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lunedì 5 febbraio 2018

ANTONIA POZZI

a cura di Sandra Romanelli 

Per troppa vita che ho nel sangue...


Antonia Pozzi (13/2/1912 – 3/12/1938)


Il 3 dicembre 2018 sarà l'ottantesimo anniversario della morte della poetessa milanese Antonia Pozzi, una delle voci femminili più intense della poesia italiana del Novecento, morta suicida a soli ventisei anni.
Quel gesto, avvenuto in una fredda notte di dicembre, nel prato  antistante l'abbazia di Chiaravalle, rivestito da un manto candido di neve, fu, in un primo tempo, negato dalla famiglia, perché ritenuto scandaloso. Si parlò di “polmonite acuta” ma la massiccia dose di barbiturici ingerita, rese impossibile ai medici la loro opera.

Figlia di Roberto Pozzi, un noto avvocato milanese, esperto in diritto internazionale e della contessa Lina Cavagna Sangiuliani, nipote di Tommaso Grossi, Antonia Pozzi nasce a Milano il 13 febbraio 1912. I Pozzi abitano in una delle zone più esclusive della città; un quartiere elegante, fondato dalle "grandi famiglie" industriali di Milano.
Provenendo da un ambiente privilegiato, Antonia è destinata a una vita agiata ma, al di là della superficie delle cose, lei guarda soprattutto a ciò che alimenta il suo mondo interiore: la poesia, la natura, l'amore, la solitudine, il dolore.

Io  vengo da mari lontani-
io sono una nave sferzata
dai flutti
dai venti-
corrosa dal sole-
macerata dagli uragani-...

...io sono una nave
una nave che porta
in sé l'orma di tutti i tramonti
solcati sofferti-
io sono una nave che cerca
per tutte le rive
un approdo.

(da: Il porto -20 febbraio 1933)

Antonia Pozzi bambina

   
Antonia è una bella bambina bionda, delicata, sveglia e molto intelligente. Viene mandata a scuola prima dei sei anni dalle suore Marcelline di piazzale Tommaseo, dove frequenta la prima elementare, per passare l'anno successivo alla scuola statale.
Fin  da piccola stabilisce un forte legame con la nonna materna che lei chiama Nena, un rapporto di grande affetto e confidenza e, da adolescente, eredita dalla Nena lo spirito libero e sognatore, ma anche l'amore per la terra, per la campagna, per le cose semplici della vita.
Tu mi rappresenti la mia pianura lombarda, malinconica, forte e reale, coi rossi tramonti sulle risaie, l'odore caldo di stalla e la terra umida: la pianura che ho tanto poco goduto eppure mi sento nel sangue e verso la quale mi porta la nostalgia, quando, a settembre, le mandrie di qui scendono scampanando dai pascoli alti e come fiumi biondi scompaiono alla volta dello stradone.”

Da L'età delle parole è finita
(Lettere a cura di Alessandra Cenni e Onorina Dino)

Alla Nena apre il cuore e manifesta i suoi segreti più grandi e più intimi come l'amore per il suo professore di liceo.

A lei confida il suo progetto di scrivere un grande romanzo.
Ci penso da anni e ci vorranno certo altri anni prima di attuare questo sogno: scrivere la storia della nostra pianura lombarda, e della vita lombarda dal '70 in poi... per dare il senso poetico ed eroico della nostra Lombardia nobile, borghese e contadina”. (da Lettere alla Nena 2 luglio 1938).



 
Antonia Pozzi

La vita sognata

Antonia Pozzi compie i suoi studi al Liceo Manzoni di Milano dove, appena sedicenne, conosce e s'innamora di Antonio Maria Cervi, suo professore di latino e greco. Questo amore, fortemente osteggiato dalla famiglia, soprattutto per la differenza di età (diciotto anni), ma non solo per questo, è destinato a finire, ma non la fedeltà ad esso:
Ho ceduto davanti al dolore degli altri e ti ho chiesto di rinunciare, non al nostro amore, ma alla realizzazione del nostro amore”. (dalla Lettera ad A. M. Cervi del 15/2/1934).

Con Antonello, come lo chiama con affetto, Antonia aveva sognato una vita insieme e il dono ossessivo di un figlio.
La rinuncia a quest' amore, per l'opposizione durissima del padre, lascerà nel suo animo sensibile una profonda ferita che si trasformerà in depressione. Il suo stato d'animo è chiaramente espresso in molte poesie.

