ha
conquistato. È simile e diverso da lei, i vicoli sono alti e stretti, ma luminosi. L’odore del mare li penetra ed entra
nelle case, i profumi sono quelli del mediterraneo. Ma Genovea è riservato, se non la conosci pensi
che sia scorbutica: tu però supera il primo scoglio e approderai in un porto sicuro.
-
E troverai tanta voglia di mugugnare.-
disse Jorge.
-
In questo ti sei perfettamente
integrato! – Mario di rimando.
L’accenno
di match tra i due fu interrotto dall’arrivo di una coppia di uomini che salutarono
Giuseppe, abbracciandolo. Il più vecchio, robusto e tarchiato, sorrideva al
Barese mentre l’altro, sulla trentina alto e magro, restava in silenzio
studiando Mario e Jorge. Due poli opposti, il vecchio vestiva abiti puliti, ma
datati. Il giovane esibiva griffe dalle scarpe all’ orologio, passando per
pantaloni, cintura, camicia e giubbotto.
-
Kalispera, quanto tempo, - disse l’uomo
– come stai? E Mariella che combina, sempre alle prese con i bambini?
-
Quelli degli altri, caro Anastasios:
oggi le scuole sono delle arene e per le maestre é come i cristiani con i
leoni!
-
Perché non é con te questa sera? – lo
sguardo puntò su Mario e Jorge.
-
Non stava bene, allora sono uscito con
questi amici che sono venuti a Bari per la festa. Mario e Jorge, di Genova.
Anastasios salutò i due e presentò
il figlio Dimitros.
-
L’amico con gli occhiali è di certo
Genovese, ma questo tipo di nome Jorge…
-
Arriva da Atene e finisce in Liguria
dopo un lungo viaggio. – disse il braccio destro di Mario. – E voi, che ci fate
a Bari?
-
Ci ha portato qui la vita, quando in
patria comandavano i militari, per salvare i nostri figli. Eravamo in pochi,
ora siamo qualche migliaio: ci sentiamo Baresi, ma non dimentichiamo la terra
madre. Sono orgoglioso di avere creato la Fondazione Ellenica di questa città:
facciamo conoscere ciò che di bello e importante resiste in Grecia e ci rende
orgogliosi.
-
Come, - disse Jorge – aprendo l’ennesimo
ristorante greco?
Il
figlio di Anastasios approcciò Jorge con aria minacciosa, l’infermiere s'irrigidì,
Mario serrò i pugni, Giuseppe sudava. La voce del vecchio rianimò la scena
congelata e catalizzò l’attenzione del quartetto.
-
Sono sicuro, - tuonò – che nessuno
intendeva offendere. Hai capito Dimitros? E tu, emigrato come noi, hai
dimenticato che la Grecia non è solo yoghurt e mussaka?
-
A proposito di cibo, - disse Mario
facendo l’occhiolino a Jorge – mi è venuta fame. Perché non proseguiamo la
discussione a pancia piena?
Dimitros
guardò il padre che fece un cenno e appoggiò la mano sulla spalla di Mario.
-
Io offro da bere per tutti, siamo d’accordo?
Per mangiare scegliete voi il posto.
-
Per me acqua, - disse Mario – ma il cibo non è un problema.
-
Allora mi devo proprio offendere, uomo
del Nord? – Anastasios squadrò il medico.
Jorge
risolvette le questioni alcooliche per la seconda volta nella giornata.
-
Ha un problema metabolico, il vino per lui è puro veleno.
-
Tu saresti il suo medico?
-
L’infermiere, non sai che vitaccia mi
tocca fare ogni giorno.
Giuseppe guardò in alto, Dimitros
studiò il viso di Jorge, Mario sfoderò la migliore
aria
innocente del suo repertorio, il vecchio scosse la testa.
-
I Greci, non sai mai cosa pensano
davvero. Andiamo a cena.
