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giovedì 10 aprile 2014

Enzo Jannacci...la nostra Milano


di Annalisa Petrella                                                 

Jannacci a Sanremo
Enzo Jannacci è mancato un anno fa, era il 29 marzo 2013, e ha lasciato un vuoto incolmabile. Volto stralunato, voce inconfondibile a tratti spezzata, movimenti rigidi e a scatti, disarmonie che sanno suscitare il sorriso e che sfociano in armonie dell'anima rivelatrici di una profonda malinconia, Enzo Iannacci è stato il cantore dei reietti, degli illusi e dei disillusi. Nelle sue canzoni la sofferenza dei personaggi e il loro senso di esclusione si amalgamano con sprazzi di amara comicità, suscitando in chi le ascolta una combinazione di emozioni forti e indimenticabili che s'incidono nel cuore
E’ stato un artista geniale, unico nel suo genere, la comicità amara delle sue performance ha fatto scuola e l'ha portato a scandagliare tutti i meandri dello spettacolo con una predilezione per quelli di “nicchia”; ha iniziato a lavorare nell'avanspettacolo e nel cabaret nella seconda metà degli anni Cinquanta, poco più che ventenne, per poi passare al teatro e al cinema, la musica leggera e il jazz sono state le costanti della sua vita. Ha partecipato a quattro Festival di Sanremo, ma lo si associa più direttamente al Derby, a Dario Fo, a Giorgio Gaber, a Cochi e Renato, a Celentano, a Paolo Conte a Luigi Tenco, a Paolo Rossi, a suo figlio Paolo...e, soprattutto, a Milano.

Jannacci e Milano

La città di Milano, con il suo dialetto, a partire dagli anni Sessanta, prende vita nei testi delle sue canzoni e crea personaggi unici che, ancora oggi, a dispetto del tempo trascorso, hanno qualcosa di speciale. Le descrizioni sono rapide, fulminanti e sempre prive di retorica. Le storie sono vere, crude, difficili e il dolore o la solitudine sono sempre in agguato.
 Il barbone della zona Forlanini, che ha portato Enzo Jannacci alla notorietà del grande pubblico per la sua prima comparsa in televisione, ha fatto storia. Era il 1964, Mike Bongiorno conduceva la trasmissione “La fiera dei sogni”, quando apparve come ospite un giovane cantate sconosciuto, spigoloso, dall'aria strana, attonita, che si mise a cantare a squarciagola “El portava i scarp del tennis”: Enzo Jannacci, una folgorazione per l'Italia intera.
Tutto appariva innovativo: il cantante conosciuto soltanto nel mondo del cabaret e che, oltretutto, faceva il medico, il suo aspetto e la sua voce, esattamente contrari allo stile perbenista e alle voci impostate ancora in auge all'epoca, e infine la canzone. Sì perché la canzone risultava essere al di fuori di ogni schema.
La storia del barbone “che purtava i scarp del tennis” e che da tempo rincorreva un suo sogno d'amore fece scattare in tutti i milanesi un senso di appartenenza a un mondo ormai quasi perduto e al dialetto ormai completamente in disuso.
 La figura dei “barboni” metropolitani era nata in quegli anni proprio a Milano e non la si deve confondere con quella degli accattoni comuni, dei vagabondi urbani o dei mendicanti falsamente invalidi, per aspirare alla dignità di “barbone” occorreva innanzitutto rifuggire da ogni genere di commedia.
Il vero “barbone” ha in fondo all'anima un desiderio infinito di libertà e vive pienamente questo sentimento così radicale senza arrecare disturbo ad alcuno. Porta con sé, raccolto in sacchetti di plastica, un bagaglio essenziale fatto di vecchi oggetti o cartoni recuperati per strada, necessario per la sopravvivenza. La sua esistenza è in perpetuo movimento, quando lascia un posto non abbandona nulla o nessuno e quando arriva in un posto nuovo non c'è nulla o nessuno che l'aspetti.
Quando piove, un vano o una tettoia dimenticata diventano il suo rifugio provvisorio e ogni tanto, se ha racimolato qualche lira, si concede il lusso di una notte nel dormitorio pubblico di Viale Ortles e poi di nuovo via, verso le periferie milanesi, come la strada Paullese, alla ricerca di un prato dove riposarsi dopo tanto cammino.
Riposo al parco Lambro
Jannacci porta il “barbone” alla ribalta e riesce a raccontarlo con una delicatezza e   una solidarietà profonda che denotano il suo rispetto per gli “ultimi”.
Il testo mette in luce il contrasto stridente tra due mondi: da un lato c'è l'escluso, che si muove con i rimasugli dei propri sogni e l'eterna solitudine al di fuori del sistema o, comunque, in uno spazio di confine. Vive ai limiti di tutto con prudenza e sta bene attento a non creare situazioni equivoche che possano far intervenire la polizia. E' sfuggente, silenzioso, a volte parlotta da solo, non chiede nulla e risponde soltanto se interpellato. E' un sopravvissuto a qualcosa che non è dato di conoscere: dolore o follia, chissà! E quando muore se ne va in punta di piedi.
Dall'altro lato c'è chi vive all'interno del sistema, el gh'ha i danèè e la machina, guarda con indifferenza o addirittura disprezzo l'emarginato e dice: “Lassa perd, che l'è roba de barbun!”
Con questa canzone Jannacci ha avuto il grande merito di aver saputo cogliere in una pozzanghera sullo stradone del Forlanini un attimo di poesia inedita nel quale la figura dell'uomo cunt i scarp del tenis illumina la periferia urbana di un'aura poetica struggente.