Ninfee
Ninfee pallide lievi 

coricate sul lago-
guanciale che una fata
risvegliata
lasciò
sull'acqua verdeazzurra-
ninfee-
con le radici lunghe
perdute
nella profondità che trascolora-

Anch’io non ho radici
che leghino la mia
vita – alla terra –
anch’io cresco dal fondo
di un lago colmo
di pianto.
(26 agosto 1933)



Tra  i suoi  versi spiccano quelli dedicati al professore Antonio Maria Cervi (Se le mie parole potessero essere offerte a qualcuno, questa pagina porterebbe il tuo nome), un uomo non di certo dal fisico affascinante, ma di sicuro una persona carismatica, uno studioso di talento. Antonia, come le altre compagne di scuola, è attratta dalle sue lezioni e, forse, il professore, dapprima, non è del tutto consapevole della “passione” della giovane allieva, (sottile come un giunco, così la definisce), studentessa curiosa, attenta e particolarmente sensibile.

L'allodola
Dopo il bacio – dall'ombra degli olmi

sulla strada uscivamo
per ritornare:
sorridevamo al domani
come bimbi tranquilli.
Le nostre mani
congiunte
componevano una tenace
conchiglia
che costudiva
la pace.
Ed io ero piana
quasi tu fossi un santo
che placa la vana
tempesta
e cammina sul lago.
Io ero un immenso
cielo d'estate
all'alba
su sconfinate
distese di grano.
Ed il mio cuore
una trillante allodola
che misurava la serenità.
       (25 agosto 1933)

I temi della poesia di Antonia Pozzi spaziano tra dolore e gioia, attimi di felicità e lunghi tormenti, desideri di vita e di riflessione sulla morte, immagini di luce, di serenità, di vita.
Troppa vita ho nel sangue... (come scrive nella poesia Sgorgo).
I  suoi versi sono l'espressione di un percorso interiore; scrivere per lei significa penetrare nel mistero di sé, delle cose e dell'uomo.

Sgorgo
Per troppa vita che ho nel sangue

tremo
nel vasto inverno.
E all'improvviso,
come per una fonte che si scioglie
nella steppa,
una ferita che nel sonno
si riapre,
perdutamente nascono pensieri
nel deserto castello della notte,
Creatura di fiaba, per le mute
stanze, dove si struggono le lampade
dimenticate,
lieve trascorre una parola bianca;
si levano colombe sull'altana
come vista del mare.
Bontà tu mi ritorni:
si stempera l'inverno nello sgorgo
del mio più puro sangue,
ancora il pianto ha dolcemente nome
perdono.

(12 gennaio 1935)

Prima di iniziare l'ultimo anno di studi al liceo Manzoni scrive:

Visione
Ancora, per un anno, la scuola
a preservare la mia fanciullaggine cocciuta.
Poi, la mia vita sola
in mare aperto – come una vela sperduta.
(Carnisio, 9 luglio 1929)

Nel 1930 si iscrive all'Università Statale di Milano, Facoltà di Lettere e Filosofia, indirizzo in Filologia moderna.
Segue  le lezioni di Antonio Banfi, docente di Filosofia ed Estetica, col quale si laurea nel 1935 discutendo una tesi su Gustave Flaubert. I suoi compagni di studi e amici sono, tra gli altri: Vittorio Sereni, con il quale instaura una salda e sincera amicizia, basata su profonde affinità elettive, Alberto Mondadori, Luciano Anceschi, Mario Monicelli, Giulio Preti, Enzo Paci; e ancora: Dino Formaggio e Lucia Bozzi, coi quali pratica volontariato nelle Case degli Sfrattati a Milano, in via dei Cinquecento (desidero spogliarmi di tutto il superfluo, rinunciare alle comodità, andare dalla povera gente, imparare i dialetti),  Elvira Gandini e Remo Cantoni.


Viaggi

Nel 1931, con lo scopo di allontanare la figlia dal professor Antonio Maria Cervi, che non riesce a dimenticare, i genitori le propongono un viaggio di studio a Londra e successivamente, con la famiglia, visita l'Italia meridionale, la Sicilia,  poi Venezia e Vienna; compie anche una crociera nel Mediterraneo. 

 
Antonia Pozzi in uno dei suoi viaggi

Tra il 1936 e il 1937, dopo la laurea inizia a viaggiare in tutte le capitali della Mitteleuropa: parla correntemente il tedesco, l'inglese e il francese. Legge Eliot, Pound, Valéry, Rilke, tutti in lingua originale. È affascinata soprattutto dalla lingua tedesca che ha studiato all'Università con il noto germanista Vincenzo Ferrante, il quale aveva tenuto un corso su Rainer Maria Rilke, autore al quale Antonia si  era molto appassionata.

