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mercoledì 25 febbraio 2026

Un quadro…nelle Giornate dei Rolli

 (di M. Moretti)






Nelle Giornate dei Rolli a Genova possono accadere fatti strani; anche un quadro innocente può diventare l’innesco di una storia sospesa tra sogno e realtà. Nella disavventura a Palazzo Rosso l’omaggio di Mario a Genova, amante adottiva, che gli chiede una piccola grande rinuncia e due storie d’amore.

L’estate è chiusa fuori della porta, fine di tuffi e trekking dolomitici mancati: si torna all’inizio del viaggio.                                                       

Ottobre significa autunno, che si traduce in pioggia, vento, giornate brevi. Per i più giovani la nota dolente sta nel primo mese di scuola, dopo il lieve  far nulla estivo. I più esperti nella vita,  nonni dei ragazzi malinconici sopracitati, si lamentano di collo e schiena. Che odio, l’umidità!. A Mario Pinozzi non interessano le foglie che cadono, le castagne e tantomeno (ma questo punto  lo ricordiamo bene) il vino novello; semplicemente detesta uscire la mattina con il buio. Normale addormentarsi nell’oscurità, cenare osservando la Lanterna che fa l’occhiolino all’imbrunire o rientrare dalle battaglie contro i nemici abituali in sala operatoria. Lo scuro mattutino non l’ha mai digerito;  nelle recenti disavventure si è trovato nei guai sotto il sole,  con luna e stelle;  pure il suo “senso” che risveglia la fame è a proprio agio in qualunque ora. Lui no, prima del bidone di caffè all’alba non è affatto in grado di aprire la porta di casa. O  rispondere al telefono in maniera garbata.

-          È domenica … chiunque  sia a rompere i …

Dall’altro capo la voce è più rapida della sua. E non impastata.

-          Buongiorno anche a te, grande esperto di galateo!

Donna, voce giovane, spiritosa: un punto a suo favore. Il caffè può attendere. Risponde assumendo un tono di maniera, quasi affettato.

-          Sono desolato gentile miss, non si trova più la servitù di una volta. Provvederò a licenziare oggi stesso il maggiordomo.

Può immaginare il sorriso che fa capolino nel viso ancora sfuocato.

-          Pinozzi, il tenebroso delle Apuane. Hai acquistato un titolo nobiliare o sposato una riccastra?

-          Piccola lezione: odio i nobili e sopporto a malapena i ricchi, ma non abbastanza da mettermi un esemplare in casa. Vivo solo, salvo brevi e dissipati periodi di lussuria con donne abbagliate dal mio fascino. Che spesso fuggono quando riacquistano la vista e la ragione. Hai forse telefonato per verificare?

-          In effetti ho avuto la conferma di non aver sbagliato numero. Pensa che avevo formulato un’altra ipotesi.

-          Non posso riattaccare senza conoscerti meglio, ascolto.

-          Credevo avessi preso una sbornia galattica.

-          Questo è fuori questione. Adesso faccio io le domande: come mi hai trovato, visto che ho cancellato nome e pseudonimo dalla mailing list dei cuori solitari? E accetteresti comunque un appuntamento al buio?

-          Tu non ami il buio, o sbaglio?

-          Solo la mattina, e siamo in quel caso. Ma conosci parecchio di Pinozzi, quindi ultima domanda per vincere una serata travolgente con me: chi sei?

Tic tac, tic tac, tic tac…il tempo scorre. Nessuna risposta, suspense alle stelle, curiosità a livelli di guardia.

-          La risposta è…Ilaria Bernacca!

Buio totale, eclissi completa di sole, nero siderale.

-          Mario, ci sei ancora?

Black out anche nelle corde vocali.                                                     

-          Eccomi, deve esserci un problema sulla linea tipo on-off.

-          O nell’archivio personale, magari è solo troppo ingombro di schede femminili! – risata frizzante.

-          Negli ultimi tempi si è riempito solo di polvere, è un affollato condominio di ragni.

-          Non bluffare con una giocatrice di poker, non hai la minima idea di chi sia la donna misteriosa al telefono. Vuoi sentire Miss Marple?

-          Ti assicuro che non ho bisogno di leggere gialli per trovare colpevoli o vittime.

-          Eppure se fossi un buon lettore saresti avvantaggiato.

Nulla da fare,  manca la  caffeina in vena e questa fa  pure la spiritosa: non siamo ancora a livelli di  guardia, non c’è un  pericolo  imminente  o un mostro                                                                      

pronto a stimolare la “fame”, il lato oscuro, ma un poco di ombra si proietta timida. Corre ai ripari.

-          Mi arrendo,  hai colpito al mento con un diretto e sono al tappeto. Vuoto totale.

-          Stavo nella biblioteca della Facoltà di Medicina, tu ci passavi parecchie ore a studiare. E flirtare con studentesse fuori corso.

La voce di lei si è fatta giovanile, da giovane che era, nessuna traccia del sorriso, i contorni del viso sfumano inesorabilmente.

Università, parliamo di quasi trent’anni fa.

Una vecchia lo sta rimorchiando.

Da Pisa.


Magari è arrivata qui in città.

-          Toccato, ma ora che fai di bello a Pisa?

-          Nulla, ti ho chiamato perché sono a Genova!

Appunto.

-          Sono qua per i Rolli Days e speravo in una guida locale esperta.