El portava i scarp del tenis
Che scuse', ma mi vori cuntav /d'un me amis che l'era anda' a fa'l bagn /sul stradun per andare all'Idroscalo /l'era lì, e l'amore lo colpì./El portava i scarp de tennis, el parlava de per lu /rincorreva già da tempo un bel sogno d'amore. /El portava i scarp de tennis, el g'aveva du occ de bun /l'era il prim a mena via, perché l'era un barbun.

La carriera

Il lungo percorso artistico di Jannacci è costellato di canzoni indimenticabili che riconducono quasi sempre a Milano per le ambientazioni, per il dialetto, oppure per l’inflessione tipicamente milanese che il cantante esprime in tutte le sue interpretazioni.  Le più famose: “Andava a Rogoredo”, “Per un basin”, “Sei minuti all'alba”, “Soldato Nencini”, “L'Armando”, “La sera che partì mio padre”, “Quelli che”, “Vincenzina e la fabbrica”, “Messico e nuvole”, “Vengo anch'io, no tu no”, “Ho visto un re”, “ Parlare con i limoni”, “Poveri cantautori", “Se me lo dicevi prima”, “La fotografia”, “L'uomo a metà”.

Le sue interpretazioni sono sempre istrioniche, spesso introdotte o inframmezzate da parti parlate che aggiungono elementi connotativi di effetto, si tratta di poche brevi battute, a volte farfugliate, biascicate al limite della comprensione per chi ascolta, e il suo sguardo un po' folle e un po’ da clown rende il tutto unico e irripetibile.
Nei suoi testi scorrono tutte le emozioni del genere umano che viene messo a nudo. Jannacci va alle radici dell'umanità, fissando attimi essenziali, e riesce a raccontare in pochi versi il senso profondo della vita e della morte.
“Poetastrica” è il termine da lui coniato per definire il rapporto esistente tra poesia e canzone: - "In una canzone ci può essere al massimo della poetastrica. Non siamo Montale e neppure Shakespeare".
Trovo che questo termine irridente e un po’ sgraziato, poetastrica, ben si addica allo stile creativo di Enzo così essenziale e antiretorico e metta in evidenza due caratteristiche che gli sono proprie: la modestia e l’originalità nell'uso del linguaggio. Per dirla con il grande Alberto Sordi, che è stato un suo estimatore, nei testi c'è un ritmo sincopato, i toni di colpo si spezzano, poi i frammenti si ricompongono e approdano a nuove e incisive verità musicali.

La carriera di Jannacci, iniziata nel 1955 nell’avanspettacolo, si snoda per quasi sessant’anni attraverso esperienze di vario genere nelle vesti di attore in teatro e nel cinema, di musicista, compositore e, soprattutto, di cantautore.    Indimenticabili gli ormai storici duetti con l’amico Giorgio Gaber ai tempi del complesso “I due corsari”, che ha inciso numerosi dischi fino al 1960. Il sodalizio artistico e affettivo con Gaber, ex compagno di liceo, sarà una costante indissolubile.   