Nella Lettera a Lucia Bozzi (24 agosto 1936) scrive: ”questa lingua tedesca, la più splendente, la più spietata costruzione razionale geometrica che si veda sulla terra. E nelle poesie e nelle fiabe dolce come un rumore di foglie. Io ne sono innamorata; vorrei parlarla e leggerla dal mattino alla sera e più difficoltà incontro, più mi ostino a cercare di vincerle...”

Antonia Pozzi a Berlino- gennaio 1937

Nell'estate del '36 si iscrive a un corso universitario per stranieri in Austria nel castello di Gmunden, sul lago di Traun; sosta a Praga, a Dresda e nel 1937 è a Berlino. Grazie alla sua conoscenza della lingua tedesca, traduce in italiano numerosi capitoli del romanzo di Manfred Hausmann: Lampioon bacia ragazze e giovani betulle- avventure di un vababondo.


La Montagna

Dall'età di sei anni Antonia trascorre le vacanze estive con la famiglia in  Valsassina, a Pasturo, un paese situato ai piedi della Grigna Settentrionale, dove il padre ha acquistato una villa settecentesca. Questo luogo, tanto amato dalla piccola Antonia, rappresenta per lei il regno della libertà, delle corse nei campi, dei giochi con le bambine del paese, dei fiori, dei ruscelli, degli animali, della bellezza della natura incontaminata. Ama molto quel mondo umile, senza sfarzo, a lei così lontano, ma che l'affascina.
Alle montagne, che definisce madri, immense donne che occupano la sera... dedica alcune delle sue poesie pasturesi.
Antonia Pozzi a Pasturo – estate 1936

È proprio in questo luogo idilliaco che inizia  a subire il fascino  della Montagna: l'avventura dello spirito e l'ebbrezza delle prime arrampicate sulla Grigna; un amore che andrà sempre crescendo fino a persuaderla a designare questo posto, il prescelto del riposo del corpo e  della mente e quello definitivo dell'anima.
Qui invita le persone più care per trascorrere molte ore insieme, qui  si alimenta la sua ispirazione poetica.

Acqua alpina

Gioia di cantare come te, torrente;
gioia di ridere
sentendo nella bocca i denti
bianchi come il tuo greto;
gioia d'essere nata
soltanto in un attimo di sole
tra le viole
di un pascolo;
d'aver scordato la notte
ed il morso dei ghiacci.

(Breil – Pasturo 12 agosto 1933)

Trovo la poesia di Antonia Pozzi attuale, moderna, coinvolgente come fosse l'opera di una poetessa dei giorni nostri.  A una prima lettura può sembrare facile e leggera, ma, al contrario, è profonda e rappresenta il tormentato mondo interiore di una giovane donna che cerca rifugio in essa e lo trova, come lo ritrova nella natura, sempre viva e presente nei suoi versi.


  
Rifugio

Nebbie. E il tonfo dei sassi
dentro i canali. Voci d'acqua
giù dai nevai della notte.

Tu stendi una coperta per me
sul pagliericcio:
con le tue mani dure
me l'avvolgi alle spalle, lievemente,
che non mi prenda
il freddo.

Io penso al grande mistero che vive
in te, oltre il tuo piano
gesto; al senso di questa nostra fratellanza umana
senza parole, tra le immense rocce
dei monti.
E forse ci sono più stelle
e segreti e insondabili vie
tra noi, nel silenzio,
che in tutto il cielo disteso
al di là della nebbia.

(Breil 9 agosto 1934)

 
Antonia Pozzi, in tre momenti delle sue vacanze in montagna


Parole

La raccolta di poesie Parole di Antonia Pozzi ottenne un notevole riconoscimento da parte di Eugenio Montale, che firmò la prefazione all’edizione del 1948, poi tradotta in diverse lingue, suscitando interesse verso la produzione della poetessa. La raccolta, con l'importante prefazione, edita da A. Mondadori Editore, ebbe tre edizioni, l'ultima nel 1964.
Solo allora venne finalmente dato valore alla voce di Antonia.
Primo curatore della raccolta era stato il padre Roberto che, forse per proteggere la figlia, in special modo dalla vicenda col professore Antonio Maria Cervi, intervenne sugli scritti di Antonia con tagli e manipolazioni.
 Le liriche, prevalentemente di genere autobiografico, parlano sovente  della natura, in particolare dei paesaggi montani, del suo amore tenero e puro per Antonio Maria Cervi - che la trasporta in una dimensione gioiosa, quasi da fiaba-, della solitudine e della morte, come agognato approdo.
Colpisce la limpidezza del linguaggio e la nitidezza delle immagini.