-          Non saprei, io e l’arte durante gli eventi di massa non andiamo proprio a braccetto.

-          Rifiuti l’invito di una donna? Rilancio, metto sul tavolo verde anche la cena.

Di bene in meglio, American Gigolo 2.0.

Un uomo da Marciapiede 2017.

Ultimo Tango a Parigi…inverso.

-          Tempo scaduto,  ci vediamo alle 18 davanti a Palazzo Rosso.

Fine della discussione.

Completa disfatta.

Inizio delle considerazioni.

Conosce i Palazzi dei Rolli, dal nome del registro in cui venivano censiti, le dimore storiche di Via Garibaldi già Strada Nuova. Si ergono ai due lati della strada nel centro storico, splendide guardie in divisa da cerimonia schierate in rassegna. Omaggiano turisti e Genovesi che li ammirano dal basso, varcano l’uscio rispettosi, attraversano le sale e salgono fino ai tetti. Le vette scalabili solo  pochi giorni dell’anno, da cui godere  della vista: la fascinosa signora dal corpo sinuoso adagiato lungo la costa, il capo sul cuscino di colline e le gambe a riposare sulle spiagge.

Mario non è romantico, in senso letterario, ma con lei si è trattato di un colpo di fulmine. Anni prima, fuggendo da un dolore scuro, buio come una voragine: non aveva bisogno di un amore, ma di una passione che scacciasse una pena, un sentimento forte che rimpiazzasse un’angoscia. E, ancora lei, lo ha accolto comprensiva e silenziosa quando era reduce dalle lotte in cui usava pugni e istinto, contro i mostri là fuori: Quando lascia libera la fame, il  lato oscuro, per battersi contro personaggi ambigui e sporchi: quando elimina la spazzatura con robusti colpi di ramazza.

Era grato a Genova, pur conscio di avere ricambiato i favori: per  l’impegno incondizionato contro gli altri mostri, i guasti del corpo che angosciavano genitori e amici, non aveva accettato ricompense diverse da un grazie o un sorriso. Detto ciò, lui e la sua parte istintiva non tolleravano poche, ma precise situazioni: risvegli decaffeinati, luoghi affollati, torme di turisti eccitati, improvvisati intenditori di arte o cucina. La temuta combinazione stava per prendere corpo di lì a poco, sotto la regia di Ilaria Beccaria: di cui non ricorda un nulla cosmico. Della quale prevede aspetto presenile associato a buon gusto in fatto di uomini: una temibile associazione.

Il  pensiero sorride beffardo mentre scorre il film delle sue donne: differenti e tanto simili, amanti della vita e dei momenti condivisi. Attimi intensi rubati al mondo, tentando di mescolare acqua e olio, che inevitabilmente si separavano al momento dei progetti, di un futuro comune.

-          Guardi dove mette i piedi, stava per travolgere il passeggino!

-  Mi spiace, sono un po’ stanco e mi ero distratto.                                                                           

Si scusa goffo con la giovane madre pronta a mordere, alza lo sguardo e capisce. Il perché del  suo  flirt più duraturo, quello  con la  città  adottiva: che questa sera   lo stupisce, come l’amante   cui non puoi dire  di no. La donna che ti ha stregato,  l’unica                                                                      

che indossi il vestito sobrio per l’uscita in pubblico. Quello che le hai regalato la prima notte insieme, della quale nessun’altro può sapere quando  lo ammira in occasione di una cena mondana.

Comprende che deve mescolarsi, oggi, con ingredienti diversi da lui anche se non li tollera. È un bonus che lei ha chiesto senza  necessità di domandare Mario

-          Come la riconosco la Pisana in mezzo a questa folla?

Il gelataio lo osserva mentre riempie un cono.

-          Che aspetto ha, capelli grigi e bastone?

Una poliziotta inarca le sopracciglia e solleva il berretto.

-          Ecco Palazzo Rosso, devo solo scremare tra cento persone in coda!

L’usciere sulla porta scuote la testa.

Armiamoci di pazienza, sono le 18 e 10 quindi secondo la logica femminile mi trovo  all’appuntamento in largo anticipo. La donna in fila sorride, lui pensa sia ora di smetterla di pensare a voce alta. Alta e mora, jeans e sneakers, giubbino di pelle. Riccioli appena accennati, naso elegante e sguardo impertinente.                                                            

Bella e semplice, rossetto scarlatto e un filo di trucco. Una borsa lilla sulla spalla.

-          Cosa avrà  mai da fissarmi questa?

Ci è cascato ancora e restituisce un’ occhiata stizzita che si stempera nel sorriso ironico abituale. Lo stesso che vede nella foto sventolata dalla donna a beneficio di metà dei passanti.

-          Mai farsi attendere da una donna che ti ha  invitato, non puoi cambiare certe regole.

-          E tu metti via quella foto segnaletica, non sono  disperso né  ricercato.

Il ghiaccio è rotto, Mario stringe la mano duttile che si adegua alla sua, Il saluto sincero e un invito alla fiducia, piccolo inutile input alla memoria che non vuole smettere di fare capricci.

-           Sei scusato, non puoi ricordarti di me. All’epoca dei tuoi studi stavo dietro le quinte, affiancavo la bibliotecaria nella gestione dello schedario degli studenti che consultavano libri.

-          E hai rubato i mie dati, un hacker perfetto ancor prima dell’avvento di internet!

