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sabato 28 settembre 2019

Fenomenologia di Heathcliff in “Cime tempestose” di Emily Brontë


di Antonia Buizza
Illustrazione di Fritz Eichenberg
Fenomenologia di Heathcliff, ovvero del perché piace tanto alle donne
Cime Tempestose, unico romanzo di Emily Brontë, pubblicato nel 1848, è un’opera controversa che già alla sua apparizione destò una reazione di rifiuto da parte della critica, giustificata forse dalla violenza che ne percorre la trama e dalla struttura definita a matrioska, innovativa per l’epoca. Alcuni decenni dopo le sue atmosfere gotiche colpirono l’immaginazione, fra gli altri, di Dante Gabriele Rossetti, membro della confraternita dei Preraffaelliti, e aprirono la strada alla sua riabilitazione. Comparve in Italia solo nel 1926, pubblicato da Treves. Da allora è assurto a classico della letteratura vittoriana e generazioni di lettori si sono appassionati alla tormentata storia d’amore fra Heathcliff e Catherine, sognando cieli plumbei su colline d’erica.


Sorvolando sulla struttura articolata del romanzo, la cui voce narrante appartiene a uno spettatore secondario (Mr. Lockwood) che riporta i ricordi di un testimone diretto degli eventi (Nelly Dean), e ignorando le atmosfere romantiche e byroniane che conferiscono estremo fascino alle vicende descritte, un dubbio amletico si pone al lettore smaliziato dei tempi moderni: perché Heathcliff piace tanto alle donne?
Ripercorriamo pertanto la vita del personaggio, che si articola in almeno quattro fasi:
·         Infanzia e prima giovinezza: Heathcliff è un trovatello, probabilmente di origine zingara, che Mr. Earnshaw, possidente terriero dello Yorkshire, accoglie nella propria casa e che accudisce come e meglio di un figlio. Alla morte del vecchio Earnshaw, la proprietà passa nelle mani del figlio maggiore Hindley, che angaria Heathcliff, riducendolo al ruolo di servo. Il ragazzo, però, resiste ai colpi della sorte grazie alla giovane Catherine, sorella di Hindley, con cui è cresciuto e alla quale è indissolubilmente legato.
·         Giovinezza: origliando una conversazione in cui Catherine confessa il proprio amore per lui, ma anche la ferma intenzione di non sposarlo, in quanto di condizione inferiore, Heathcliff fugge dalla tenuta di Cime Tempestose, per farvi ritorno, ventenne e ricco, alcuni anni dopo. Lì ritrova Catherine sposata allo scialbo ma benestante Edgar, e da quel momento prende avvio la sua vendetta: nei confronti di Hindley, che spinge all’alcolismo e cui sottrae ogni avere, e nei confronti di Edgar, di cui sposa la sorella Isabella per il solo gusto di arrecarle tormento. Catherine, cui il marito proibisce di vedere Heathcliff, si ammala e muore, non prima di aver confessato all’amato compagno di giochi la propria passione.
·         Maturità: nei diciotto anni successivi Heathcliff, divenuto proprietario di Cime Tempestose, si dedica all’abbruttimento intellettuale di Hareton, rampollo dell’antico nemico Hindley, e accoglie presso di sé il proprio figlio, Linton, ragazzo malaticcio e capriccioso, verso il quale l’unico interesse del padre è la prospettiva di un matrimonio vantaggioso con la figlia di Catherine.
·         Conclusione: svuotato e consumato dal suo stesso odio, Heathcliff dà segni di squilibrio, rifiuta il cibo e vede il fantasma di Catherine aggirarsi per la magione. Viene trovato morto nel suo letto e seppellito a fianco dell’amata.
Heathcliff, quindi, appare come un uomo dalla personalità eccezionale, che rivolge ogni fibra del suo essere alla vendetta. In riferimento a questo aspetto,  molti sono i precedenti illustri, a partire da Ulisse fino al Conte di Montecristo,  Edmond Dantès, che, pubblicato nel 1845, secondo alcuni critici non fu ignoto a Emily Brontë.