Tra
una portata e l’altra i cinque dimenticarono i recenti malintesi e Anastasios
spiegò la mission della sua Fondazione: si trattava d' incentivare la
conoscenza della cultura greca classica, il turismo, gli scambi culturali tra
studenti e sì, anche la cucina. Far conoscere la Grecia che resisteva alla
crisi e mostrare che non restavano solo macerie; il vecchio ricordò che Apuleia
era il nome della costellazione che i suoi avi seguivano per raggiungere
l’Italia, da cui l’affinità con la regione. In conclusione aggiunse che la
fondazione forniva supporto legale e consulenti per difficoltà o contenziosi
degli associati.
-
Tu non hai amici in madre patria? –
disse Dimitros a Jorge. – Nessun parente?
-
I miei sono morti da anni, - rispose inchiodandogli lo sguardo - mi resta
un cugino in un’isoletta delle Cicladi. Ho più amici di quanti tu possa pensare
e Mario può confermare la loro fedeltà, a casa e in Italia.
Fece
una pausa per verificare di avere l’attenzione di tutti.
-
Se invece parliamo di persone affidabili
metterei la mia vita nelle mani di quest’uomo, - indicò Pinozzi - il miglior chirurgo che conosca.
Il
silenzio si fece pesante, ma la voce vecchia e robusta disse di nuovo la sua.
-
Proprio vero, non sai mai che cazzo passa
per la testa di un Greco. Ma adeso un brindisi per due nuovi amici!
I
cinque bicchieri tintinnarono, vino e acqua si mescolarono sul tavolo, suggello
ideale di una pace fino a quel momento dura da digerire. Dopo qualche disputa
sulla superiorità tra Italiani e Greci in campo culturale, gastronomico e
sportivo, Giuseppe chiese di parlare in
disparte con Anastasios. Il figlio e i Genovesi in trasferta continuarono le
battute, sterzando sulla sezione arti amatorie: i due summit furono brevi, padre e figlio salutarono, Jorge scambiò un
cenno d’intesa con Mario e parlò.
-
Adesso tocca a noi ascoltare Giuseppe. E
quando dico noi intendo anche Mario, non ho segreti per lui e così deve essere
per te.
-
Che vuoi sapere?
Se io e Mariella ci amiamo ancora?
Come va il lavoro?
Se sono felice di non avere avuto figli?
Perché ho chiesto a un vecchio greco di darmi una
mano?
Jorge
lo afferrò per le spalle e lo scosse.
-
Perché mi hai invitato se stai messo
così di merda e non hai chiesto aiuto!
-
Volevo farlo, Mariella me l’ha impedito. Per questo abbiamo
litigato e non è uscita con noi.
Fu
la volta di Mario nel dire la sua. Lo fece come sapeva, quando doveva
affrontare genitori in ansia o avere la fiducia di un bambino che avrebbe
operato il giorno successivo. Ottenere la sua innocente complicità.
-
Adesso torniamo a casa, il tempo per
spiegare non ti mancherà.
E Giuseppe spiegò di come era assillato dai
debiti, dato ché l’attività della ditta di costruzioni si era ridotta grazie
alla crisi. Di Mariella abbindolata da un gruppo di cattolici intransigenti, si
era chiusa, era impossibile fare sesso con lei se non per avere figli. E quando gli eredi non sono
arrivati lei ha rifiutato ogni aiuto medico, i contatti con il marito, e gli amici che
vedeva tanto simili a lui. Disse anche delle richieste di supporto a Dimitros,
visto che aveva lavorato per lui e i
suoi e, non ultimo particolare, i nonni materni di Mariella erano Greci.
I
lunghi minuti sul lungomare trascorsero muti,
i tre camminavano mogi al ritmo delle onde che si adagiavano sulla riva lottando
contro la fresca brezza di terra. Giunti nei pressi di casa Giuseppe liberò un’
esclamazione.
-
Perché stanno tutte le luci accese?
Mariella alle dieci va già a letto.
-
Corriamo a vedere, non mi piace.- disse
Mario.