-          Non fraintendere, il mio ricordo di Pinozzi è quello di una sedicenne affascinata da futuri medici e dottoresse. Vi spiavo mentre rubavate qualche ora alle lezioni per preparare una fetta di esame.

-          Oltre a usare gli esami stessi come scusa per rimorchiare. Lo ammetto, nessuno era un puro in quegli anni.

-          Invece negli anni duemila come ce la caviamo?

-          Passerei  alla domanda di riserva, ma rispondi tu: che vuoi da Mario Pinozzi dopo tutto questo tempo?

-          Per ora solo visitare Palazzo Rosso, del resto parleremo a cena. I biglietti sono qua, – con la destra tocca la tasca del giubbino – mettiamoci in fila.

I signori genovesi, nobili o famiglie abili negli affari, accoglievano ospiti illustri per coltivare amicizie, alleanze e rapporti commerciali. Il governo della Superba caldeggiava l’iniziativa e l’iscrizione della dimora nel Registro dei Rolli era un attestato di potere e ricchezza: buoni affari per una famiglia si traducevano in guadagni per la città, il patto era utile a entrambi. Le sale sono rivestite con marmi e abbellite da stucchi, damaschi e mobili di pregio; ritratti degli avi nei dipinti da Guercino, Veronese e Van Dyck, osservano ospiti e proprietari, vegliando su presente e futuro.

-          Incredibile, i palazzi sono stupendi,  forzieri belli e solidi ricolmi di gioielli.

-          Questa è Genova, Ilaria. In tutto il centro storico trovi case di pregio o, solo all’apparenza anonime: entrando salirai scale di marmo e ardesia, sentirai fontane che scrosciano, piegherai il collo per ammirare i soffitti. E’ una donna elegante, ma sobria, non le interessa apparire.                                                                               

-          Direi che non ne ha bisogno, quando si ha fascino è sufficiente indossare jeans su una t-shirt. E una lingerie da sfoggiare al momento giusto, con il tipo adatto.

La cara Ilaria va dritta al centro del bersaglio, niente giri di parole. Anche l’età                                                            

presunta, meglio dire temuta, è calata, in compenso aumentano i suoi punti.

Bravo Pinozzi, un pensiero da vero maschio moderno e liberal.

Ma che volete, mi cerca lei e mi invita a palazzo, vuole offrirmi una cena. Io subisco, ma per poco.

-          Complimenti, non hai replicato con qualche battuta da portuale. – Ilaria lo sveglia.

-          Dimentichi di parlare con il tuo anfitrione, sono qua in versione gentleman.

-          Raggiungiamo l’ultimo piano,  l’ora del tè l’abbiamo passata da un pezzo.

I due guadagnano il sottotetto, nuotando controcorrente: complice l’avvicinarsi dell’ora di aperitivi e cena, curiosi e  amanti dell’arte  cercano l’uscita. Spinti dall’inconscio, oltre che da stanchezza e appetito, cercano la via di fuga  dalla parentesi seicentesca. Immagini, suoni e odori moderni, standard  rassicuranti; volti amici da Facebook o Snapchat, donne e uomini in forma, loro simili. A distanza di sicurezza da quei volti lontani che fissano te o la parete alle tue spalle, in abiti scuri o vistosamente sobri.

Giunti a destinazione Mario e Ilaria notano alcune differenze. Nell’ultima sala, nascosto dietro un angolo del corridoio, scovano un ritratto femminile: piccolo, ma in grado di dare luce all’ambiente in penombra. Una giovane donna, dipinta a mezzobusto, lancia lo sguardo gentile alla camera: si tratta forse di una serva e questo poteva essere il suo alloggio, lontano dai saloni delle feste e i piani nobili. Un uomo dall’aria dimessa, di altezza media e con abiti puliti di vecchia foggia, assorbe triste l’espressione del quadro. Ilaria e il medico restano sulla soglia, sorpresi dalla figura maschile in contemplazione; si sentono imbarazzati, quasi a disturbare un momento di intimità.

Mario rompe lo stallo, il suo “senso” gli ha appena dato una pacca sulla spalla.

-          Conosce il quadro?

-          Meglio di chiunque altro, mi creda. – l’uomo non si volta, nasconde  lacrime timide.

-          Non l’avevo mai notata, ha un viso perfetto. Sono abituato alla bellezza, ma lei è davvero…speciale.

-          L’avevo persa, - continua voltandosi e si mostra, un viso sporcato da rughe decise – e l’ho ritrovata oggi.

Il medico riconosce i solchi scavati dal dolore, anche in un corpo giovane. Sono destinati a rimanere, la firma di un artista senz’anima non si cancella. Ilaria assiste muta, la rappresentazione ha il sapore di una scena teatrale: il dialogo scarno tra due attori consumati, la scenografia essenziale, le luci basse. Manca il pubblico, Ilaria è il critico con il privilegio di assistere alle prove; conosce bene il regista, forse quanto Mario, è conscia della mano che dirige la sceneggiatura. Non serve attendere il finale.

-          Si intende di bellezza, è forse un artista? – squadra Mario, osserva le mani. – Ha dita forti, ma gentili. Non vedo calli dello scultore o segni lasciati da colori e solventi.                                                             

-          In un certo senso, – un sorriso – faccio il chirurgo e restauro corpi sofferenti. Credo fermamente che la bellezza sia un gran dono.