Curiosa la collaborazione con Bruno Bozzetto con il quale nel 1961 crea lo sketch “Unca Dunca”, trasmesso in Carosello fino al 1970.
Successivamente ci sono gli anni del Derby Club, il tempio del cabaret a Milano, dove conosce Dario Fo e Cochi e Renato. Con loro nasce un solido rapporto creativo e di amicizia che si protrarrà per tutta la vita.
Nel 1964, in teatro, all’Odeon, Jannacci si esibisce con Dario Fo nel recital intitolato “22 canzoni” che segna il tutto esaurito per oltre un mese. Ma sarà la televisione che lo farà conoscere al grande pubblico, le sue partecipazioni a trasmissioni televisive come “Quelli del calcio” e “Gran Simpatico” gli porteranno un grande successo.
Jannacci con Monica Vitti 
Il cinema lo vede apparire come attore in film di registi di grande valore come Monicelli e Ferreri, Scola, Wertmuller, Ricky Tognazzi. Compone la colonna sonora del film “Pasqualino settebellezze” di Lina Wertmuller per la quale ottiene la nomination agli Oscar nel 1975. 
Compone anche la colonna sonora di alcuni film di Renato Pozzetto e Ricky Tognazzi e partecipa alla loro sceneggiatura, si tratta di “Saxophone” e “Piccoli equivoci”.

L'album realizzato con Mina
La sua produzione musicale è intensa, nel 1977 collabora con Mina come autore e arrangiatore per l’album “Mina quasi Jannacci” e nel 1980 con Milva per “La rossa”.
Negli anni pubblica numerosi dischi singoli e una trentina di album. La collaborazione con il figlio Paolo diventa il leitmotiv della sua attività a partire dalla fine degli anni Ottanta. Da quel momento non ci sarà apparizione televisiva o teatrale che non mostrerà nel complesso che lo accompagna, o al pianoforte, il volto sorridente del figlio.

Enzo e Paolo Jannacci
In tutto ciò va considerato il fatto che Enzo Jannacci, medico e specialista in cardiologia, pratica ininterrottamente la sua professione come medico di base e in ospedale; si è specializzato a Città del Capo con l’equipe del Professor Christian Barnard, che ha sperimentato il primo trapianto di cuore. Successivamente si è trasferito per sei mesi negli Stati Uniti per approfondire le proprie esperienze di cardiologo. 
Al rientro in Italia riprende a pieno ritmo l’attività creativa, che del resto non ha mai abbandonato, la sua formazione musicale è solidissima – ricordiamo che Jannacci ha studiato al Conservatorio di Milano dove ha conseguito il diploma in Armonia e ha seguito per otto anni i corsi di Pianoforte.
Jannacci bambino al pianoforte
La sua passione è il Jazz, ma, come diceva Gaber: - Col Jazz si guadagnava poco e allora tanto valeva fare canzonette!                                                                          

Gli anni Novanta lo riportano alla ribalta dopo un periodo d’ombra. Partecipa anche a quattro Festival di Sanremo e in due occasioni gli viene attribuito il premio della critica, per “La fotografia” nel 1991, e per “Quando un musicista ride” nel 1998.
Jannacci con Gaber, Fo, Celentano e Albanese



 
La Rai nel 1991 trasmette una serie di otto puntate a lui dedicate con il titolo “L’importante è esagerare”. Nello stesso anno al Teatro Carcano di Milano Jannacci va in scena con lo spettacolo di Samuel Beckett “Aspettando Godot”, interpretato con Giorgio Gaber e Paolo Rossi.

Nel 1993 realizza la sigla di “Quelli che …il calcio”, programma televisivo condotto da Fabio Fazio su Rai due. Nel 1994 inaugura a Milano il locale “Il Bolgia umana” che offre serate musicali e una scuola gratuita di cabaret rivolta soprattutto ai disabili; purtroppo il locale chiuderà nel 1997. Si susseguono collaborazioni artistiche con Piero Chiambretti nella trasmissione del 1995 “Il laureato bis” e con Cochi e Renato per i quali compone nel 2000 la sigla di “Nebbia in Val Padana”, serie televisiva in sei puntate.
Nel 2001 partecipa all’ultima puntata del programma - evento di Adriano Celentano “125 milioni di ca…ate”.
Il 19 dicembre 2011, dopo anni di assenza dalla televisione, gli viene dedicato uno Speciale di “Che tempo che fa” su Rai tre dal titolo “Vengo anch’io. Ovvero Enzo Jannacci”, condotto da Fabio Fazio che invita tutti gli amici più cari di una vita di spettacolo a fargli festa.
Fazio con Enzo e Paolo Jannacci