Nel protagonista di 
Cime Tempestose, però, la passione, l’odio, la vendetta si assolutizzano, diventano totali e totalizzanti, e dominano completamente il personaggio, la cui forza distruttrice non conosce pietà, scaricandosi con una furia quasi veterotestamentaria sui suoi nemici e sui loro discendenti, immune alle lacrime della fragile moglie, sordo ai patimenti del figlio, perverso nel manipolare Hareton sin dall’infanzia.
Heathcliff rifiuta qualunque principio etico e morale che non gli derivi da se stesso, né alcuna religione trova spazio in lui, se non un confuso panteismo che lo porta a sconfinare quasi nella necrofilia. Violento, sadico, ossessivo, rimane fedele a se stesso fino alla conclusione del romanzo; la Brontë non ha desiderato nessun riscatto per quest’anima nera che non  cerca e, anzi, rifugge ostinatamente qualunque possibilità di redenzione, fosse anche l’accudimento del proprio figlio.
Torniamo quindi al dubbio amletico: perché uno psicotico con tendenze sadiche ha infiammato l’immaginazione di generazioni di donne?
Credo che la risposta si nasconda nei rari ma sapienti indizi che l’autrice ha seminato nel corso della narrazione e che ci raccontano un’altra storia.
Ancora prima di iniziare il lungo flashback che introduce il lettore all’infanzia del protagonista, esso ci è presentato attraverso gli occhi di Mr. Lockwood: Heathcliff si pone come un uomo ruvido, ai limiti della maleducazione, ma il suo aspetto e i suoi modi tradiscono una personalità singolare (
so, per istinto, che il suo riserbo nasce dall’avversione a ostentare i propri sentimenti, cap.1). Dunque fin dal primo capitolo viene introdotto il tipo del bel tenebroso: l’uomo aspro come la brughiera (paesaggio che fa costantemente da corollario ai tormenti dei protagonisti), che cela abissi insondabili.
Dopo l’apparizione del fantasma di Catherine a Lockwood, Heathcliff viene visto 
salire sul letto e spalancare la finestra, scoppiando mentre l’apriva in un irrefrenabile accesso di pianto. «Entra! Entra!», singhiozzò. «Cathy, entra, te ne prego. (…)». E il lettore scopre, da subito, che nell’animo dell’uomo alberga un dolore lacerante.
Nell’analessi che narra l’infanzia del protagonista, veniamo anche a sapere che è un trovatello (
un bambino sudicio, lacero, con i capelli neri) raccolto a Liverpool da Mr. Earnshaw e condotto a Cime Tempestose. Il padrone protegge il bambino, ma non dal figlio maggiore Hindley (Sembrava un bambino malinconico e paziente. Avvezzo, forse, ai maltrattamenti, sopportava i colpi di Hindley senza battere ciglio). L’autrice insinua che l’indole di Heathcliff non sia malvagia, ma che saranno le circostanze a renderla tale. Infatti, quando il padrone della magione muore e Hindley eredita la proprietà, il nostro bel tenebroso ha circa dodici anni e, da quel momento, viene trattato come e peggio di un servo. Le parole di Nelly Dean ci confermano che la ferocia del ragazzo è indotta dalla sofferenza: Non assumere l’espressione di un cane bastardo e feroce… con l’aria di sapere meritare i calci che gli vengono sferrati, ma che ciò nonostante odia il mondo intero a causa delle proprie sofferenze e non soltanto chi gli sferra calci.
Per comprendere meglio il carattere del personaggio, però, è necessario aprire uno squarcio anche su colei che lo ossessiona: Catherine.
Figura interessante e moderna, è l’eroina di Cime Tempestose, rappresentando per certi aspetti il doppio femminile di Heathcliff, come lei stessa afferma nel colloquio/climax con Nelly Dean: Non lo amo perché è bello, Nelly, ma perché è ancora di più uguale a me stessa di quanto possa esserlo io.
Catherine, infatti, è una figura ambigua, assolutamente sfuggente agli archetipi letterari del tempo: non è la donna angelicata che salva l’amante elevandone lo spirito, ma non è neppure la maliarda, la crudele femme fatale che  tormenta e conduce alla perdizione.