-          Vero, ma può tramutarsi in dannazione…

L’uomo sviene senza un lamento. Mario, i riflessi del pugile allenati, ne afferra le spalle e lo adagia sul pavimento sorreggendo il capo.

-          Come sta? Che facciamo? Si sente il polso?

-          Tutto tranquillo, stai calma. È un banale svenimento, questo giovane è leggero come una piuma,  tutto pelle e ossa.

-          È pallido, pare un  cadavere.

-          Lo era anche prima di svenire, ma non credo sia malato.

-          Dimmi che cos’ha, non lasciarmi sulle spine!

-          Il ragazzo è usurato, consumato: un involucro che contiene batterie scariche, private di ogni energia.                                                                                                                               

Ilaria recupera il portatile e chiama un’ambulanza; mentre Mario assiste lo sconosciuto si precipita ad avvertire il portiere che avverte un collega. Questi e la donna dimezzano il conto degli scalini nel salire alla sala che contiene il ritratto, l’uomo svenuto, il medico che lo assiste.

-          Come sta, ha dato segni di vita? – la voce di Ilaria trema, il fiato corto.

-          È stabile, tale e quale a prima. Respira tranquillo, il cuore è okay. Niente.

-          Il medico sei tu, che significa?

-          Quello che ho detto, nessuna reazione: ha esaurito la carica, è in stand-by. Il suo modo per conservare i dati e proteggere i ricordi, in attesa di riavviare l’anima.

-          E non intendi fare nulla.

-          Hai un cuore di ricambio nella borsa o una flebo di allegria?

Arrivano i soccorritori che traggono d’impaccio Ilaria, sollevano il corpo inanimato e lo trasportano per strada; la folla di curiosi si apre, permette l’accesso all’ambulanza. Non prima di aver documentato l’evento e condiviso le foto o i filmati; con centinaia di altri simili diversi da quello sulla barella, animati solo dalla vacua energia degli smartphone che brandiscono.

-          Dove lo portate? –dice Mario all’autista, in attesa indifferente con la portiera aperta.

-          Lasci il paziente a noi, lei ha già fatto anche troppo.

-          Non hai ancora visto nulla, se non cambi tono e non togli quel sorrisetto idiota dal muso.

-          Con chi credi di avere a che fare…

La portiera si chiude sulla mano sinistra del tizio seduto alla guida, il suono evoca ricordi della nonna: le braccia forti che calavano  piccole mannaie a spezzare ossa delle costate. Il gesto è stato rapido, un lampo degli occhi di Mario, la fame che si affaccia.

-          Cazzo, sei fuori di testa! Mi hai rotto la mano.

-          Non hai nulla, comunque ti avanza la destra. Sarà utile per ricordarti di guidare piano, senza fare casino.

-          Ma ho bisogno di un medico. – piagnucola.                                                        

-          Nei hai appena incontrato uno, se preferisci continuo con la mia terapia.

-          Ospedale Galliera, pronto soccorso, partiamo subito.

Finestrino alzato e sicura abbassata, il motore si avvia, portelloni posteriori che sbattono. L’ambulanza avanza tra i tavoli dei bar, i curiosi che ordinano snack o long-drink. Procede calma, le luci blu, niente sirena.

-          Andiamo, da qua ci mettiamo pochi minuti a piedi.

-          Sta andando in ospedale, sarà curato dai tuoi colleghi. Poi ci aspetta la cena.

-          Ho fame anch’io, ma non come credi tu. Che fai, vieni o resti qui?

-          Non oseresti mollarmi in questo modo.

-          Dici di saper giocare a poker, se pensi sia un bluff vai a vedere le carte.

Volta le spalle e si avvia senza un fiato verso Piazza de Ferrari; Ilaria scuote la testa e segue la scia, lo stomaco che mugugna.

La segnalazione del  “senso” di Mario lo aveva spinto ad agire, l’ amico intimo ha captato qualcosa nell’uomo di fronte al quadro. I sensi in allerta, i muscoli stimolati dall’adrenalina (l’autista dell’ambulanza ha potuto verificarlo) come il cervello. Che lavora ad alta velocità, ingranaggi oliati elaborano schede, confrontano episodi; valutano possibili cause delle ferite nell’anima dello sconosciuto, cercano rimedi. Il cuore,  quello ha altre abitudini, spera di non dover seguire la fame anche questa volta, di non contare nuove cicatrici. Che facciano compagnia a quelle recenti e le altre, quelle storiche, le più profonde. Quando Mario attacca a testa bassa ci sono sempre conseguenze, anche se pulisce la spazzatura resta addosso la polvere.

-          Dove diavolo è questo ospedale?

-          Mancano pochi metri, aspettami.

-          Sei tu l’uomo, mi stavi piantando in asso e adesso hai il fiato corto?                                                                 

                                                                         

Colpito. Dopo la  partenza dell’ambulanza e i primi passi la tensione si è allentata,  la versione pigra                                                                           

di Mario è tornata protagonista: il richiamo del divano lo affascina quanto quello delle sirene e, non lo ammetterebbe mai con Ilaria, ha un certo appetito.

Ma chi è davvero questa donna?

Come lo ha trovato?

Perché lo ha cercato?

E per quale motivo lo segue, anzi lo precede?

Visto che nel tragitto verso il Galliera lo sta distaccando di parecchi metri.

-          Siamo arrivati, - lei adesso è  impaziente – chiediamo al portiere.

-          Aspetta, ho bisogno di fare una cosa.