Divorarono
le scale, Mario e Jorge in testa ad attendere Luigi che ansimava. Aprì con
difficoltà la porta, le mani tremavano: tutto era in ordine, le luci accese
come il televisore, le finestre spalancate, i resti di un pasto. Mario
riconobbe quell’odore dolciastro e ferroso: corsero in bagno, Jorge imprecò e
Giuseppe invocò la moglie, poi svenne. Mario volse gli occhi in alto, tastò il
collo di Mariella e afferrò il cellulare e compose lentamente il 112; poi
diresse calmo in cucina e ingollò litri di acqua dal rubinetto. Subito dopo iniziarono i
ragionamenti.
Le
scene del crimine appaiono monotone nell' apparente diversità. La folla di
tecnici e investigatori, i rilievi e le foto, l’odore del sangue, del gas, del
veleno o delle deiezioni delle vittime, l’aroma chimico dei reagenti. La
location può essere squallida o elegante, al chiuso o all’aperto, il cadavere
appare in estate o sotto la pioggia, si tratta di un uomo, una vecchia o un
bambino. Le costanti restano invece la fine e l’inizio: una vita spezzata, un
film interrotto nel momento di suspense o durante il bacio dei protagonisti. I
primi passi degli investigatori, procedere lungo il sentiero nel bosco che
rappresenta il delitto, cogliere le tracce nascoste da vegetazione e cespugli,
ficcare il naso sotto le foglie sul terreno. Mario rifletteva sulla personale
visione delle indagini dell’amico Commissario Moruzzi, nella lontana Milano.
Pensava pure all’altro esperto di tracce nel sottobosco della vita e del crimine,
il giornalista Munnacci detto Pulitzer: vorrebbe averli con sé, in questo guaio
pugliese. Una donna morta, la comunità greca sullo sfondo, un uomo rimasto solo
e disperato contro le logiche di profitto, amici distrutti.
La
tentazione di lasciare libero il lato oscuro e permettere alla “fame” di
gestire le cose a modo suo spingeva dall’interno pronta a inondare di
adrenalina vasi e muscoli, lubrificare gli ingranaggi del cervello, accelerare
il processore mentale. L’aiuto a tenere sopita la rabbia giunse nei panni di
Anastasios e della sua ombra, il giovane Dimitros; i due attesero pazienti che
tutti facessero il proprio lavoro e Giuseppe
salutasse il corpo di Mariella, svuotato di sangue e vita, e depositasse la sua
figura floscia sul divano. Il figlio chiuse la porta, il vecchio sedette a
cavalcioni di una sedia faccia a faccia con il vedovo, Mario e Jorge optarono
per due poltrone.
-
Mi dici che cazzo succede veramente? Tua moglie ieri ha lavorato, stamani avete
fatto colazione e ha sistemato la casa, ha accolto i tuoi amici e dopo un po’
si è tagliata le vene. Chissà, magari non c’era un cazzo alla TV o forse si è
solo rotta di vivere insieme a un marito che non sa essere uomo.
-
Ehi, vacci piano. – disse Jorge mentre
si alzava.
-
Fatti i cazzi tuoi tu. – Dimitros è pronto
a un altro duello tra Greci, smanioso di mostrare il proprio valore al padre.
“Non
sei Telemaco, - pensò Mario - e nemmeno vedo Ulisse che sfida qualcuno dei
Proci”.
Il
medico strattonò il braccio dell’amico, che si lasciò andare lanciando uno
sguardo tagliente al giovane. Mollata la presa e assicuratosi che Jorge non
avesse rigurgiti di orgoglio, ascoltò il
vecchio e Giuseppe.
-
Che ne so! Aveva la testa piena di
quelle storie che raccontavano i suoi amici,
l’hanno convinta che doveva essere una buona cattolica. E lei si vestiva da suora, stava lontano da
me e diceva che vivevamo nel peccato.
-
E non potevi accontentarla? Ti costava
troppo accompagnarla a messa? Anche la mia povera moglie aveva le sue fisse, molti
di noi sono cattolici ortodossi, ma la rispettavo.
-
Io amavo Mariella! Ho fatto quello che
potevo, ma il lavoro, le spese e quelli che ci mettono becco…
Frequenza
cardiaca 95, in aumento.
Sensazione
di calore al viso.