Montale definì la sua poesia come diario di un'anima, le sue parole asciutte e dure come i sassi o vestite di veli bianchi strappati.
Thomas Eliot, in una lettera inviata all'avvocato Pozzi, l'1 dicembre 1954, affermò di apprezzare la purezza e la musicaltà del  verso, oltre a “la grande probité d'esprit” della poetessa.

Antonia Pozzi -Cervino (1937)

Vivo di poesia come le vene vivono di sangue... il compito sublime della poesia è di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci romba nell'anima e di placarlo e di trasfigurarlo nella suprema calma dell'arte, così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare. La poesia è una catarsi del dolore, come l'immensità della morte è una catarsi della vita.”
 ( Antonia al giovane poeta Tullio Gadenz – da “Lettere “11 gennaio 1933)

La sua poesia è, in effetti, pura ed essenziale e vuole dare voce al tormento esistenziale  di una giovane donna, anticonformista per l'epoca, proveniente da un ambiente dell'alta borghesia milanese e quindi costretta a vivere secondo le rigide regole della società dei primi anni del Novecento.
Solo nella poesia l'anima di Antonia è finalmente libera e può esternare,  senza vincoli, le sue  passioni, le emozioni e la sua arte.
All'inizio, però, il suo talento poetico non fu apprezzato come le spettava, ma liquidato e definito, dagli amici del gruppo banfiano - altamente razionalistico-, come disordine emotivo, come poesia di stati d'animo, di introspezione, di suggestione della memoria. Essi guardavano con sospetto all'emotività femminile: in quegli anni, il ruolo prevalente e il destino della donna erano unicamente quelli di sposa e madre.
Purtroppo dovranno passare ancora molti anni prima che alla sua poesia venga attribuito il giusto merito.                                   

Filmografia
Antonia Pozzi è stata raccontata in alcuni film.

Locandina del film
- Poesia che mi guardi – Film di Marina Spada.
Il 20 novembre 2009 uscì questo interessante documentario sulla vita e le opere di Antonia Pozzi, diretto da Marina Spada con Elena Ghiaurov, Carlo Bassetti,  Enrico Chiaruzzi e Marco Colombo Bolla.
Motore e voce narrante del film è Maria, una cineasta che, affascinata dalla poetessa, ne studia l'opera e ricerca il mondo e i personaggi della sua vita. Decisivo per Maria è l'incontro con gli H5N1, un gruppo di studenti universitari che diffondono le loro poesie ìn forma anonima sui muri della città, nella convinzione che nelle nostre vite ci sia tanto e sempre più bisogno di poesia. Maria li coinvolge nel suo progetto: vorrebbe che la poesia di Antonia Pozzi, tramite i ragazzi, rinascesse a Milano, non più come espressione solitaria e intima, ma come momento condiviso. Vorrebbe che questa azione diventasse riscatto per Antonia Pozzi, dandole quel riconoscimento e quella visibilità che le erano stati negati in vita.



Il film fu presentato fuori concorso alla 66ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia del 2009.
In  seguito uscirono altri due film:
- Il cielo in me. Vita irrimediabile di una poetessa- dei registi lecchesi Sabrina Bonati e  Marco Ongania;  film documentario presentato in anteprima a Lecco e Pasturo nel 2014.
- Antonia - di Ferdinando Cito Filomarino, con Linda Caridi nel ruolo di Antonia Pozzi, proiettato al Cinema Mexico di Milano il  19 febbraio 2016.
locandina del film
locandina del film











                  


            