-          Voi uomini, prima hai fretta e parti in quarta. Poi diventi una specie di lumaca, adesso che c’è di urgente?

-          Un po’ di comprensione, non vado mai di corsa, quasi mai. Voglio solo dell’acqua

Localizza nell’atrio il distributore automatico con le colonnine, qualche snack e                                                               

delle bibite. Il vuoto desolato, neanche l’ombra di una bottiglia; nemmeno un’etichetta, mentre potrebbe andare persino l’acqua più gasata del mondo. Solo una Diet Coke  lo guarda, rigida, rossa, sprezzante. La sentinella a guardia di una caserma in cui sono tutti in libera uscita, in fondo è domenica. Dai Pinozzi, facciamo una opera buona, lasciamo uscire anche lei.

-          Un medico che beve quella roba, non ci credo.

-          Bevo solo Coca Cola, acqua e caffè.

-          Lasci birra e vino ai pazienti?

-          È una lunga storia, ho sete e non c’è altro. Per esperienza ti dico che l’acqua dei rubinetti di un ospedale è pessima.

-          Quando hai finito di spremere quella lattina andiamo a cercare il nostro amico?

L’insieme si sta componendo, Mario realizza che Ilaria ha ripreso il comando; lo ha fatto con la telefonata, sembrava avergli lasciato spazio quando il  poveretto era svenuto, adesso è di nuovo determinata. Ma va bene così: a Palazzo Rosso è stato il momento del medico, per pochi attimi quello della “fame”, ora quello dell’uomo. Lo sconosciuto è solo, ma nelle mani di altri sanitari: Mario sa che il dolore deve essere affrontato e gestito in solitaria, lo avverte ogni maledettissima volta che mette piede in un ospedale senza vestire i panni del medico. Lo ricorda sulla pelle. Non ha fretta di entrare in una camera per dividere una cosa che non si può condividere, non ha voglia di spiegarlo a Ilaria. Non ancora. Getta l’alluminio accartocciato e accompagna l’enigmatica pisana al desk della reception.

-          È ancora privo di sensi.

-          Sta ancora dormendo, ha bisogno di tempo. Intanto hanno iniziato a nutrirlo.

-          Mi sembra un esserino indifeso, ricorda ET quando fu trovato dai bambini. – la versione materna di Ilaria.

Il letto che accoglie il piccolo extraterrestre è appena segnato dal corpo gracile; il collo ossuto affiora con la testa dalle lenzuola. Un animale malato con il capo fuori dal fragile carapace che lo riveste, il tubpo trasparente nel braccio. Solleva le palpebre, gli occhi  sono torbidi.

-          Dove mi trovo? – un sussurro.

-          In ospedale, - dice Mario – è svenuto di fronte al quadro che conosce, la bella ragazza dal viso gentile.

-          Lei ha bisogno di me…devo andare. Non la vedevo da mesi.

Si mette seduto. La debolezza lo attrae implacabile nel letto.

-          È stato un banale svenimento, ma si tratta di un segnale. È  debole, magro. Da quanto tempo non mangia decentemente?

-          Portiamolo a cena con noi… – lo sguardo di Mario è un fulmine, Ilaria si morde la lingua.                                                                    

-          Ha bisogno di cure e deve fare  accertamenti. Ma questo è anche il momento adatto per  confidarsi, che sta succedendo?                                                          

      Perché si trova in queste condizioni?

Lo sconosciuto tira un lungo sospiro, un orribile sibilo gelido. Posate le mani sul volto, si abbandona a singhiozzi che scuotono la biancheria, pulita e fredda

-          Lavoravo a Palazzo Rosso, in veste di  artista, con diverse mansioni: verificavo lo stato dei dipinti e delle cornici, assicuravo il giusto grado di calore e umidità a seconda delle stagioni. Provvedevo a restaurare gli stucchi e gli affreschi; insomma godevo di una certa libertà di azione e potevo contare su buone provvigioni.

-          Non mi sembra male, - dice Ilaria – con l’aria che tira gli artisti non se la passano bene.

Ancora  l’ occhiataccia di Mario che la trafigge, lei resta indenne e indifferente.

-          Potevo anche dedicare del tempo a vagabondare nel palazzo, con il pretesto di controllare arredi e quadri.

-          E così girando e girando che si rimorchia, il Doc qui ne ha di esperienza.

-          Ilaria, - una spruzzata di adrenalina – vai a prendere un paio di caffè.

-          Veramente sarei digiuna e anche tu…

-          BEN ZUCCHERATI, GRAZIE.

      E UNA RIVISTA.

      DI GOSSIP, SE POSSIBILE.

Lo sconosciuto scivola con velocità impercettibile sotto il lenzuolo, la donna recupera in qualche angolo lo spirito della bibliotecaria e  si allontana, cercando nella borsa qualcosa che non esiste.

-          Adesso siamo tranquilli, vai avanti. O faccio io?

      In cucina o in una delle sale hai conosciuto la ragazza, magari mentre lei faceva le pulizie o tu restauravi un quadro.

-          Lei ha  occhio attento e animo disponibile.

-          Primo, dammi del tu: non sono ancora da pensione. Secondo, ho l’occhio allenato a capire cose ben peggiori. Terzo, per l’animo non so che dire, ma il cervello ancora risponde ai comandi. Il quadro è bello, non rozzo, ma genuino: la sua bellezza sta nel soggetto del ritratto, l’espressione priva di emozione e al contempo delicata e ricca di messaggi. Non è esposto nelle sale affollate, ma relegato in una stanzetta con abbaino: i proprietari non desiderano che sia ammirato, ma non se ne sono sbarazzati. Presumo abbiano un debito di qualche genere con lei.

