Mi chiamo Elena, ho quarantacinque anni e una vita che somiglia a un reality show a basso costo: location grigie, copione scritto da un ubriaco e un cast di comparse che se ne vanno alla prima pausa caffè.
Vivo a Milano, in un bilocale che sfida l’umidità ma perde di continuo.
Non ho figli – grazie al cielo, con la mia propensione al disastro – e non ho piante, perché riesco a uccidere persino quelle finte.
Ho solo lui: Machiavelli, il gatto ribelle per eccellenza. Nero come un caffè amaro, con occhi gialli che mi squadrano come se fossi un’intrusa nel suo regno. Non è un gatto: è un anarchico con la coda, un Che Guevara felino che ha deposto la rivoluzione a colpi di unghie sul divano.
L’ho adottato da un rifugio, cinque anni fa, dopo che Marco – il cornificatore seriale con l’ego ipertrofico e il braccino corto – mi aveva scaricata per l’ennesima “fase di crescita personale”. «Elena, anche tu hai bisogno dei tuoi spazi», mi aveva detto mentre io pensavo: “Spazi? Io ho bisogno di un sacco a pelo e di un biglietto per l’Islanda, barlafùs!”.
Al rifugio, tra miagolii disperati e gatti con traumi da abbandono, c’era lui: accucciato in un angolo, a fissare il vuoto con l’aria di chi ha già visto troppi umani fallire.
«È un po’ selvatico», mi aveva avvertito la volontaria.
Selvatico un cavolo. Era un ribelle nato, uno che non leccava zampette né si strusciava per complimenti. L’ho portato a casa e gli ho dato il nome di Machiavelli perché, diciamocelo, in amore e in politica vince chi complotta nell’ombra.
La prima notte ha pisciato sul mio tappeto persiano (eredità di zia Rosetta, che l’aveva comprato durante un viaggio in Oriente per dimenticare un amore sbagliato). La seconda ha rosicchiato i cavi del caricabatterie, lasciandomi al buio come le mie prospettive sentimentali.
Da allora ogni mattina, alle cinque in punto, mi sveglia con un concerto di miagolii che sembrano l’inno della rivolta operaia: Alzatevi, sfruttati! Le crocche non si regalano, si conquistano con la lotta!
Io, con le occhiaie da zombie post-apocalittico, gli verso crocchette biologiche – sì, biologiche, perché anche i gatti ribelli meritano il lusso – e lui le ignora, preferendo cacciare topi immaginari sotto il letto.
Ma Machiavelli non è solo caos: è un maestro di lezioni non richieste.
Prendi l’estate scorsa, quando ho provato ad “addomesticarlo” con un guinzaglio da passeggio. Idea geniale, rubata da un post su Instagram di mamme perfette con gatti perfetti. “Vedrai, migliorerà il nostro rapporto”, mi ero detta legandogli quella corda rosa shocking al collo.
Lui l’ha guardata per due secondi, poi ha fatto il numero della finta morte: zampe all’aria, lingua penzoloni, occhi socchiusi in un’estasi da martire. I vicini – quei pettegoli del piano di sotto, con il loro cane obbediente che si chiama Birillo – hanno riso dal balcone. Io, rossa come un peperone bio, l’ho slegato.
«Ribelle del cazzo», ho borbottato. E lui, risorto all’istante, mi ha graffiato la caviglia. Lezione uno, umana: non si addomestica la libertà. Si conquista, o si perde.
Da allora, ho capito che i gatti ribelli non sono animali: sono specchi. Specchi con artigli, che ti rimandano l’immagine di te stessa quando fingi di avere il controllo.
Come quella volta che ho portato a casa Luca, il tipo del bar sotto casa, barista con tatuaggi e un sorriso che prometteva notti brave e mattine pigre. «Amo i gatti», mi aveva giurato mentre Machiavelli lo squadrava dalla cima del frigorifero.
Cena a lume di candela (che lui ha spento con una zampata, perché le fiamme sono “oppressione patriarcale”), chiacchiere su viaggi mai fatti e poi il bacio. Dolce, promettente.
E Machiavelli? Ha scelto proprio quel momento per la sua performance: un balzo sul tavolo, un colpo di coda al piatto di pasta (al pesto, roba seria) e via, schizzi verdi ovunque. Luca ha riso – all’inizio – poi ha tossito, pulendosi i jeans. «Il tuo gatto è un po’… vivace».
Vivace? Era una dichiarazione di guerra. Questo tizio puzza di transizione, Elena. Mandalo via, o ti piscio sulle scarpe.
E aveva ragione, il rivoltoso peloso. Luca è sparito dopo due settimane, con una scusa sul “lavoro che mi assorbe”. Io ho pianto sul divano, con Machiavelli acciambellato sulla mia pancia come un guru zen.
«Perché attiro solo i mezzi falliti?», ho singhiozzato.
Lui ha fatto le fusa – ron ron ribelle, che vibra come un “perché ti accontenti di avanzi, bella mia”.
Da lì, ho iniziato a cambiare. Niente più aperitivi solitari con like su Tinder. Ho ripreso a scrivere, quelle storie crepate che piacciono alle riviste indie. Ho comprato un tiragraffi per lui – non per addomesticarlo, ma per dargli un trono – e uno per me: un’agenda, per scarabocchiare trame di donne che non si lasciano graffiare da nessuno.
Ora, Machiavelli regna sovrano. Di notte s’intrufola nei miei sogni, non come un incubo ma come un complice: corriamo sui tetti di Milano, lui con la sciarpa rossa da rivoluzionario, io con tacchi che non inciampano.
Al mattino, mi sveglia con una leccata sul naso – rara concessione, da re a suddita – e io gli dico: «Grazie, socio. Senza di te, sarei ancora una che si accontenta di crocchette rafferme».
Lui sbadiglia, allunga una zampa e mi graffia, ma piano.
Lezione finale: I ribelli non si addomesticano, si scelgono. E tu, Elena, sei la mia umana preferita.
Ieri ho venduto un altro racconto. Stavolta su gatti che rovesciano imperi – metafora ovvia, no?
Ho brindato con lui, un goccio di latte nel suo piattino e Pinot nel mio bicchiere. “Alla ribellione”, ho solennemente proclamato.
Machiavelli ha risposto con un miagolio che sembrava una risata.
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