Tensione
nei muscoli.
Mario
si avvicinò ai due, lo sguardo a Dimitros non ammetteva repliche. Parlò con
determinazione.
-
Mariella non si è suicidata.
Ottenne
ciò che voleva, l’attenzione di Giuseppe e Anastasios, lo stupore di Jorge e la
fine dell’interrogatorio.
-
Quanto siamo stati fuori, due ore? Secondo voi si è tagliata le vene appena
siamo usciti o dopo avere acceso le luci e aperto le finestre, preparato la
cena, guardato un programma in TV? Questo richiede almeno 40 minuti, un’ora.
Fuori non fa caldo, ci saranno quindici gradi e nel bagno ancora meno visto che
guarda a nord. Lei stava nella vasca, al freddo con le vene tagliate: un ora scarsa
non era sufficiente per morire dissanguata.
-
C’era la scientifica, hanno fatto i
rilevi. – disse uno Jorge perplesso.
-
Li hanno chiamati in piena festa, con le
pance piene e i bicchieri vuoti. Può capitare di scegliere la soluzione più
facile.
-
Ma…faranno l’autopsia? – disse Giuseppe
con voce umida.
-
Non credo sia stata avvelenata o
tramortita.
Anastasios
riprese le redini.
-
Intendi dire che conosceva l’assassino?
-
La porta mi è sembrata a posto.
Giuseppe, tua moglie si chiudeva in casa quando era sola?
-
Mai. Riceveva spesso delle amiche o quei
tipi dell'associazione. Abbiamo il video-citofono e poteva vedere chi suonava
alla porta.
-
Hai un sistema di registrazione?
-
Troppo caro, non potevamo permettercelo.
Giuseppe
inchiodò lo sguardo sul pavimento, Mario sedette accanto a lui: l’uomo sudava,
non aveva smesso di farlo dall’arrivo a casa. Il medico conosceva l’odore,
diffondeva paura e sconfitta; nessun segno di adrenalina o rabbia, di
preparazione all’attacco. Non sentiva l’animale che si mette a guardia della
tana violata, ma il cucciolo che ha perso la guida e non sa cosa fare, dove
andare.
Mario
si alzò. Era il momento di mollare il guinzaglio, lo capì osservando i volti di
Anastasios e del figlio, gli occhi di Jorge: l’unico altro uomo che riconosceva
i segnali. Mettere le mani in tasca, passeggiare nel salone senza una meta, affacciarsi alla
finestra sul buio, usare parole tese.
-
Ora cerca di riposare, non puoi fare
altro. Domani io e Jorge verremo con te a parlare con le autorità.
-
Ci saremmo anche noi. – disse
Anastasios.
-
Bene, sono certo che farete la vostra
parte. Buonanotte.
La
notte lasciò spazio al sole troppo presto. I due Genovesi trovarono Giuseppe
sul terrazzo, davanti a una caffettiera vuota e parecchi mozziconi di
sigaretta. Mario notò che il sentore di paura era scomparso, riusciva a
percepire solo rassegnazione: l’uomo stava osservando i rifiuti gettati sulla
spiaggia dalla tromba d’aria, ma non aveva nessuna intenzione di raccoglierli e
mettere in ordine. Forse pensava che comunque nessuno avrebbe messo piede su
quella sabbia per parecchio tempo.
La
visita alla Questura e all’obitorio non regalò sorprese: documenti, firme,
strette di mano, le faremo sapere, stia a disposizione. Jorge e Pinozzi
decisero di separarsi: il greco avrebbe fatto compagnia a Giuseppe, in casa.
Mario aveva intenzione di fare un paio di visite, in luoghi della città ben distanti
tra loro.
La
sede di “Croce e libertà” stava a due passi dal Policlinico cittadino, in una
piazza colpita dalla luce di maggio. Il sole fece socchiudere gli occhi di
Mario dietro le lenti chiare. Jorge non la smetteva di ricordargli che un
chirurgo aveva il dovere di proteggere la vista dal sole, ma si trattava di
Pinozzi e ogni raccomandazione dell’infermiere otteneva lo stesso risultato del
monito di una madre al figlio adolescente.