È piuttosto un folletto della brughiera, contraddittorio, inquieto e capriccioso; ama Heathcliff ma non ha il coraggio di sfidare le convenzioni del suo tempo; sposa Edgar proprio perché ama in lui tutto ciò che non è Heathcliff: le pagine del libro raccontano una donna che vuole e disvuole, tutta tesa ad attribuire agli altri la responsabilità dei propri errori. È una figura meno icastica del suo doppio maschile, più complessa e a tratti incoerente, che anticipa tante eroine della letteratura successiva; del resto risulta ovvio pensare che le sfumature dell’animo femminile fossero assai note all’autrice, giovane donna solitaria e chiusa, secondo le testimonianze di chi la conobbe.
Neppure l’amata, quindi, diventa strumento di salvezza per il nostro eroe; anzi, con il suo comportamento incoerente, ne alimenta la frustrazione e la conseguente ferocia.
Viene da chiedersi come un uomo eccezionale (nel senso etimologico del termine) possa aver nutrito tale divorante passione per una sciacquetta affetta da immaturità cronica ma, per dirla con Pascal, 
il cuore ha ragioni che la ragione non conosce.
Anche quest’ultima considerazione alimenta nella lettrice tipo il sentimento di simpatia ed empatia nei confronti del bel tenebroso: è un uomo che vive l’amore in modo divorante (empatia) e, ironia della sorte, per una donna che non lo merita (simpatia)! Che cosa, più di questo,  può solleticare l’istinto da crocerossina nelle lettrici (scrivente inclusa) colpite dalla sindrome di io ti salverò?
Da questa sindrome (che ha mietuto più vittime di qualunque conflitto armato) è affetta anche Isabella, la moglie di Heathcliff, fuggita dalla casa paterna per sposarlo in segreto. Esasperato dalla sua devozione, il nostro eroe descrive efficacemente i sintomi di tale patologia squisitamente femminile: (…) 
si è illusa, scorgendo in me un eroe romantico e aspettandosi un’indulgenza senza limiti dalla mia cavalleresca dedizione. Soltanto a fatica la posso considerare una creatura razionale, tanta è stata la sua cocciutaggine nell’ostinarsi ad avere un’idea favolosa del mio carattere, e nell’agire in base alle false impressioni a lei tanto care. Per distoglierla dalla sua illusione a nulla vale che il futuro marito le impicchi la cagnetta, così come per noi lettrici a nulla vale che la Brontë ci metta in guardia dalla nostra infatuazione, descrivendo la sorte dell’infelice Isabella: siamo giunte a metà libro e il dado è tratto.
Nella seconda parte del romanzo poco o nulla si aggiunge alla personalità del nostro, divorato dalla volontà di vendetta e dalla sete di un capro espiatorio cui imputare la propria infelicità. Se non lo giustifichiamo, possiamo comprendere il suo odio per la piccola Catherine, che incolpa della morte del suo amore (Cathy infatti spira nel darla alla luce). Possiamo capire il compiacimento nel ridurre Hareton, figlio dell’antico nemico Hindley, allo stato di bruto. In questo caso, però, per la prima volta Heathcliff compie il male suo malgrado, riconoscendo nel giovane una grandezza, una eccezionalità potenziale, pari alla propria. Tuttavia quella che potrebbe essere per lui occasione di perdono e riscatto, e che ricondurrebbe il romanzo entro l’ortodossia morale vittoriana, viene ostinatamente respinta.
Infine la repulsione che gli ispira il figlio Linton non può che essere condivisa dal lettore, perché l’autrice si impegna a rendercelo odioso senza attenuanti.
Nella ultime pagine i vaneggiamenti di Heathcliff che preludono alla morte, e che lo vedono colloquiare con il fantasma dell’amata Cathy, chiudono circolarmente la storia di quest’anima inquieta.
Bel tenebroso, personalità eccezionale, incattivito dai soprusi subiti, appassionato amante nell’accezione di colui che ama: ecco perché uno squilibrato ha affascinato tante lettrici.
Rimane infine da sottolineare che, se di psicopatico si tratta, è pur sempre uno psicopatico di carta, di cui possiamo concederci il privilegio di infatuarci, e contro cui non serve chiamare le forze dell’ordine, ma solo chiudere il libro.
(pubblicato con l'autorizzazione di www.inkroci.it)



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