Che sta succedendo? Mario analizza con pacatezza una vicenda con potenziali risvolti tristi. Se non peggio. Dove riposa il lato oscuro, la fame che lo sospinge a menare cazzotti e ragionare di pancia?

-          E sia come più desideri, ti racconto quello che penso.

      Lei serviva nel Palazzo, essendo di umili origini non ha studiato, non era ammessa a lavorare in sala da pranzo. Anche in cucina non poteva entrare, nessun cuoco paziente che le insegnasse almeno le cose elementari. Nettava i servizi, portava i rifiuti per strada, mangiava nella stanzetta, quella sotto                                                        

      l’abbaino, dopo che cuochi, servitù  e sguatteri avevano consumato pasti abbondanti.

-          Come si chiama?

-          Penelope, la mia promessa sposa, diciassette anni. Dovevamo solo aspettare pochi anni, se l’avessero saputo prima sarebbe stata cacciata. E io con lei.

-          Come pensavate di risolvere la questione?

-          Un cugino mi ha riferito che a Milano una ricca famiglia cercava una coppia di domestici. Lei aveva una certa esperienza, io mi sarei arrangiato. Avremmo vissuto insieme con il necessario per sopravvivere, una casa e poi dei figli.

Il medico si affaccia alla finestra, fuori è scuro da ore. Autunno. Come la mattina, con l’inizio, la sera con l’avvicinarsi della  fine: il buio padrone  assoluto, fuori e  dentro. Non oggi, ora lo capisce,  oggi è la sua festa, una festa                                                                 

particolare e la sua amante adottiva gli ha chiesto un favore; lo ha implorato con uno sguardo di riporre fame e pugni, istinto e adrenalina. Scovare in un cassetto chiuso la tenerezza venuta alla luce pochi attimi, sospinta nel buio da mostri  che deve sconfiggere e imperfezioni da riparare; nel dolore si è soli, ma aprire a un altro per fare entrare luce, sarà sufficiente a fare uscire  l’oscurità?

-          Quando è finito il romanzo e iniziata la tragedia?

-          Mesi fa un ricco banchiere è stato ospite dei proprietari, per discutere un’importante mediazione, ci fu una ricca cena, era pure presente un trio con archi. I dolci della migliore pasticceria, i vini delle cantine più pregiate.

-          La storia si ripete negli anni, nulla cambia e gli affari sono affari. Ma a tavola si concludono ottimi accordi.

-          Il funzionario fu assecondato in ogni richiesta, l’affare era troppo importante.

L’uomo, poteva essere mio padre, pretese una fanciulla e voleva la più bella.

Altra sbirciata dalla finestra, ma così va il mondo e dalla cucina alla camera da letto il percorso è spesso breve.

-          Una prostituta, - dice Mario – nei sestieri adiacenti se ne trovano parecchie. Giovani e a buon prezzo, date in pasto a operai, impiegati e professionisti. La vera globalizzazione del sesso a pagamento!

-          Non mi ascolti, ho detto una fanciulla. E fu irremovibile, pena la risoluzione del contratto.         

Non necessitava di una prostituta. Quando un orco chiede cibo fresco deve averlo subito e non accetta merce avariata.

Adesso ha fame, vera, lo stomaco è il primo a lamentarsi. Poi i muscoli, vuoti e inerti. Gli occhi pesanti come il corpo che chiede alle gambe di piegarsi. La stanchezza sta vincendo, al pari dell’orco che vorrebbe cercare e pestare, fargli sputare dove ha divorato quel piatto appena preparato: in una camera elegante con letto a baldacchino e lenzuola di seta?  Sotto un abbaino nella semioscurità?

Non questa sera, non ora. Vattene indietro, lasciami in pace, sono stanco.

Si volta per uscire, Ilaria lo guarda ferma sull’uscio. I caffè che tiene in mano sono freddi, il giornale sta in terra, gli sguardi si abbracciano.

-          Stai con lui, meglio abbia una donna accanto in questo momento. Torno subito.                                                       

-          Non fare cazzate, Mario.

-          Sono calmo come un monaco tibetano addormentato.

Pinozzi raggiunge il posto di polizia dell’ospedale e racconta quanto appreso dallo sconosciuto. L’agente osserva la piccola TV, ascolta distratto e giocherella con lo smartphone. L’incomodo in piedi accanto alla scrivania non fa parte del pacchetto serale offerto dal Ministero. Inoltre il tipo si sta facendo insistente.

-          Che intende fare, non ascolta il diretto interessato?

-          Da quello che mi ha detto, - cambia canale ridacchiando – l’interessata era una donna.

-          Quanti anni ha, agente?

-          Quarantadue, ma non capisco cosa c’entra.

-          Ha un figlio o una figlia, dei nipoti?

-          Seeeee, mi fa diventare un nonno. Un ragazzo di dodici anni e la mia splendida “bambina” di sedici. Ha davanti un padre orgoglioso.

-          È in grado di usare la pistola che porta alla cintura?