Lo
stabile era ben curato, il portone di legno scuro e massiccio, la targa
recitava scala A secondo piano.
Ti
aspettavi una sorta di sacrestia con arredi scarni e in penombra; sei accolto
da una porta automatica a vetri, l’aria condizionata e un uomo in giacca e
cravatta. Questo si dava da fare dietro un desk per l’accoglienza, posto tra
l’ingresso e due postazioni con PC occupate da giovani donne impegnate alle
tastiere.
L’impressione
ricavata fu che fossero occupati, ma a Mario non sfuggì l’occhiata rapida e
fredda del tipo elegante. Che continuò imperterrito nel suo lavoro.
Mario
tossì un paio di volte, senza ottenere attenzione. Provò a battere la punta del piede sul
bancone e grattarsi la barba ispida. Nulla. Giocò l’ultima carta.
-
Ho visto tua sorella ieri sera, - disse
all’uomo – batteva sul lungomare. Un vero cesso.
-
Dice a me? – sussurrò quello, mostrando occhi ghiacciati.
-
Ho lei davanti, mi chiedevo se potessi
parlare con il responsabile. Sono Mario Pinozzi, amico di un'adepta che mi ha parlato
di voi. Mi ha incuriosito, ed eccomi qua.
Il
tizio senza nome mise in ordine alcune carte, ripose la penna, controllò il PC.
-
Qui non ci sono adepti, solo persone che
vogliono dimostrare di seguire alla lettera i precetti religiosi. – disse dopo
alcuni secondi.
-
Non chiedo di meglio, adoro i precetti.
Ne ho fatto una ragione di vita.
-
Allora la invito a prendere la nostra
brochure, qui sul bancone. Potrà consultarla con comodo e tornare quando avrà
chiari i nostri intenti.
-
Penso di essermi fatto un’idea, ma
seguirò il suo consiglio. Grazie
-
Di nulla, posso chiederle chi è la sua
amica?
-
Perché no, si chiamava Mariella Caroleo.
Arrivederci.
Pinozzi
uscì senza attendere repliche e salì su un taxi. Telefono, rubrica, Commissario
Moruzzi. Inviò un SMS, odiava gli altri metodi di inviare messaggi: si trattava
di parole, perché inserire sempre e comunque una foto di te che bevi un drink o il tuo tramonto preferito?
Nel
tragitto verso la seconda destinazione valutò e pesò gli ingredienti che aveva
raccolto: una donna apparentemente suicida, il marito in difficoltà economiche,
dissidi legati a questioni religiose, amici che sembrano sapere molto e parlano
poco, la scena del delitto cui avevano accesso poche persone selezionate. La
ricetta era ancora lontana da un abbozzo di pasto, ma la fame spingeva dal
profondo.
La
sede della Fondazione Ellenica non aveva nulla da spartire con il palazzo che
ospitava i ferventi religiosi: ai margini di Bari vecchia, faceva capolino
dalle vecchie mura e guardava il mare. Bassa, pareti bianche e tetto rosso, se
ne stava per metà all’ombra del bastione; le imposte azzurre e lucide evocavano
suoni e profumi dell’Egeo. Solo l’Audi A6 nera stonava, parcheggiata sotto una
delle finestre.
Mario
si ritrovò in un locale ampio e luminoso: alle pareti quadri e poster con
paesaggi marini, ulivi e vestigia dei fasti achei. Un tavolo enorme di legno
grezzo stava al centro della stanza, invaso da vecchi computer, depliant e
ciotole di cibo misto a brocche in ceramica.
-
Benvenuto, efkaristo!
La
ragazza lo salutò con un sorriso e gli tese la destra. Mario apprezzò la
stretta gentile e sicura. Bionda, capelli corti, alta. Indossava jeans e felpa,
ai piedi Converse bianche.
-
Mario e tu sei…
-
Ekhaterina. Come posso aiutarti? Un
viaggio, un ristorante, un corso di arte classica, la musica…
-
Frena, vai piano. Devo solo parlare con
Anastasios o suo figlio, sono qua per conto di Giuseppe Ranieri.
