di Heiko H. Caimi
Dedicato a Elena
Tomaini
Ero convinta
che il sorriso fosse un organo interno, come la milza: tutti ne parlano,
nessuno sa bene a che cosa serva, e, quando qualcuno te lo chiede in prestito,
capisci che c’è qualcosa di profondamente sbagliato.
Lo pensavo
mentre camminavo tra i banchi del mercatino dell’usato, circondata da stoviglie
con una vita precedente, maglioni che avevano conosciuto ben altri inverni,
cornici vuote in attesa di un ricordo compatibile. Lì era tutto di seconda
mano, persino la nostalgia. Mancavano solo i sorrisi.
«Fammelo, un
sorriso», mi ha detto infatti uno sconosciuto, tra un giradischi scordato e una
scatola di posate spaiate. Così, con l’imperativo di chi chiede il sale a
tavola o pretende un documento all’anagrafe. Un sorriso: articolo
determinativo, pronome enclitico, proprietà privata.
Io non ero
pronta. Nessuno è mai pronto a sorridere su richiesta. A parte gli attori. E i
politici.
È come se ti
chiedessero di sanguinare con grazia.
Il mio volto
ha reagito in autonomia, come fanno certi animali feriti che simulano la morte
per disperazione. O per pudore. Ne è uscita una smorfia ibrida, metà ghigno
archeologico, metà spasmo di chi ha appena capito di aver messo il piede su
qualcosa di molle, tiepido e irrevocabile.
Ho visto il
pentimento attraversargli gli occhi con la velocità di una rivelazione mistica.
Credo che, da quel momento, non chiederà più sorrisi a nessuno.
Ho fatto
un’opera educativa. O l’ho traumatizzato.
Il sorriso è
una questione di opportunità. E l’opportunità è una scienza esatta.
Per esempio:
sorridere a un funerale.
Non a tutti,
ovviamente. Ci sono funerali che non tollerano deviazioni, come i dogmi. Ma
esistono funerali che implorano un sorriso come atto di misericordia. Funerali
di persone che hanno vissuto come una barzelletta mal raccontata. Funerali di
tiranni domestici, di uomini che si sono presi troppo sul serio e che ora,
immobili nella bara, sembrano finalmente aver capito la battuta. Troppo tardi,
beninteso.
In quei casi
il sorriso è un gesto politico. Un sorriso minuscolo, interno, da tenere tra i
denti come una pastiglia proibita. Non per scherno, mai. Per precisione morale.
Al mercatino
dell’usato mi sono chiesta se esistano sorrisi di seconda mano. Sorrisi già
indossati, un po’ slabbrati agli angoli, con l’elastico dell’entusiasmo
allentato. Sorrisi che hanno servito a matrimoni sbagliati, cene di lavoro,
foto di gruppo imposte.
Forse sono
quelli che la gente chiede agli sconosciuti: sorrisi già consumati, che non fanno
più male.
Ma sorridere è
lecito quando smaschera una menzogna. È necessario quando impedisce alla
tragedia di diventare melodramma. È criminale quando serve a tranquillizzare
chi ci sta opprimendo.
Non si sorride
ai potenti. Si sorride dei potenti; ma solo dopo, quando non possono più
punirti. Maledetti bastardi.
Non si sorride
per rassicurare uno sconosciuto che pretende un conforto visivo da parte
nostra. Il sorriso non è un servizio pubblico. Non è una moneta da dare al
mendicante dell’umore altrui. Non si mercanteggiano i sorrisi, nemmeno tra una
lampada anni Settanta e un cappotto che odora ancora di un’altra vita. Oddio,
odora... olezza, piuttosto.
Io sorrido
raramente, ma con metodo.
Sorrido quando
la situazione è così grave da non sopportare ulteriore serietà. Sorrido davanti
ai cadaveri simbolici: idee morte, ruoli sociali defunti, aspettative che
nessuno ha avuto il coraggio di seppellire.
Se mi chiedi
un sorriso, non posso dartelo. Se te lo meriti, forse sì.
Ma allora non
lo chiederai.
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