L'ultimo viaggio

Il 1938 è un anno pieno di contrasti per Antonia. Ha in progetto di scrivere il suo romanzo sulla pianura lombarda (intende dedicarsi alla prosa, spinta  forse dal suggerimento di Banfi e dalla vicinanza e amicizia con Dino Formaggio), si occupa con successo di fotografia, riprende l'insegnamento all'Istituto Schiapparelli di Milano, iniziato l'anno precedente. Però il 1938 è anche l'anno delle leggi razziali e Antonia soffre perché  il suo amico Paolo Treves, Piero e la loro madre Olga devono partire improvvisamente per l'Inghilterra (“siamo rimasti con questi enormi vuoti che si fanno intorno”); e il romanzo progettato non va in porto.
L'aiutano a sopportare, in parte, le sofferenze passate e quelle incombenti l'impegno scolastico, cui tiene molto, e l'affetto e la vicinanza di Dino Formaggio, allievo, come lei, del grande filosofo e professore di estetica, Antonio Banfi.
Pur provenendo da due ambienti molto differenti e lontani, sono  legati da un'amicizia intensa e solidissima. Lui, antifascista, figlio di contadini, lei figlia di un avvocato gradito al regime.  Lui aveva iniziato a lavorare giovanissimo come operaio a Milano, ma, grazie allo studio assiduo riuscirà a ottenere la cattedra  di docente universitario.

Amo la tua anima -le scrive Dino e Antonia a lui: Tu sei l'unico fratello della mia anima.

Il primo dicembre 1938, proprio due giorni prima del gesto estremo, nell'ultima lettera ai genitori, Antonia scrive:

Papà e mamma, carissimi, non mai tanto cari come oggi, voi dovete pensare  che questo è il meglio. Ho tanto sofferto...
Deve essere qualcosa di nascosto nella mia natura, un male dei nervi che mi toglie ogni forza di resistenza e mi impedisce di vedere equilibrate le cose della vita…
Ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita... Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite...Direte alla Nena che è stato un malore improvviso, e che l'aspetto.”

Queste note d' intensa malinconia e di sconforto inconsolabile ci fanno intuire i molteplici motivi del suo gesto.
Eppure c'è una contraddizione tra i suoi scritti e il suo vivere quotidiano. Chi la conobbe la descrive vibrante, sorridente, entusiasta della vita, ma i suoi scritti e i versi, pur intensi e seducenti ci mostrano un' anima fragile e appassionata, mentre  l'inquietudine prima e la disperazione mortale poi, pervadono il suo essere più profondo per un desiderio irraggiungibile di coniugare reale e ideale.
Anche i bambini della sua scuola, l'Istituto tecnico Schiapparelli di Milano, ai quali insegna con grande entusiasmo, ora non le bastano più: I loro occhi mi fanno piangere- scrive nell'ultima lettera ai genitori.

Così il 2 dicembre 1938 lascia la scuola due ore prima rispetto al suo orario e con la bicicletta raggiunge la periferia sud-est milanese;  percorre, non lontano  dalla zona del  Corvetto, la strada  della Valle dei Monaci, che ancora oggi ci appare suggestiva, con i suoi prati, le cascine, i borghi; arriva fino a Chiaravalle, così come aveva fatto tante altre volte con i suoi amici, compagni di studi con i quali aveva gioito in quei luoghi; ma questa volta andrà sola e ha deciso che sarà l'ultima.

Antonia Pozzi, in una delle sue frequenti
passeggiate in bicicletta

Il viaggio definitivo lo farà, invece, per raggiungere le sue amate montagne e “quel pezzo di prato libero che mi piace”, dove  sente di avere le sue radici e dove vuole riposare eternamente.
Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete, perché ora io sono in pace.
La vostra Antonia.”    

Largo

 O lasciate che io sia una cosa di nessuno
 per queste vecchie strade in cui la sera affonda
O lasciate ch'io mi perda
ombra nell'ombra
gli occhi
due coppe alzate
verso l'ultima luce  (…)
E non chiedetemi – non chiedetemi
quello che voglio
e quello che sono
se per me nella folla è il vuoto
e nel vuoto l’arcana folla
dei miei fantasmi –
e non cercate – non cercate
quello ch’io cerco
se l’estremo pallore del cielo
m’illumina la porta di una chiesa
e mi sospinge a entrare –
Non domandatemi se prego
e chi prego
e perché prego –
Io entro soltanto
per avere un po’ di tregua
e una panca e il silenzio
in cui parlino le cose sorelle –
Poi ch’io sono una cosa –
una cosa di nessuno
che va per le vecchie vie del suo mondo –
gli occhi
due coppe alzate
verso l’ultima luce
        (Milano, 18 ottobre 1930)