Il
sorriso svanì, si fece cauta.
-
Beh…sarebbero impegnati, ci occupiamo di
tante cose. Dimitros poi sta seguendo gli sbarchi di profughi sulle coste
greche. Insomma, è una giornataccia.
-
Bah, il tempo è stupendo e tu mi hai
accolto con un sorriso da pubblicità per dentisti. Dico chi sono, che ci faccio
qui e ti chiudi a riccio: o Mario è diventato orribile oppure…
-
…lei è una donna prudente. Buongiorno
Pinozzi- disse Dimitros, dalla soglia della casa.
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Ciao Dimitros, io non gli ho detto
nulla.
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Va tutto bene, ha trovato lui Mariella
insieme a un amico e Giuseppe. È un medico e sa il fatto suo.
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Meglio così, - disse la donna – porto
qualcosa da bere?
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Un ouzo. Per te Mario?
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Niente alcool, lo sai. Ma comincio a
ragionare solo dopo il terzo caffè. E oggi il cervello deve essere ben lubrificato.
Caffè
e ouzo giunsero nell’ufficio di Dimitros, accompagnati da pasticcini.
L’ambiente era sobrio e accogliente, confermava lo stile dell’abitazione.
Mario
saltò i preamboli e raccontò della visita alla sede di “Croce e libertà”, senza
soffermarsi sulla discussione con il tipo elegante senza nome. Dimitros,
confermando l’impressione avuta nei precedenti incontri, si rivelò deciso e
concreto. Parlava giocherellando con una Montblanc.
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Hai di certo parlato con Giovanni
Armenise, un cane da guardia senza catena. Questa la mia impressione, ma non so
molto altro di lui. Vive nel Quartiere Libertà, è single, si muove con una Golf
turbo. Nulla di strano.
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Che ci fa in una congrega di persone che
rovinano una coppia spingendo la donna a diventare una suora laica?
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Sono parole di Giuseppe, ma quello esagera in tutto. Mariella non è mai
stata una che amava uscire e fare tardi, lavorava sodo ed era una buona moglie.
Tutto qui. Fosse stata anche cattolica ortodossa? Non è un mistero che anche
nella nostra comunità ne vivono parecchi.
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Si dava da fare con la vostra
Fondazione? Le sue origini in parte
erano greche.
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Aiutava nei nostri meeting. Collaborava
alle iniziative con gli studenti, cucinava qualcosa per le riunioni.
Ma sono certo che i
poliziotti faranno tutto quello che possono, oggi hanno mezzi molto moderni.
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Restano persone, come noi due. Il
capitale umano è quello che ha maggiore importanza, non sei d’accordo?
Dimitros
si limitò a un embrione di sorriso.
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Grazie della visita, ma ho molto da
fare. – disse.
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Il solito chiacchierone, tolgo il
disturbo. Salutami tuo padre.
Mentre
dirigeva verso l’uscita fu intercettato
da Ekhaterina.
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Com’è andata la dentro? – chiese.
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Mi serve un avvocato o stai per elencare
i miei diritti prima dell’arresto?
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Mi ero sbagliata, - ridendo - tutto qui.
È venuto uno sbirro a ficcare il naso prima di te e non sapevo come regolarmi.
Ma posso farmi perdonare.
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Sono tutto orecchie.
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Stasera alle dieci, passa di qui e ti
porto in un locale. È troppo tardi per te?
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Mi hai preso per tuo nonno? Sappi che
lavoro molto, dormo pochissimo e sogno ancora meno. Tira le somme.
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A stasera allora, andremo in un posto
che fa per te.
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Che tipo di locale è, fanno musica? Devo
vestirmi in modo particolare?
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Sei
un medico, sarai abituato agli imprevisti. Trova tu la soluzione.
Grazie a Mimma per avere ospitato il ritorno di Mario; si sposta a sud, ma la costante sono i guai, il cibo e il sangue.
RispondiEliminaBuona lettura.
L'autore