Il poliziotto lascia il telefono e compie un giro sulla sedia da ufficio. Osserva, finalmente, l’uomo che ha solo ascoltato: che vuole questo tipo magro e alto, la barba da radere e i capelli spettinati? Gli occhiali poi, non sembrano indicare una persona pericolosa. Perché allora inizia ad avere caldo, in fondo è autunno, la finestra è aperta. È buio ormai.

-          Lei chi è, un funzionario o un collega in borghese? – si alza, prova a prendere le misure al potenziale avversario.                                                                

-          Collega? No, siamo lontani. O meglio osserviamo lo stesso fiume pieno di liquami e schifezze dalle sponde opposte. Lei da quella che rispetta i regolamenti, obbedisce ai superiore, svolge le mansioni e torna a casa. Io sto su quella di fronte e mi sporco le mani, anche di sangue, combatto battaglie in silenzio, vinco e perdo. Lascio qualcosa e prendo dell’altro, non sempre con saldo positivo.

-          La avverto che sta per arrivare il cambio, non le conviene agitarsi.

-          Stasera dev’esserci un virus ospedaliero, è la seconda persona che mi dice di stare tranquillo. Risponda ancora a una domanda poi me ne vado, decida lei se devo andare solo o verrà con me.

-          Veloce, non ho tempo da perdere.

La ruga sulla guancia di Mario diventa una specie di sorriso.

-          Se facessero del male a sua figlia, andrebbe da un collega o tirerebbe il grilletto?

-          Sono un uomo di legge…

-          Guardami negli occhi e rispondi: se un uomo della tua età si divertisse con tua figlia parleresti o cosa? Vorresti essere ascoltato o no?

Mario non ha caldo, le mani sono aperte e distese sui fianchi, lo stomaco sonnecchia. Una promessa è una promessa, un’amante tradita potrebbe diventare più crudele di una moglie.

-          Andiamo, prendo il necessario per il verbale e chiudo l’ufficio. Ci servirà del tempo, se non abbiamo idea di come si chiami quel tipo.                                                       

-          I medici che lo curano hanno contattato Palazzo Rosso, ma sono in attesa di risposta.

-          È un problema secondario, per adesso cerchiamo di capire chi era quel bastardo invitato a cena.

-          Ma come, sei un tutore dell’ordine e qui parliamo di gran signori. Modera i termini!

La smorfia del poliziotto vale più di una dichiarazione ufficiale. I due raggiungono la camera di degenza, il letto è libero, disfatto, nessun vestito nell’armadietto; nella stanza vuota manca perfino il profumo di Ilaria. Ma la sua voce arriva dal bagno, insieme al concerto di pugni e calci alla porta chiusa.

-          Ce ne avete messo del tempo, - aprono, esce una furia – vi siete fatti uno snack?

-          Dov’è il paziente? – dice Mario

-          Giusto, che fine ha fatto il soggetto da identificare? – ribadisce il poliziotto.

-          Davvero una bella coppia, se uno di voi fosse di colore sembrerebbe “Arma letale”. Il tipo nel letto è tutt’altro che malato, quando sei uscito mi ha lasciato avvicinare, si è alzato di scatto e mi ha afferrato i polsi.

-          Le ha fatto del male? – l’agente.

-          Era determinato, forte, ma gentile. Mi ha invitato a seguirlo nel bagno e si è scusato, ha chiuso la porta a chiave poi se l’è filata.

-          Datemi una descrizione, - l’agente afferra il portatile – avviso i colleghi di pattuglia per strada.

Sbrigate le formalità il poliziotto saluta Ilaria e va, scambiando un silenzioso cenno di intesa con Mario. Che rimasto solo con lei, siede sul letto e la osserva

-          Non sono un fantasma, sto bene.

-          Ho capito solo in questo momento, che idiota presuntuoso.

-          Non essere duro, quel ragazzo ha già sofferto abbastanza.

-          E tu non fare la furba, sai che parlavo di me. Tu lo sai benissimo, visto che avevi studiato bene il piano. Ma perché ti fai viva solo adesso?

-          Come ci sei arrivato?

-          Lavoravi in biblioteca ed eri una ragazzina, ma potevi risparmiare la storia del fascino di noi studenti di medicina.

-          In effetti all’epoca ero coetanea della ragazza raffigurata nel quadro.                                                                        

Mario si alza e si affaccia alla finestra aperta, vuole abbracciare il buio. In cuor suo lo sapeva, la poca luce entrata ascoltando il giovane nel letto ha dissipato qualche ombra, non certo rischiarato gli angoli più remoti.

-          Avevi la stessa età di una bella ragazza di Carrara. Non mi risulta avesse sorelle, i tuoi occhi me lo confermano, e portava un altro cognome. Io faccio eccezione, ma il tuo è frequente dalle parti in cui siamo nati.

-          Era mia cugina, la figlia della sorella di mia madre. L’altro fratello hai avuto modo di conoscerlo.                                                 

Gli anni scorrono e si archiviano, i ricordi pure. Li metti in un cassetto che non apri più, con vecchie foto in bianco e nero coperte di polvere. Poi accade un fatto di cronaca, ascolti un pezzo alla radio o guardi un video alla TV; riapri il cassetto, pulisci le foto e tornano le domande.

