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domenica 25 gennaio 2026

Regalami un sorriso - di Heiko H. Caimi

 di Heiko H. Caimi



 

Dedicato a Elena Tomaini

 

 

Ero convinta che il sorriso fosse un organo interno, come la milza: tutti ne parlano, nessuno sa bene a che cosa serva, e, quando qualcuno te lo chiede in prestito, capisci che c’è qualcosa di profondamente sbagliato.

Lo pensavo mentre camminavo tra i banchi del mercatino dell’usato, circondata da stoviglie con una vita precedente, maglioni che avevano conosciuto ben altri inverni, cornici vuote in attesa di un ricordo compatibile. Lì era tutto di seconda mano, persino la nostalgia. Mancavano solo i sorrisi.


«Fammelo, un sorriso», mi ha detto infatti uno sconosciuto, tra un giradischi scordato e una scatola di posate spaiate. Così, con l’imperativo di chi chiede il sale a tavola o pretende un documento all’anagrafe. Un sorriso: articolo determinativo, pronome enclitico, proprietà privata.

Io non ero pronta. Nessuno è mai pronto a sorridere su richiesta. A parte gli attori. E i politici.

È come se ti chiedessero di sanguinare con grazia.

Il mio volto ha reagito in autonomia, come fanno certi animali feriti che simulano la morte per disperazione. O per pudore. Ne è uscita una smorfia ibrida, metà ghigno archeologico, metà spasmo di chi ha appena capito di aver messo il piede su qualcosa di molle, tiepido e irrevocabile.

Ho visto il pentimento attraversargli gli occhi con la velocità di una rivelazione mistica. Credo che, da quel momento, non chiederà più sorrisi a nessuno.

Ho fatto un’opera educativa. O l’ho traumatizzato.

Il sorriso è una questione di opportunità. E l’opportunità è una scienza esatta.

Per esempio: sorridere a un funerale.

Non a tutti, ovviamente. Ci sono funerali che non tollerano deviazioni, come i dogmi. Ma esistono funerali che implorano un sorriso come atto di misericordia. Funerali di persone che hanno vissuto come una barzelletta mal raccontata. Funerali di tiranni domestici, di uomini che si sono presi troppo sul serio e che ora, immobili nella bara, sembrano finalmente aver capito la battuta. Troppo tardi, beninteso.

In quei casi il sorriso è un gesto politico. Un sorriso minuscolo, interno, da tenere tra i denti come una pastiglia proibita. Non per scherno, mai. Per precisione morale.

Al mercatino dell’usato mi sono chiesta se esistano sorrisi di seconda mano. Sorrisi già indossati, un po’ slabbrati agli angoli, con l’elastico dell’entusiasmo allentato. Sorrisi che hanno servito a matrimoni sbagliati, cene di lavoro, foto di gruppo imposte.

Forse sono quelli che la gente chiede agli sconosciuti: sorrisi già consumati, che non fanno più male.

Ma sorridere è lecito quando smaschera una menzogna. È necessario quando impedisce alla tragedia di diventare melodramma. È criminale quando serve a tranquillizzare chi ci sta opprimendo.

Non si sorride ai potenti. Si sorride dei potenti; ma solo dopo, quando non possono più punirti. Maledetti bastardi.

Non si sorride per rassicurare uno sconosciuto che pretende un conforto visivo da parte nostra. Il sorriso non è un servizio pubblico. Non è una moneta da dare al mendicante dell’umore altrui. Non si mercanteggiano i sorrisi, nemmeno tra una lampada anni Settanta e un cappotto che odora ancora di un’altra vita. Oddio, odora... olezza, piuttosto.

Io sorrido raramente, ma con metodo.

Sorrido quando la situazione è così grave da non sopportare ulteriore serietà. Sorrido davanti ai cadaveri simbolici: idee morte, ruoli sociali defunti, aspettative che nessuno ha avuto il coraggio di seppellire.

Se mi chiedi un sorriso, non posso dartelo. Se te lo meriti, forse sì.

Ma allora non lo chiederai.

 

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