 
Abbazia di Chiaravalle
Percorro sovente le strade che da piazzale Corvetto conducono alla Valle dei Monaci. Non lontano dal piazzale si trova la chiesetta del Nocetum (sec. XIII) dedicata ai santi Giacomo e Filippo dove ci sono reperti archeologici sottostanti al pavimento e affreschi di scuola lombarda visibili nell'abside. C'è una strada che da lì, attraversando il parco della Vettabbia, arriva a Chiaravalle e porta poi a Viboldone, terra dei monaci, proseguendo, tra borghi e cascine, fino a Melegnano. Mi è capitato, percorrendo quelle strade, di pensare ad Antonia Pozzi e ai momenti da lei trascorsi in questi luoghi.
Quando ho letto le sue liriche ho amato subito la sua poesia, così fresca e leggera, direi anche così femminile e al contempo incisiva e  a volte penetrante e ho sentito  la necessità di sapere di più di lei: della sua vita, delle sue emozioni. Per conoscerla meglio ho voluto documentarmi (come faccio sempre per i miei autori preferiti), leggere molti libri a lei dedicati, vedere film e ho capito quanto grande fosse il suo bisogno di emancipazione che potrebbe definirsi desiderio di libertà, senz'altro reso maggiore dalla conoscenza, dalla sua cultura.
Ancora una volta mi sono resa conto di quanto può sembrare strano questo bisogno, per noi donne che viviamo nel Duemila e diamo per scontato ogni traguardo raggiunto, ma nei primi anni del Novecento non era così. Antonia Pozzi aveva nell'anima dei sogni che la società di allora non era pronta a concedere, per questo si è rivolta alla poesia, come sublime sollievo e rifugio.

Bibliografia consultata

- Antonia Pozzi - Poesia che mi guardi – La più grande raccolta di poesia a cura di Graziella Barnabò e Onorina Dino - luca sossella editore e dvd con il film di Marina Spada
- Antonia Pozzi – Parole  a cura di Alessandra Cenni e Onorina Dino ed. Garzanti
- Antonia Pozzi – Poesie Pasturesi – A.G. BELLAVITE Editore in  Missaglia (Lc)
- Antonia Pozzi – Parole con prefazione di Eugenio Montale – Milano, Mondadori Editore
- Antonia Pozzi – L'età delle parole è finita – Lettere 1927- 1938 a cura di Alessandra Cenni e Onorina Dino – ed. Rosellina Archinto
- Antonia Pozzi -Diari, introduzione di O. Dino a cura di O. Dino e A.Cenni, Scheiwiller, 1988

- Antonia Pozzi -La vita sognata ed altre poesie inedite, Milano, Scheiwiller, a cura di Alessandra Cenni e Onorina Dino, 1986.

- Antonia Pozzi – Soltanto in sogno- lettere e fotografie per Dino Formaggio, Verona Alba pratalia




11 commenti:

  1. Una grande poetessa che dovrebbe essere più conosciuta. Grazie Sandra e Sognaparole.
    Adriana

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  2. La Poesia è pane dell'anima. Dovrebbero far conoscere Adriana Pozzi anche nelle scuole.

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  3. Grazie a voi. Io ho molto apprezzato il gruppo di studenti universitari H5N1 che dal 2005 ha avuto l'idea di fare "poesia di strada", diffondendo versi sui muri della città e divulgando anche le pregevoli liriche di Antonia Pozzi.
    Sandra

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  4. Cara Sandra, bello, interessantissimo e completo il tuo articolo su Antonia Pozzi, artista a lungo trascurata e non abbastanza nota ancora oggi. Grazie per questa lettura coinvolgente!
    Maria

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    Risposte
    1. Grazie a te, Maria, per il gradito commento.
      Sandra

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  5. Ciao Sandra, ho letto d'un fiato e il tuo articolo mi è piaciuto moltissimo! Scritto e sentito con il cuore!!
    Vanny

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    1. Grazie Vanny, in effetti mi sono sentita emotivamente partecipe nel narrare le vicende e leggere le poesie di Antonia Pozzi.
      Sandra

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  6. Grazie per averci fatto conoscere la figura di Antonia Pozzi e la sua coinvolgente poesia. La sua analisi è approfondita, piacevole ed esaustiva la presentazione.
    Gianna e Benito

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    1. Gentilissimi, ho inteso portare all'attenzione dei nostri lettori e dare risalto alla voce di un'artista sensibile -ora intensa, ora soave- non sufficientemente conosciuta.
      Sandra

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  7. Mi hai comunicato un'emozione nella presentazione di Antonia Pozzi. Grazie. Condivido anche la scelta delle poesie.
    Marina


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    1. Grazie Marina. Provo molte affinità con i sentimenti che Antonia Pozzi esprime nelle poesie (la scelta non è stata facile) e poi ci sono in comune anche i luoghi della nostra città.

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