Intervengono: Dario Fo, Renato Pozzetto, Cochi Ponzoni, Teo Teocoli, Antonio Albanese, Ornella Vanoni, Paolo Rossi, Ale e Franz, Massimo Boldi, Roberto Vecchioni, Irene Grandi e molti altri ancora.
E’ l’ultima apparizione televisiva di Enzo, ormai ammalato, da protagonista assoluto, accompagnato al piano dal figlio Paolo e circondato da veri amici. Manca Giorgio Gaber, l’amico del cuore che se n’è già andato.
Rivedere le immagini di quella serata indimenticabile commuove profondamente, il suo volto sorridente e composto è attraversato da momenti di grande emozione, i testi “storici” scorrono con una leggerezza e con nuove sfumature tonali frutto di una simbiosi totale tra l’autore e gli interpreti intervenuti. Jannacci conclude la serata cantando - recitando il suo pezzo più ricco di ironia e versatilità, che ben si adatta con variazioni improvvisate ai diversi contesti in cui viene interpretato: “Quelli che…oh, yes”.
Sono momenti magici, la maturità artistica del grande maestro - padre trova nel figlio, che lo accompagna al piano, un riscontro pieno e gioioso e la corte degli amici che intona le sue canzoni più belle riempie la scena di scintille musicali colme di significati:
   c’è il passato di un artista vero che non è mai venuto a compromessi e che ha saputo descrivere mirabilmente una Milano ormai perduta con le sue periferie nebbiose e il mondo operaio con le fabbriche e le osterie; 
   c’è la fantasia e la capacità di interpretare la vita e i sentimenti in modo giocoso, surreale, cogliendone con abilità sorprendente le infinite contraddizioni; 
   c’è il sogno della gente comune che aspira alla realizzazione delle cose più semplici, ma anche a sprazzi di luce e libertà; 
   ci sono i ricordi della guerra e dei sentimenti che rivivono in chi l’ha vissuta direttamente e in chi l’ha sentita raccontare; 
   c’è infine l’ironia del cantautore che guarda se stesso e la propria storia con occhi disincantati, ma sempre nuovi perché, pur essendo ormai un conoscitore del mondo, sa conservare la purezza di un bambino curioso che esplora la vita senza pregiudizi per coglierne i sapori più autentici.

Quelli che…

Quelli che cantano dentro nei dischi perché ci hanno i figli da mantenere, oh yes!
Quelli che da tre anni fanno un lavoro d'equipe convinti d'essere stati assunti da un'altra ditta, oh yes!
Quelli che fanno un mestiere come un altro.
Quelli che accendono un cero alla Madonna perché hanno il nipote che sta morendo, oh yes!
Quelli che di mestiere ti spengono il cero, oh yes!
Quelli che Mussolini è dentro di noi, oh yes!
Quelli che votano a destra perché Almirante sparla bene, oh yes!
Quelli che votano a destra perché hanno paura dei ladri, oh yes!
Quelli che votano scheda bianca per non sporcare, oh yes!
Quelli che non si sono mai occupati di politica, oh yes!
Quelli che vomitano, oh yes!
Quelli che tengono al re.
Quelli che tengono al Milan, oh yes!
Quelli che non tengono il vino, oh yes!
Quelli che non ci risultano, oh yes!
Quelli che credono che Gesù Bambino sia Babbo Natale da giovane, oh yes!
Quelli che la notte di Natale scappano con l'amante dopo aver rubato il panettone ai bambini, oh yes!
Intesi come figli, oh yes!
Quelli lì...


4 commenti:

  1. Quelli che leggono il tuo articolo ...e lo trovano bellissimo, oh yes! Eleonora Zucchetti

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  2. Quelli che leggono il tuo articolo ...e lo trovano bellissimo, oh yes! Eleonora Zucchetti

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  3. La ringrazio.
    Annalisa

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  4. Il suo articolo bellissimo mi fa provare nostalgia di una Milano che non c'è più. Chiara

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