-          Me ne faccio anch’io di continuo, quando mi passa la “fame”. Prima, sulla strada da palazzo Rosso per giungere qua, mi hai detto che avevi appetito, come me. Ogni tanto Mario Pinozzi cede e si abbuffa, ma non gli viene l’acquolina perché ha visto dei dolci o una rosticceria. Capita di provare a nutrirmi a suon di botte, ragionando con la pancia, le portate sono molteplici: è cibo disgustoso, cerco solo di toglierlo di mezzo. Certo se mangi roba avariata stai male, ma poi passa e forse non tocca ad altri: magari a una giovane donna o un uomo debole.

-          Mia cugina ha fatto tutto da sola, o no?

-          Lei ed io lo sappiamo, tuo zio pensava il contrario; ero più allenato e in preda alla rabbia. Ti ha mandato lui a chiedermi se intendo cambiare versione?

Ilaria raggiunge Mario alla finestra.

-          Avevo dei dubbi, mia madre era angosciata. Dieci anni in cui ho preso e riposto una foto nel cassetto più volte, tenendola sempre pulita dalla polvere. Sulle cose oneste non deve accumularsi lo sporco. Questa sera ho incontrato due uomini, non sapevo cosa aspettarmi dal più vecchio, non sapevo cosa chiedergli. Ora so quello che domani racconterò a mia madre.

-          La questione a Carrara resta aperta, lo zio ha detto solo cazzate.

Adesso vediamo di scrivere la parola fine alla storia di stasera: ti ha detto altro prima di andarsene?

-          Solo che aveva un appuntamento con la sua promessa sposa.

-          Andiamo a cercarli.

-          Ma ci starà già pensando la polizia, il tuo amico in divisa ha diramato l’allarme e la descrizione del ragazzo.

-          Quello non è un mio amico e non ha capito nulla. E neppure tu.

-          Tu invece, mister sapientone, hai risolto il mistero?

-          Non lo so, ma verificheremo tra poco.

Senza scambiare una parola Mario e Ilaria percorrono a ritroso il tragitto dell’andata, tra persone a passeggio, famiglie al rientro verso casa, coppie in cerca del ristorante. Il portone di Palazzo Rosso è chiuso, Pinozzi sbircia dalle finestre al piano terra, nessuno in vista sotto le luci fioche dell’androne. Attacca a tempestare di pugni la spessa anta di legno, usando persino il battente.

-          Arrivo, arrivo, – dall’interno – che c’è da rompere?

La porta si apre, sull’uscio si pianta un portiere corpulento in divisa e senza cappello: l’aria contrariata, un tovagliolo in mano.

-          Voi chi sareste e cosa volete? È chiuso.

-          Lo sappiamo, ma stiamo cercando un amico. – dice Mario – Si  tratta di un giovane uomo, non molto alto, l’aria distrutta e gli abiti trasandati.                                                         

Il custode accenna una smorfia, le labbra sporche di sugo.                                                       

-          Quello straccione è entrato correndo mentre chiudevo: l’ho cercato, ma ne ho perso tracce. Ho avvertito le autorità, mi hanno risposto che loro cercano persone in fuga, non chi trova riparo in una specie di museo. Hanno detto che se avessi chiuso non avrebbe rubato niente né potuto uscire, domattina vedremo.

-          Ci lasci entrare, la prego.

-          Non ci penso proprio, non voglio grane e devo finire di cenare.

-          Perché non fa un salto al ristorante qui dietro? – Pinozzi allunga una banconota da cinquanta euro.

-          Quello è un posto caro, buono, ma caro.

Altri cinquanta cambiano proprietario in un lampo.

-          Avete dieci minuti, datevi una mossa.

-          Ma…il ristorante? -  dice timida Ilaria.

-          La domenica sera è chiuso per turno di riposo. Nove minuti e mezzo. – e si allontana.

Ancora una volta salgono le scale a due per volta, nella semioscurità utilizzano i telefoni portatili per vedere il percorso. Corrono nel corridoio sbuffando, raggiungono la camera: la luce lunare filtra dall’abbaino, bagnando il quadro con sufficiente chiarore. Mario e Ilaria lo ammirano, si scambiano un’occhiata e si avvicinano al ritratto:  la ragazza  dedica un sorriso radioso al suo promesso, che ricambia timido. La targhetta sulla cornice, lucidata da mani amorevoli, recita “Autore ignoto – Coppia di giovani sposi – 1652”.

-          Che razza di storia, - dice Ilaria – sono confusa. Abbiamo vissuto o sognato?

-          Non è importante, quel che conta oggi è che si tratta di una giornata speciale. Può succedere tutto.

-          Pure che una donna ti porti a cena fuori?

-          Certo, e ne sono onorato. Ma non crederai certo di essere la prima, e  saremo osservati.

I due scambiano un sorriso.

-          L’ho capito, mi auguro di non essere l’ultima. Che dici, ci sarà un dopocena?

-          Staremo a vedere, sappi solo che non bevo alcool e dormo pochissimo. Andiamo.

Prima di uscire la coppia si ferma a salutare il portiere, intento a terminare il pasto.

-          Trovato il vostro amico? – condisce il boccone con una risata – Non vi ho nemmeno ringraziato per la cena che mi avete offerto.

-          L’amico sta benone, grazie. In quanto a quei soldi meglio che non li spendi al ristorante, inutile dare perle ai porci. Buona serata.

Lasciato l’uomo alle considerazioni su preziosi e suini, Mario e Ilaria dirigono verso il centro storico: li aspetta una cena e un brindisi, invitati da una fascinosa signora grazie ad una promessa mantenuta.

Alla notte invece spettava il compito di raccontarsi








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